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Mondo

18 Ottobre 2021

Ultimo aggiornamento: 12:20 del 18 Ottobre 2021

Cina, Pechino smentisce il lancio di missili ipersonici: “Solo un test di routine per un veicolo spaziale. Abbiamo scopi pacifici”

di F. Q.
Il ministro degli Esteri cinese Zhao Lijian ha risposto all'articolo pubblicato, nel weekend, dal Financial Times. Secondo il quotidiano inglese, Pechino ad agosto aveva sperimentato un razzo, con capacità nucleare, in grado di percorrere lunghissime distanze - addirittura l'intera circonferenza del globo terrestre - senza essere intercettato
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Cina, Pechino smentisce il lancio di missili ipersonici: “Solo un test di routine per un veicolo spaziale. Abbiamo scopi pacifici”
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“Era un test di routine per un veicolo spaziale“, non un missile ipersonico con capacità nucleare. Così il ministro degli Esteri cinese Zhao Lijian ha risposto all’articolo pubblicato, nel weekend, dal Financial Times secondo cui Pechino ad agosto aveva sperimentato un razzo in grado di percorrere lunghissime distanze – addirittura l’intera circonferenza del globo terrestre – senza essere intercettato. Le rivelazioni avevano sorpreso persino l’intelligence statunitense: se verificate, avrebbero rappresentato un avanzamento della tecnologia bellica preoccupante per Washington.

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La Cina però ha smentito tutto. Si è trattato solo di “una prova di routine di un veicolo spaziale per verificare che la tecnologia sia riutilizzabile – riferisce la testata locale Cgtn – È importante per ridurre i costi dei velivoli” di quel genere. L’obiettivo è comprendere – ha aggiunto Zhao nel briefing quotidiano – quale sia “un modo conveniente ed economico di utilizzare lo spazio per scopi pacifici“.

Una versione che però non convince: per alcuni osservatori, indipendentemente dagli armamenti utilizzati, il test sarebbe l’ennesimo atto di Pechino per “mostrare i muscoli”, cioè la sua forza militare, e limitare le ingerenze esterne nelle questioni regionali dell’indo-pacifico. In particolare il transito di navi da guerra di Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna – che con gli Usa ha siglato il patto Aukus – nello stretto di Taiwan, ha indispettito la Cina. Tra giovedì e venerdì scorso il passaggio del cacciatorpediniere missilistico di classe Arleigh Burke USS Dewee e della fregata canadese HMCS Winnipeg hanno scatenato le parole di condanna di Pechino che rivendica l’annessione dell’isola, solo formalmente parte del suo territorio.

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  • 18:48 - L’Atlantic Council punta su Roma. Mezran: “Italia e Stati Uniti rischiano di perdere la Libia”

    (Adnkronos) - L’Atlantic Council punta su Roma per rafforzare il dialogo tra Stati Uniti, Italia ed Europa sul Nord Africa e sul Medio Oriente. L'obiettivo del nuovo Rome program è costruire un luogo di confronto e di elaborazione strategica in una fase in cui l'influenza occidentale nella regione è sempre più contestata, mentre le politiche di Washington e delle capitali europee faticano a trovare una direzione comune.

    A spiegare il significato dell'iniziativa, in un'intervista ad Adnkronos, è Karim Mezran, direttore della North Africa Initiative e resident senior fellow dell'Atlantic Council, convinto che Roma possa diventare un punto di raccordo indispensabile tra le due sponde dell'Atlantico e quella meridionale del Mediterraneo.

    “Vogliamo cercare di invertire una rotta”, spiega Mezran. “La simpatia e il soft power di cui gli americani hanno sempre goduto presso gli europei stanno diminuendo. Noi vogliamo mostrare che l'America rimane un Paese capace di contribuire allo sviluppo e alla soluzione dei problemi internazionali, anche se con questa amministrazione le difficoltà sono enormi”.

