Alzati e cammina. Anzi, gioca. Basta sceneggiate, calciatori accasciati in mezzo al campo, azioni interrotte controvoglia e contro lo spirito del gioco, stucchevoli encomi su tutti i media per celebrare il giocatore che rinuncia a un’occasione o la squadra che addirittura restituisce il gol agli avversari. Solo calcio: abbasso la retorica del fair play che va oltre il fair play, viva la Lazio che segna con l’uomo a terra. Di Lazio-Inter, più che per il ritorno di Inzaghi all’Olimpico, la vendetta piccola piccola di Lotito o la vittoria biancoceleste che pesa tanto sulla classifica del campionato, si parla per il contestatissimo gol di Felipe Anderson, arrivato mentre Di Marco era fermo dopo uno scontro e i calciatori dell’Inter chiedevano di fermarsi. Inevitabile che sia così, visto che la rete è stata decisiva. Ma non bisogna chiedersi come sarebbe finita se la Lazio avesse buttato la palla fuori. Perché non bisogna chiedersi proprio se la Lazio avrebbe dovuto buttare la palla fuori.

Il fenomeno dell’uomo a terra è diventato un malcostume del calcio in generale e del calcio italiano in particolare. Da tempo, mica da sabato. Mettiamo da parte il caso specifico del povero Di Marco, che la botta l’aveva effettivamente presa. Accantoniamo anche la dinamica dell’azione, se i nerazzurri avessero avuto effettivamente l’opportunità di mettere loro per primi la palla fuori (come sostiene Sarri) o no perché Lautaro aveva il compagno alle spalle e non poteva accorgersene. Analizziamo solo la questione in assoluto: non se ne può più di vedere il gioco spezzettato per infortuni o presunti tali accusati dai calciatori, che non sono propriamente gli sportivi più corretti di questo mondo.

All’Olimpico e in questi casi in generale, si tira sempre in ballo il fair play, ma sempre un po’ a sproposito. Perché non sarà il massimo della lealtà sportiva approfittare dell’inferiorità numerica degli avversari, ma lo è ancor meno rimanere a terra per fermare un’azione avversaria, salvo poi rialzarsi appena riconquistata palla. Senza voler arrivare agli estremi del rugby, dove l’azione va avanti anche con barelle e medici in campo a soccorrere gli infortunati, bisognerebbe stabilire una volta per tutte che l’uomo a terra fa semplicemente parte del gioco del pallone. E che l’unica discriminante dev’essere l’incolumità del giocatore, lasciando dunque all’arbitro, e soltanto a lui, la scelta di interrompere o meno il match. Se il direttore di gara non fischia, si gioca. Come ha giocato la Lazio. E come aveva giocato in Serie C qualche settimana fa il Campobasso, salvo poi “restituire” il gol alla Fidelis Andria. Ma quale comportamento è davvero in linea con lo spirito del gioco?

Tornando alla partita dell’Olimpico, a caldo si può anche capire la reazione furibonda dei nerazzurri che si sono sentiti vittima di una ingiustizia. Ma l’Inter deve prendersela solo con se stessa per aver buttato una partita che aveva dominato per un’ora. E a ben vedere aveva cominciato a complicarsela già prima di quell’episodio, col rigore ingenuamente concesso da Bastoni. Non è la prima volta che succede, se pensiamo ai pareggi con Sampdoria e Atalanta, o agli 0-0 di Champions League. Tutte partite ben giocate e non vinte per colpe proprie. Se si analizza l’azione incriminata, i nerazzurri hanno sbagliato per ben due volte: la prima, quando Reina blocca il tiro e fa ripartire l’azione e alcuni giocatori non ripiegano, perdendo l’attimo in cui si innesta il contropiede biancoceleste; la seconda, quando Skriniar legge male la posizione e si lascia scavalcare dal pallone, permettendo a Immobile di arrivare alla conclusione in area di rigore, e il resto è storia. Gli errori in casa nerazzurra cominciano ad accumularsi ed è nei dettagli che si vince uno scudetto. Contro la Lazio l’Inter ha perso una grande occasione, il calcio italiano forse ha imparato una lezione.

Twitter: @lVendemiale

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