What a shame, che vergogna. L’eurodeputato grillino Dino Giarrusso sembra non parlare una parola d’inglese. Per diradare il dubbio, sapendo che è persona di spirito, ilfattoquotidiano.it lo chiama da un numero anonimo e gli legge tre righe di un celebre sonetto di Shakespeare sulle rose e l’amore, buono per la prima superiore. È vero: Giarrusso non ci capisce granché. Sosterrà poi che la linea era disturbata, ma dirà anche la verità: che l’inglese, in effetti, lui lo “mastica”, ma non abbastanza da improvvisare la traduzione di un testo di 60 secondi, che cita articoli e commi. I curriculum vitae depositati al ministero dell’istruzione (dove fu segretario particolare del ministro Fioramonti) e la candidatura al Parlamento europeo riportano una conoscenza “buona” del parlato e “discreta” dello scritto. Ma chi non ha barato almeno un pochino su questo? Il punto è che Giarrusso dice molto altro ancora, e annuncia pure querele. Sostiene che la polemica che da ieri lo rincorre da Bruxelles per il suo intervento “muto” al Parlamento europeo è una colossale fakenews”, che la vera vittima è lui mentre in difetto è semmai il Parlamento europeo, che “ha impedito a un eurodeputato di intervenire nella propria lingua, diritto previsto dal regolamento, per un suo problema tecnico”. Insomma, tutta un’altra storia che avrebbe a che fare con la disinformazione e col fatto che, avendo in passato “toccato dei potenti” che gliel’han giurata, qualcuno non perde occasione di fargliela pagare. Riavvolgiamo il nastro, con l’aiuto dell’eurodeputato.

Onorevole, scherzi a parte: com’è andata?
Io ero a Bruxelles, c’è la firma in commissione, si può controllare. Sono sempre presente, e quindi ero là. Mia moglie mi dice che sta poco bene e quindi torno a casa sapendo che potevo continuare a seguire la seduta e intervenire da remoto, lo avevo già fatto quando c’era la pandemia ed era obbligatorio.

Una volta a casa che succede?
Sto un po’ con mia moglie e continuo a seguire la seduta con le cuffie e con l’iPhone. Dovevo fare un mio intervento a difesa del prosecco italiano, come i miei colleghi prima di me. Tutti al Parlamento europeo intervengono per 60 secondi perché i tempi sono contingentati. Tutti li scriviamo in italiano, anche perché intervenire parlando la propria lingua è un diritto inalienabile riconosciuto dal Parlamento europeo. Poi gli interpreti lo traducono in simultanea.

Ebbene?
Tre minuti prima del mio intervento mi chiamano dal Parlamento e, in inglese, mi spiegano se posso connettermi non con l’iPhone ma con un altro device, fosse il computer o l’iPad. Io rispondo di no perché li avevo lasciati in Parlamento, dove sarei tornato. Non ce l’avevamo mai detto che l’iPhone poteva creare problemi. Quindi dico che non posso e la tizia mi dice che il mio intervento sarà solo sonoro e non mi si vedrà. E io penso “chissenefrega” se non mi vedono, dirò quel che devo dire e amen.

E fin lì nessun problema, no?
Pochi minuti dopo inizio l’intervento. Avevo avvisato che non potevo usare la telecamera dell’iPhone. Qualcuno in tv, senza informarsi delle cose, mi ha preso in giro per questo, chiedendo perché mai non usassi Zoom o Skype. Bastava informarsi: i parlamentari europei utilizzano un software esclusivo con chiavi di accesso personali per la connessione.

Andiamo avanti
Dico che ho l’iPhone e che per questo non potevo fare consiglio col video, loro mi rispondono che allora devo farlo in inglese. Io non lo parlo benissimo, mi faccio capire e capisco.

Alt deputato, nei suoi curriculum alla voce “inglese” si dà buono e discreto. Sulla carta è la lingua che parla meglio…
La verità è che io parlo un po’ tutte le lingue ma nessuna bene. Non abbastanza da improvvisare una traduzione simultanea da un testo in italiano all’inglese. Non lo parlo da molto, ma ho pure girato dei film in inglese, parlavo con Bob Hoskins sul set de “Il papa buono” e ci capivamo. Ma un conto è andare a cena, altro è tradurre un intervento tecnico, non sarei e non sono capace. Ora vorrei proprio sapere quali fra i 75 europarlamentari italiani sanno l’inglese meglio di me. Ma ripeto il punto è un altro.

Detto questo, torniamo in aula e alla “figuraccia”.
Scusa quale figuraccia? Qui è stato leso un mio diritto per un problema che non è mio. È successo che gli interpreti, e in effetti c’è una lettera in cui avevano avvertito di questo, si rifiutano di tradurre all’impronta se non c’è il video in simultanea che consente la lettura del labiale. Ed è legittimo, per carità. Ma di questo dovevo essere avvertito.

E dunque ci ha provato…
Sì il mio errore è stato sopravvalutarmi, pensare di essere in grado di tradurre a braccio quel testo. Ma mi sono reso conto dopo due righe che andavo a sbattere su termini tecnici, articoli e commi. Insomma, dopo quello di Renzi volevo evitare lo “shisch” due.

E alla fine ha desistito per non peggiorare la situazione.
No, questo è falso come altre cose che sono state dette e scritte, per le quali querelerò. Per altro dicono che ho rinunciato all’intervento ma non è vero, loro mi hanno tagliato la linea. Tanto è vero che dopo la chiusura da lontano ho rialzato la mano chiedendo di farlo in inglese e non me l’hanno consentito per la seconda volta. Loro sono in difetto due volte.

Cosa doveva mai dire di così difficile?
Nulla di diverso da quel che hanno detto gli altri eurodeputati del Pd, Lega e Fratelli d’Italia in difesa del prodotto italiano. Non cascava il mondo ma era importante mettere a verbale che anche i Cinque Stelle si schieravano ufficialmente . Avevo anche sentito Patuanelli per questo, ma non è stato possibile. Non per colpa mia. Se un parlamentare sbaglia, ruba o altro venga pure linciato, ma non per un caso montato ad arte.

Da chi?
Ancora non lo so, ma è evidente che i media italiani da ieri sera a oggi costruiscono un caso senza che nessuno mi chiamasse. La notizia delirante è la creazione della fake news. Se vuoi sapere perché parlano male di me il motivo io lo so, ma è complesso.

Solo un accenno…
In passato alle Iene ho fatto inchieste che hanno toccato dei potenti che me l’hanno giurata. E non è complottismo, purtroppo lo so. È un problema mio che dura da un po’. Ma è un altro discorso.

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