    Ma il rapporto, insiste, deve funzionare in entrambe le direzioni. “Vogliamo rafforzare queste relazioni in modo che sia anche l'Italia a dare qualcosa all'America, aiutandola ad affrontare i problemi del Medio Oriente e del Nord Africa. L'Italia è in prima linea, ma senza gli americani non può fare tutto quello che dovrebbe. E gli americani, dal canto loro, non fanno quello che dovrebbero. È un cortocircuito che sta facendo perdere la Libia a entrambi”.

    Fondato a Washington nel 1961, l'Atlantic Council è uno dei principali think tank americani impegnati nell'analisi delle relazioni internazionali, della sicurezza e della cooperazione transatlantica. Attraverso centri di ricerca, programmi regionali, pubblicazioni e incontri tra esponenti politici, diplomatici, accademici e imprese, l'organizzazione produce analisi e proposte destinate a orientare il dibattito e le decisioni di politica estera.

    Il lavoro sul Medio Oriente e sul Nord Africa fa capo principalmente al Rafik Hariri Center e ai Middle East Programs. Mezran dirige la North Africa Initiative, che si occupa delle trasformazioni politiche, economiche e strategiche della sponda sud del Mediterraneo. Lo studioso conosce bene anche il contesto italiano: tra il 2002 e il 2012 è stato direttore del Centro Studi Americani di Roma.

    La scelta della Capitale risponde dunque a una precisa logica geopolitica. L'Italia dispone di relazioni consolidate con attori chiave come Algeria, Libia, Egitto e Turchia, ma non sempre riesce a trasformare questi rapporti in una strategia regionale, anche per la difficoltà di coordinare le iniziative europee e per il limitato coinvolgimento americano.

    “Il nostro compito è proporre idee, anche quando significa dire ai governi che stanno sbagliando”, osserva Mezran. “Non possiamo limitarci a chiudere loro la porta in faccia oppure a dire che va tutto bene. Bisogna lavorare con chi prende le decisioni, spiegare che esistono strade diverse”.

    Il programma romano avrà il suo primo appuntamento pubblico lunedì 19 ottobre, dalle 17, al Centro Studi Americani di via Michelangelo Caetani 32, con una conferenza dal titolo From the Red Sea to the Atlantic: Transatlantic Policy and the Greater North African Security Complex.

    Al centro dell'incontro una tesi precisa: Maghreb, Sahel, Corno d'Africa e Mar Rosso non possono più essere considerati teatri separati. La competizione tra Algeria e Marocco, l'espansione delle reti jihadiste, le crisi migratorie, la guerra in Sudan, gli interessi dell'Egitto sul Nilo e la sicurezza delle rotte marittime compongono ormai un unico sistema strategico, mentre le istituzioni occidentali continuano spesso a ragionare secondo divisioni geografiche superate.

    Ad aprire i lavori saranno Jörn Fleck, senior director dell'Europe Center dell'Atlantic Council, Roberto Sgalla, direttore del Centro Studi Americani, e Will Wechsler, senior director dei programmi mediorientali del think tank. Seguirà l'intervento di Maurizio Greganti, vice direttore generale per gli Affari politici e la sicurezza internazionale della Farnesina.

    La discussione, moderata da Mezran, vedrà la partecipazione di esperti di sicurezza e politica regionale, tra cui Hannah Armstrong, Can Kasapoğlu e Caterina Roggero. Le conclusioni saranno affidate a Giampiero Massolo, membro del consiglio di amministrazione del Centro Studi Americani.

    L'iniziativa si propone di affrontare una questione di fondo: come può cambiare la strategia transatlantica in una regione nella quale gli attori locali e regionali esercitano un'influenza crescente, mentre Stati Uniti ed Europa rischiano di perdere capacità di iniziativa?

    È proprio da questa domanda che prende avvio la conversazione con Mezran.

    L'Europa sembra procedere ancora in ordine sparso nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Esiste davvero la possibilità di costruire una politica comune?

