A casa tutti bene? Ma anche no. Perché “ci siamo odiati tutta la vita, non lo vedi come stiamo?” esplode la voce del pater familias Pietro, un intenso Francesco Acquaroli. Del resto trattasi di “personaggi mucciniani”, gente che “vive con una centrifuga emotiva dentro sempre accesa” per dirla con una delle protagoniste Silvia D’Amico a cui fa eco il collega Simone Liberati “il mucciniano è un essere umano senza pelle”. Prodotto fra i top titoli annuali della scuderia di Sky Originals (realizzato con Lotus Production), ecco arrivare alla 16ma Festa del Cinema di Roma A casa tutti bene – La serie creato, scritto e diretto da Gabriele Muccino. Un’anteprima attesissima prima dell’uscita su Sky Atlantic e Now prevista dal prossimo dicembre.

Facile ed ovvio indovinarne la genesi. Alla base c’è l’omonimo film del 2018 la cui famiglia protagonista “ne usciva dissanguata: impossibile abbandonarla su quell’isola con un finale severo e implacabile che era più una fuga. E questa idea – spiega il regista romano – è arrivata a me e al cast di allora già mentre realizzavamo il film. Portiamoli a casa, nella loro vita quotidiana a Roma, mi sono ripromesso”. Detto fatto, eccoli riemergere, con tutti i loro conflitti, tormenti, le loro esternazioni sempre esagerate protratte in lunghezza e durata visto che di 8 episodi si tratta. E Muccino, da stakanov emotivo qual è, li ha girati tutti d’un fiato e soprattutto di sua mano “perché non volevo cambiare il linguaggio che uso per il cinema e per questo non potevo adottare un filmmaker diverso da me, dal mio stile così elaborato e personale. Forse qualcosa di diverso c’è, ad esempio un maggior numero di primi piani perché si tratta di uno schermo piccolo, ma nella messa in scena non si distingue il cinema dalla tv”.

Mutata nel cast per ovvie ragioni di impegni di quello presente nel film “con un’operazione simile a quella operata per Romanzo Criminale” (suggeriscono i producer di Sky), la sostanza drammaturgica di A casa tutti bene – La serie resta invariata, trovando la sua materia prima nella famiglia, quella mucciniana s’intende, da cui il regista non intende rinunciare né aggiornarsi. “Non si è aggiornata nella storia dell’umanità, figuriamoci per me – chiosa il cineasta. “Se la famiglia avesse possibilità di coesioni e unità di intenti, e se l’armonia fosse il suo comune denominatore, probabilmente vivremmo in una società senza conflitti, guerre e sopraffazioni. Una società privata dal cannibalismo umano. Le dinamiche strutturali che tengono insieme le famiglie, e la necessità dell’uomo di riscattare ed avere consenso e potere, ricchezza e vittoria, è ciò che ha definito l’evoluzione dell’uomo e la spiegazione della Storia”.

Dunque ancora una famiglia, anzi due, fra loro imparentate al centro del racconto: da una parte i ricchissimi ristoratori Ristuccia con i capostipiti Pietro (Acquaroli) e Alba (Laura Morante e i loro tre figli Carlo (Francesco Scianna), Sara (Silvia D’Amico) e Paolo (Simone Liberati) e i relativi compagni e figli; dall’altra i più modesti Mariani con la mater familias Maria, sorella di Pietro Ristuccia, e i suoi figli Sandro (Valerio Aprea) e Riccardo (Alessio Moneta) e rispettivi congiunti. Intessuto nella trama che si dipanerà anche – e questo è un annuncio sotto traccia fatto da Muccino stesso – in una seconda stagione già prevista, è l’elemento del thriller, qualcosa di inedito negli universi narrativi del regista rientrato in Italia da Hollywood da quattro anni. “Mi intrigava, ho sempre voluto farlo ma non mi era mai arrivata l’occasione” ha sottolineato.

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