Talvolta è sufficiente un piccolo esercizio per ottenere il quadro di un paese, nella fattispecie il nostro. L’esercizio consiste nel mettere insieme alcune notizie tratte dalla cronaca più stringente.

Se apriamo il giornale leggiamo di un europarlamentare che, nell’atto di doversi esprimere a difesa di un noto prodotto italico contro le brutte copie straniere dello stesso, è costretto a rinunciare al proprio intervento perché incapace di svolgere un discorso di sessanta secondi in inglese.

Poi leggiamo di un uragano che sta per abbattersi sulla Sicilia sud-orientale, dove il maltempo aveva provocato svariati danni già pochi giorni fa, ma contemporaneamente veniamo a sapere che gli amministratori di quella regione non sono riusciti ad attingere alla consistente somma di denaro che l’Europa aveva messo a disposizione per i territori colpiti da fenomeni climatici. Si parla di cifre considerevoli praticamente inutilizzate.

Sempre in questi giorni abbiamo assistito allo spettacolo indegno di un Parlamento italiano che riporta il nostro paese al Medioevo, bocciando una legge che avrebbe garantito le persone vittime di violenza in seguito a un pregiudizio sessuale o riferito a una qualche disabilità. Invece di rappresentanti eletti dal popolo per curare gli interessi di quest’ultimo – profumatamente pagati anche per tenere un decoro degno della posizione ricoperta (questo determina la Costituzione) – abbiamo visto signori disonorevoli sbraitare e festeggiare come forse soltanto in uno stadio di calcio. Ciò a motivo dell’essere riusciti ad affossare una legge che non avrebbe limitato la libertà di alcuno, ma soltanto tutelato quella di molte persone che da tempo immemore subiscono violenze ai più vari livelli.

Sì, il nostro è fra i paesi in cui molte persone ancora si sentono in diritto di discriminare, dileggiare o esercitare violenza verso altri individui soltanto in virtù delle loro inclinazioni sessuali o in nome di una intollerabile diversità. Si sarebbe potuto porre fine a questa barbarie premoderna, attuata sulla base di questioni tanto private quanto superficiali, ma evidentemente non da un Parlamento in cui molti sono il prodotto di quella medesima barbarie, invece che l’auspicabile cura.

Bastano questi pochi esempi per rendersi conto delle due radici malate che affliggono la pianta dell’Italia, riassumibili con due termini: competenza e ignoranza. La prima è quella che sempre più risulta sistematicamente ignorata quando si tratta di far assurgere persone a ruoli politici, amministrativi e culturali, in buona sostanza operando attraverso privilegi e cooptazioni invece che considerando il merito individuale. La seconda è quella condizione per cui si è di fatto lavorato da decenni, in cui tutto ciò che è cultura, educazione e istruzione è stato meticolosamente ignorato, degradato e impoverito. Non a caso siamo fra gli ultimi paesi per investimenti sulla ricerca e fra i primi per tagli indiscriminati all’istruzione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’opinione pubblica mediamente ignorante e imbarbarita, con una classe politica che ne rappresenta la degna proiezione.

Un’epoca sciagurata, la nostra, in cui si procede nell’errore fatale di scambiare l’informazione per conoscenza. Sulla base di questo assunto è derivato l’intendimento assurdo che ogni testa valga uno, che ogni persona possa ricoprire qualunque ruolo e soprattutto che non vi sia bisogno di figure competenti nei vari ruoli che vanno dal “popolo” al “potere”. Basterebbe la Rete a compensare ogni laurea mancata, come ci insegnano no vax e complottisti di varia estrazione.

È perfettamente inutile gridare al pericolo del fascismo, se poi dimentichiamo che esso è stato il prodotto dell’ignoranza e della disuguaglianza sociale che proprio sono tornate ad abbondare. A questo si aggiunga la scarsa qualità delle figure intermediarie (parlamentari, scienziati, docenti etc.), che troppo spesso ricoprono quei posti a fronte di tutto salvo che per merito, e avremo il capolavoro finale di un popolo abbrutito ed esasperato in cerca del Duce salvifico.

Dimenticavo l’ultimo episodio tratto dalla cronaca di questi giorni, eloquente anch’esso. La senatrice Liliana Segre, oggetto al tempo stesso di sciocche beatificazioni (a sinistra e dintorni) e vergognose offese (a destra e dintorni), dopo essere stata indicata da più parti come prossimo Presidente della Repubblica, ha candidamente e onestamente declinato accampando la più ragionevole e oscena delle motivazioni: non ha le competenze per ricoprire un ruolo politico così delicato.

C’è voluta una nobile signora scampata al fascismo per fornirci una delle chiavi con cui evitare il nuovo fascismo, quello che sta bussando con forza alle porte di un paese alla frutta.

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