    “Il problema è che non esiste una vera politica europea in quest'area. Ogni Stato agisce secondo i propri interessi e le proprie relazioni storiche. Spesso guardiamo ai Paesi della regione, e perfino alle comunità che da quei Paesi arrivano in Europa, soprattutto attraverso la lente dell'immigrazione e dell'ordine pubblico. È una prospettiva sbagliata, perché impedisce di comprendere le dinamiche politiche e sociali.

    Pensiamo alla Libia. Dopo aver contribuito all'intervento contro Gheddafi, gli europei non sono stati capaci di costruire una strategia comune per la stabilizzazione del Paese. Non ci sono stati né la volontà politica né gli strumenti necessari.

    Certo, sarebbe molto meglio agire tutti insieme. Ma se questo non è possibile, almeno bisognerebbe coordinarsi. Se non possiamo unirci, almeno coordiniamoci. Oggi, invece, troppo spesso i Paesi europei finiscono per muoversi gli uni contro gli altri”.

    Proprio la Libia sembra rappresentare il caso più evidente di questo fallimento. L'Italia ha ancora la possibilità di assumere un ruolo decisivo?

    “Assolutamente sì. L'Italia dispone di rapporti che altri Paesi non hanno. Penso all'Algeria, all'Egitto e alla Turchia. Il problema è mettere queste relazioni al servizio di una strategia.

    Prendiamo l'Algeria: è un Paese fondamentale, una grande potenza regionale che non può essere marginalizzata. La questione del Sahara occidentale e il riconoscimento della sovranità marocchina da parte di diversi Paesi hanno creato tensioni molto forti. L'Italia ha saputo mantenere un rapporto importante con Algeri e questa è una risorsa politica.

    Se Roma elaborasse una proposta seria sulla Libia, potrebbe trovare interlocutori disponibili. L'Algeria avrebbe interesse a sostenerla e la Turchia difficilmente si muoverebbe apertamente contro Algeri. Anche l'Egitto deve essere coinvolto.

    Meloni ha rapporti con Tebboune, Al Sisi ed Erdogan. Perché non utilizzare queste relazioni per cercare un'intesa? I costi del proseguimento dell'attuale situazione libica sono troppo alti per tutti. Bisogna avere il coraggio di mettere questi attori intorno a un tavolo”.

    Tra tutti gli attori regionali, la Turchia sembra quello che ha saputo muoversi con maggiore abilità, dalla Libia alla Siria, fino ai rapporti con Russia e Ucraina. Come giudica la strategia di Erdogan?

    “Erdogan è un politico estremamente abile. È riuscito a inserirsi in teatri molto diversi e a parlare con interlocutori che sembravano incompatibili. Guardiamo alla Libia: la Turchia è entrata nel Paese sostenendo una parte del confronto politico e militare, ma oggi dialoga anche con Haftar.

    Sta costruendo una rete di relazioni che le permette di aumentare costantemente la propria influenza. È una dimostrazione di capacità strategica. La Turchia non si limita a difendere una posizione acquisita, cerca continuamente nuovi spazi di manovra.

    È un Paese con cui dobbiamo confrontarci, perché il suo ruolo è destinato a crescere, anche nei rapporti con l'Egitto e nel Corno d'Africa”.

    Lei però indica nell'Egitto il possibile grande protagonista dei prossimi anni. Una previsione sorprendente, considerando la crisi economica e le difficoltà del Paese. Perché?

    “Lo so, è una previsione che va contro molte analisi correnti. Ma secondo me l'Egitto sarà il Paese di cui parleremo tra quattro o cinque anni.

    Naturalmente ha problemi economici enormi, ma sta accadendo qualcosa anche all'interno della società. Vedo un fermento diverso, una ripresa delle idee, dei circoli intellettuali, delle attività culturali. La classe media, che per molto tempo è stata schiacciata dal peso del sistema militare, comincia a manifestare nuove aspirazioni.

    E poi ci sono le ragioni geopolitiche. L'Egitto è un grande Paese, con una popolazione di oltre cento milioni di persone, una storia e un peso regionale che non possono restare ai margini.

    La Turchia e l'Egitto sono, per molti aspetti, alleati naturali. Il Cairo può diventare un attore centrale in un sistema di relazioni che comprende Ankara, il Pakistan, l'Arabia Saudita e il Corno d'Africa. Non penso soltanto alla dimensione militare, ma anche agli scambi culturali, alla formazione, alle relazioni economiche”.

    Questo rafforzamento di Turchia ed Egitto potrebbe però entrare in collisione con Israele. L'ostilità tra Ankara e il governo israeliano è reale oppure esistono spazi di mediazione che non vediamo?

    “L'ostilità è reale, soprattutto tra Turchia e Israele. Non bisogna confondere questo rapporto con quello che Israele ha avuto per lungo tempo con l'Arabia Saudita, dove il dialogo tra le leadership poteva proseguire anche in presenza di una retorica pubblica molto dura.

    Con la Turchia il confronto è più profondo e riguarda gli equilibri strategici della regione, in particolare la Siria. Israele teme che una Siria stabilizzata e fortemente legata ad Ankara possa accrescere ulteriormente il peso turco ai suoi confini.

    Anche il rapporto con l'Egitto è destinato a cambiare. Israele ha esercitato per molto tempo una forte capacità di condizionamento sulle scelte strategiche del Cairo, ma non credo che questo equilibrio possa durare per sempre. Se l'Egitto recupererà maggiore autonomia e capacità di iniziativa, ci saranno inevitabilmente conseguenze per l'intera regione”.

    Veniamo all'Iran. Dopo le proteste interne e gli attacchi americani e israeliani, il regime è davvero più fragile? Oppure il nazionalismo iraniano può rivelarsi più forte del malcontento verso la Repubblica islamica?

    “Questo è un punto che in Occidente si comprende molto poco. In Iran esiste un'opposizione al regime, esiste un malcontento profondo e ci sono persone che vorrebbero liberarsi della Repubblica islamica. Ma il nazionalismo iraniano è una forza potentissima. Bisogna conoscere la storia di quel Paese. Anche durante la guerra contro l'Iraq, persone che erano ostili alla rivoluzione islamica si mobilitarono per difendere la patria. L'identità nazionale, in certi momenti, conta più dell'opposizione politica.

    Oggi accade qualcosa di simile. Anche chi odia il regime non necessariamente accetta che Israele o gli Stati Uniti bombardino il proprio Paese. E questo crea una contraddizione enorme. Se gli iraniani percepiscono che una rivolta interna può portare a un governo imposto dall'esterno, magari considerato dipendente da Israele, molti preferiranno non ribellarsi. Per questo penso che gli attacchi americani e israeliani abbiano perfino indebolito, almeno in questa fase, le possibilità di una sollevazione popolare contro il regime”.

    Quindi la tenacia iraniana può avere la meglio sull'impazienza americana?

    “Assolutamente sì. Per ora non vedo una situazione in cui l'Iran sia davvero sul punto di cedere. Gli attacchi possono provocare danni enormi, ma non bastano necessariamente a piegare un Paese. Gli Stati Uniti possono avere una superiorità militare schiacciante, ma questo non significa che possano ottenere il risultato politico desiderato. Un conto è bombardare, un altro è trasformare un'intera società o cambiare stabilmente il suo sistema di potere.

    L'Iran può resistere molto più a lungo di quanto molti a Washington immaginino. E più il conflitto viene vissuto come un'aggressione dall'esterno, più rischia di rafforzarsi quel sentimento nazionale che tiene insieme anche persone profondamente ostili al regime”.

    Un eventuale cambiamento politico in Israele, con la fine della stagione di Netanyahu, potrebbe modificare questi equilibri?

    “Un cambiamento della leadership israeliana sarebbe un primo tassello importante. Ma non bisogna pensare che basti sostituire un primo ministro per cambiare automaticamente tutto. Negli ultimi anni si sono consolidate tendenze molto profonde nella società e nella politica israeliana, soprattutto sul terreno del nazionalismo e dell'espansione degli insediamenti. Anche un nuovo governo dovrebbe fare i conti con queste realtà.

    Credo che, per arrivare a un cambiamento sostanziale della politica regionale, servirebbe anche una diversa impostazione americana. Finché non cambieranno alcune delle idee che hanno guidato Washington e Israele, sarà difficile immaginare un ritorno a una situazione più stabile”.

    In definitiva, qual è la prima cosa che Stati Uniti ed Europa dovrebbero cambiare nel loro modo di guardare al Medio Oriente?

    “La convinzione che esistano amici e nemici permanenti. In Medio Oriente non esiste il bianco e nero. Non ci sono alleati per sempre e non ci sono nemici per sempre. Per questo considero sbagliato anche trattare l'Iran come un nemico eterno, senza lasciare alcuno spazio a una possibile evoluzione dei rapporti. Bisogna conoscere le società, capire le loro contraddizioni, ascoltare chi cerca di cambiarle. E bisogna smettere di pensare che tutto si risolva soltanto con i soldi o con la forza.

    Sono le idee che muovono il mondo, non i soldi. I soldi possono schiacciare il mondo, ma non bastano a svilupparlo. Bisogna offrire alle persone la speranza di poter vivere meglio, di costruire qualcosa di diverso, di utilizzare anche la propria religione per il bene e non per il male. È un compito enorme, rispetto al quale noi siamo piccolissimi. Ma bisogna cominciare da qualche parte. E bisogna avere il coraggio di dire anche ai più potenti quando stanno sbagliando”.

  • 18:34 - **Aeroporti: disservizio di apparato all'origine del caos voli, per i sindacati infrastrutture obsolete**

    Roma, 16 ott.(Adnkronos) - All'origine del guasto che ha colpito la rete di trasmissione dati a supporto dei servizi di controllo del traffico aereo gestito da Enav ci sarebbe un "disservizio di apparato", che indica il malfunzionamento o il degrado delle prestazioni di un dispositivo hardware. Lo apprende l'Adnkronos. Alle 15 di oggi Enav ha ripristinato l'operatività della rete del traffico aereo al 100% dopo averla garantita al 50% (e poi al 75%) nel corso della giornata grazie alla rete secondaria satellitare.

    Mentre per accertare le cause del guasto bisognerà attendere un report ufficiale, fonti sindacali puntano il dito contro l’obsolescenza dell’infrastruttura tecnologica Enav e la mancanza di investimenti su Techno Sky, società dell'ente che si occupa di manutenzione. I malfunzionamenti hardware sarebbero in grado infatti di generare un sovraccarico di dati tale da mandare in tilt la rete. Le fonti sindacali parlano di "anni di sotto investimenti infrastrutturali, sistemi obsoleti e carenza di personale e personale mal pagato".

    Già lo scorso anno un guasto aveva colpito il sistema di controllo, ma in quel caso aveva riguardato il Nord. Stavolta invece le conseguenze del malfunzionamento hanno interessato tutta la rete nazionale, che passa dai quattro centri radar di Roma, Milano, Padova e Brindisi. In giornata Enav ha precisato che tutte le strumentazioni funzionavano regolarmente, e che il problema riguardava esclusivamente la rete di trasmissione dati. Per la risoluzione del guasto è stato costante il lavoro con i fornitori esterni, a partire da Tim, che si occupa della gestione e della manutenzione della rete. I sindacati sono stati convocati lunedì 19 ottobre dai vertici Enav per un confronto.

  • 17:51 - Farmaceutica, Angeleri (Bayer): "Cura, salute e sicurezza in nostro Dna"

    Roma, 16 ott. (Adnkronos Salute) - "Bayer è una società Life-Science. Ciò significa che all'interno del proprio Dna ha la cura della salute e della sicurezza, non solo dei propri dipendenti e delle proprie famiglie, ma anche di tutti i cittadini". Lo ha detto Annalisa Angeleri, responsabile della Salute e sicurezza di Bayer Italia, in occasione dell'Health&Safety Day 2026 che si è svolto oggi presso la Fondazione Triulza di Milano. Un evento promosso dalla farmaceutica, in collaborazione con Cdi - Centro diagnostico italiano, in occasione della Giornata mondiale della rianimazione cardiopolmonare, che si celebra il 16 ottobre.

    "Per Bayer - conclude - promuovere questi eventi è fondamentale, perché l'obiettivo è cercare di trasformare ogni comune cittadino in un primo soccorritore", ed essere, "nella catena della sopravvivenza, parte attiva".

  • 17:09 - Salute: tra corpo e mente, viaggio nell'evoluzione del corpo femminile

    Roma, 16 ott. (Adnkronos) - L'evoluzione del corpo femminile è un viaggio che coinvolge tanto il fisico quanto la mente. Dal menarca alla menopausa, i cambiamenti fisici si intrecciano con emozioni, carico psicologico e percezione di sé: per questo il focus del secondo episodio di 'IntimaMente Noi', vodcast realizzato da Essity in collaborazione con Adnkronos, è sull’importanza dell'igiene intima sul piano emotivo, oltre che su quello pratico. A dibattere di alcuni dei tabù emersi dalla ricerca 'Gli italiani, l'igiene personale e l'igiene intima', realizzata da Essity con AstraRicerche sul rapporto della popolazione italiana con l’igiene personale e intima, sono la presidente della commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune di Milano Diana De Marchi, la psicosessuologa Leni Marseglia e Alessandra Lisco, Marketing Director Iberia & Italy di Essity.

    Le variazioni ormonali incidono su sensibilità emotiva, irritabilità, vulnerabilità e senso di sovraccarico mentale, modellando il modo in cui le donne vivono il proprio corpo giorno dopo giorno. Come evidenzia l’indagine di AstraRicerche, l’importanza degli aspetti psicologici è confermata dall’esperienza diretta: l’83,8% delle donne intervistate ha vissuto almeno una situazione di disagio durante il ciclo, in particolare legata alla paura di sporcarsi (59,7%), alla percezione di cattivi odori (41,1%) o alla vergogna di essersi sporcate in pubblico (26%, che sale al 39% tra le 18-29enni). Inoltre il tema dell'igiene è intimo e solo parzialmente condiviso: in caso di insicurezza, il 36,1% non ne parla con nessuno. Il partner resta il confidente principale (28,9%) che con genitori e fratelli porta i parenti al 40,9%, seguiti dagli amici (22,2%) mentre medici e specialisti sono consultati raramente (14,5% in totale tra medico di base, ginecologo, psicologo o altri medici). "È preoccupante che solo una quota così bassa di donne si rivolga a uno specialista sia per ciò che riguarda la sfera più fisiologica sia per quella psicologica, mentale e sessuale”, commenta Alessandra Lisco. "Quello che può fare una donna nel momento in cui si trova ad affrontare una situazione di imbarazzo è sicuramente parlarne, cercare di avere un dialogo aperto con qualcuno e riuscire a esprimersi liberamente", aggiunge.

    Secondo l’indagine di AstraRicerche il 77,1% delle donne intervistate ritiene che la scarsa igiene provochi imbarazzo e vergogna nel comunicare, il 73,5% che renda difficile lasciarsi andare, il 69,3% che comprometta l’intimità di coppia, il 67,8% che allontani dalla persona amata e il 63,5% che renda difficile esprimere i propri sentimenti. "Siamo sempre tanto insicure nei confronti del nostro corpo ma perché? Le donne che sono veramente in confidenza e connesse con la propria vulva e con la propria vagina sono poche", dice Leni Marseglia. "La stragrande maggioranza – spiega la psicosessuologa - pensa di avere un odore che al partner o alla partner possa dare fastidio anche se si sono appena fatte la doccia, pensa di non essere all'altezza, di avere un corpo non gradevole. E questa narrativa, che fa parte della nostra sociocultura, va assolutamente scardinata".

    Il disagio emotivo, l'ansia anticipatoria e il dolore fisico hanno un impatto sulla vita quotidiana, che si parli di presenza sociale, di lavoro o di scuola: una parte rilevante degli intervistati da AstraRicerche (il 28,8%) ammette difficoltà nel gestire l’igiene quando serve. “Io credo che sul piano pratico sicuramente non si tratta solo di una questione sanitaria, come nel tempo si è pensato, ma di una questione di inclusione e di pari opportunità”, dice Diana De Marchi. "Quello che dobbiamo favorire in tutti i luoghi in cui possiamo intervenire è avere ambienti che permettano alle persone di partecipare alla vita scolastica, professionale o sociale senza essere limitate e senza avere degli ostacoli per le condizioni fisiologiche o esigenze che hanno. Credo che sia fondamentale promuovere una maggiore informazione, come abbiamo iniziato a fare anche a Milano, su tutto il tema della salute mestruale e ginecologica e cercare con tutte le possibilità che abbiamo di sollecitare un dibattito e una riflessione costante per contrastare lo stigma e i tabù che spesso impediscono alle donne di chiedere aiuto, anche alle giovani donne, ma non solo, e di esprimere i propri bisogni".

  • 16:57 - Cavioni (Irc): "Diffondere la cultura della rianimazione in Italia"

    Roma, 16 ott. (Adnkronos Salute) - "Bisognerebbe diffondere il più possibile la cultura della rianimazione cardiopolmonare perché, in realtà, è il cittadino a salvare la vita alle persone, ancora prima del sanitario". Così Simona Cavioni, responsabile del centro di formazione Irc - Italian Resuscitation Council Nursing Project di Monza, intervenendo oggi all'Health&Safety Day 2026 che si è svolto presso la Fondazione Triulza di Milano. L'iniziativa è promossa da Bayer in occasione della Giornata mondiale della rianimazione cardiopolmonare, che si celebra il 16 ottobre, in collaborazione con Cdi - Centro diagnostico italiano.

    Una indagine recente rileva che "1 italiano su 2 conosce poco o per nulla le procedure di emergenza e solo il 16% si sente davvero preparato a metterle in pratica". Sono dati "un po' sconfortanti, ma purtroppo veri - commenta Cavioni - Siamo una popolazione molto empatica", ma "non conoscendo e non sapendo cosa fare" non si interviene "nelle varie situazioni di emergenza per timore di sbagliare"..

  • 16:55 - Health&Safety Day 2026, l’impegno di Bayer per imparare le manovre di primo soccorso

    Roma, 16 ott. (Adnkronos Salute) - Diffondere la conoscenza delle manovre di primo soccorso e favorire una maggiore consapevolezza nella gestione delle emergenze. È questo l’intento dell’Health&Safety Day 2026, iniziativa gratuita e aperta a tutta la cittadinanza, promossa da Bayer in collaborazione con il Centro diagnostico italiano (Cdi), che si è svolta negli spazi di Fondazione Triulza al Milano innovation district (Mind). L’incontro, organizzato in occasione della Giornata mondiale della rianimazione cardiopolmonare, che si celebra oggi, 16 ottobre - informa una nota - ha previsto un momento teorico e uno pratico dedicati all'apprendimento delle principali tecniche di primo soccorso, con particolare attenzione alla rianimazione cardiopolmonare (Rcp) e alla disostruzione delle vie aeree. Il team infermieristico di Cdi, a cui è stata affidata la parte sanitaria dell’incontro, ha illustrato le procedure delle principali manovre salvavita e, nella seconda parte della giornata, ha accompagnato i partecipanti durante le esercitazioni e simulazioni pratiche, rispondendo alle loro domande e, se necessario, correggendo i gesti durante le prove.

    L’iniziativa promossa da Bayer si inserisce in un contesto in cui le conoscenze sulle procedure di emergenza risultano ancora limitate. Solo il 16% degli italiani saprebbe intervenire con le corrette procedure di primo soccorso, in caso di arresto cardiaco, come il massaggio cardiaco e l’utilizzo del defibrillatore automatico esterno (Dae), rileva un’indagine commissionata da Irc - Italian Resuscitation Council all’Osservatorio Opinion Leader 4 Future, Credem e università Cattolica. "La percentuale è un po' sconfortante, ma purtroppo è vera - afferma Simona Cavioni, responsabile del centro di formazione Irc-Nursing Project di Monza - Siamo una popolazione molto empatica, con il desiderio di fare, ma il problema principale in Italia è la mancanza di conoscenza. Non conoscendo e non sapendo cosa fare, le persone hanno paura di intervenire nelle varie situazioni di emergenza per timore di sbagliare. Questo è un nostro limite, che purtroppo porta a percentuali di successo molto basse su alcuni eventi come la rianimazione cardiopolmonare". Dal report, inoltre, è emerso che "il 29% degli italiani si limiterebbe a chiamare i soccorsi, il 21% offrirebbe supporto senza intervenire direttamente, il 32% agirebbe solo se guidato dalle indicazioni telefoniche di un operatore e il 2% non interverrebbe proprio". Per quanto concerne, invece, il tema della conoscenza, "il 13% degli italiani conosce bene le procedure di soccorso per l’arresto cardiaco, il 41% le conosce solo ‘a grandi linee’ e il 46% non le conosce affatto".

    "Bayer è una società Life-Sciences. Ciò significa che all’interno del proprio Dna ha la cura della salute e della sicurezza, non solo dei propri dipendenti e delle proprie famiglie, ma anche di tutti i cittadini - sottolinea Annalisa Angeleri, responsabile della salute e sicurezza di Bayer Italia - Pertanto", per la farmaceutica "promuovere questi eventi è fondamentale, perché l'obiettivo è cercare di trasformare ogni comune cittadino in un primo soccorritore, il che significa essere parte attiva di quella che viene definita catena della sopravvivenza".

  • 16:45 - Turismo, Palazzo: "'In Lazio-be excellence. Lazio tourism market' accende riflettori su eccellenze province"

    Roma, 16 ott. (Adnkronos/Labitalia) - "Sono felicissima oggi di presentare questa prima edizione della fiera 'In Lazio' che ci consentirà di accendere i riflettori sulle identità e sulle eccellenze delle nostre province. Dopo il Ttg di Rimini continua il racconto di un Lazio meraviglioso da scoprire e lo faremo presso la città di Roma capitale, proprio per continuare ad utilizzare questo grande hub che ci consente però di aprirci poi alle bellezze infinite delle nostre province". Lo ha dichiarato Elena Palazzo, assessore regionale a Turismo, Ambiente e Sport, in occasione della presentazione della prima edizione di 'In Lazio-be excellence. Lazio tourism market', la manifestazione dedicata alla promozione delle eccellenze turistiche, culturali e territoriali del Lazio.

    "Questo - ha sottolineato - è il frutto di una strategia che abbiamo messo nero su bianco e il nostro claim è 'C'è tutto un Lazio intorno' e devo dire che i dati che iniziano ad arrivare e che ci sono stati consegnati anche a fine estate dal Sole 24 Ore ci riempiono di orgoglio, in quanto abbiamo un 16,3% in più rispetto alle prenotazioni online delle nostre strutture ricettive; ma forse l'orgoglio più grande sta sull'aumento degli arrivi nei nostri borghi".

    "Tutto ciò per raccontare una visione che vuole sottolineare che la nostra regione, oltre alla capitale, ha laghi, costa, aree interne, cammini, parchi, tradizioni ed eccellenze enogastronomiche tutte da far scoprire", ha concluso.

Adn Kronos www.adnkronos.com
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