Il giro d’affari non è quello di oppio e metanfetamine ma sono comunque tanti soldi. Che finivano, e finiscono, in buona parte nelle tasche di Talebani e dell’ Isis con il beneplacito delle autorità locali. La terra afghana è tanto sfortunata quanto ricca di tesori. Tra i minerali presenti nel sottosuolo c’è anche tanto il talco, tecnicamente noto come fillosilicato di magnesio. Il minerale più leggero al mondo il cui nome è, non a caso, di origine persiana (talaq). Conosciuto principalmente per la polvere che assorbe umidità, è utilizzato anche nella produzione di vernici, cosmetici, insetticidi, carta ed altro. Al momento dell’estrazione, grezzo, si presenta in cristalli che via via vengono lavorati e raffinati. Ad ospitare la maggior parte dei giacimenti afghani è la provincia di Nangarhar (in particolare i distretti di Sherzad e Khogyani) al confine con il Pakistan.

Dal 2019 in queste zone Talebani e Isis si fronteggiano apertamente per il controllo delle risorse minerarie. Estorsioni a danni dei produttori locali sono la norma, tanto da essere considerate una sorta di tassazione, qualcosa che ricorda da vicino il nostro “pizzo”. “Se non si paga, non si lavora”, ha affermato in un’intervista Malak Karnail, anziano capo tribù della regione. Dinamiche peraltro non rare nel mondo delle materie prime. Nel 2017 fonti locali riferivano che gli operatori minerari pagavano circa 10 dollari per tonnellata agli ufficiali locali e 12 dollari ai Talebani. Per raccogliere fondi venivano “tassati” anche i camion che trasportano materie prime. Un veicolo che carica 4-5 tonnellate di talco pagava, e verosimilmente paga tuttora, l’equivalente di 50 dollari (circa 40 euro). Un tributo che può essere chiesto più volte se nel tragitto si attraversano diversi villaggi. Ogni giorno sono circa un centinaio i camion che muovono talco tra Afghanistan e Pakistan.

I gestori locali di miniere afghane affermano di vendere il talco grezzo a 14 dollari per tonnellata, ma il valore con cui il minerale viene poi scambiato sui mercati arriva fino a 200 dollari. Secondo gli osservatori una parte di questa enorme discrepanza di prezzo si giustifica con tutti i “pagamenti accessori”, naturalmente non dichiarati ufficialmente. Spese che lasciano comunque ampi margini di guadagno a chi si rifornisce massicciamente in Pakistan/Afghanistan. Per l’opacità con cui avvengono questi traffici avere cifre precise è estremamente difficile. Alcune stime indicavano come su scala nazionale i Talebani incassassero dalle attività minerarie fino a 300 milioni di dollari l’anno. Nel 2015 fu posto un blocco al commercio di talco che il governo afghano dell’epoca riuscì ad implementare in misura discreta. Il blocco fu poi levato anche in virtù del diverso orientamento della Casa Bianca di Donald Trump, orientata a ritagliare uno spazio di compartecipazione per le aziende statunitensi allo sfruttamento delle risorse più che a bloccarne estrazione e utilizzo.

Il talco afghano è particolarmente pregiato, arriva in Pakistan dove viene miscelato con quello locale e poi in larga parte esportato. Ogni anno dal Pakistan escono più di 350mila tonnellate di talco a fronte di una produzione locale di 125mila tonnellate e di un consumo interno più o meno equivalente. La fetta più cospicua si dirige verso gli Stati Uniti (il 40%) ma quote consistenti vengono destinate anche ad Olanda ed Italia. Nel nostro paese ha sede Imi Fabi, uno dei principali produttori di talco al mondo che, negli stabilimenti italiani, raffina ulteriormente il minerale che arriva dall’Asia.

Nel 2016 il quotidiano francese Le Monde pubblicò un’inchiesta dal titolo “Comment l’industrie mondiale du talc finance le talibans et l’Etat islamique in Afghanistan”, firmata dal corrispondente da Nuova Delhi Julien Bouissou che citava come fonte confidenziale un’ organizzazione internazionale con sede in Afghanistan. Ne risultò che il commercio di talco fruttava ai soli Talebani circa 22 milioni di dollari l’anno e che i due più importanti operatori erano la francese Imerys e, appunto, l’italiana Imi Fabi. Il gruppo ha sede in Valmalenco e ha un giro d’affari da quasi 140 milioni di euro l’anno. In Pakistan detiene tuttora il 70% di Imi Omar. Tra i finanziatori dell’azienda ci sono anche Mediobanca e Cassa depositi e prestiti, controllata dal Tesoro italiano, che, solo nel 2019, ha sottoscritto bond di Imi Fabi per 15 milioni di euro. Secondo la ricostruzione di Le Monde, la controllata pakistana di Imi Fabi “ha pagato, tramite i suoi intermediari, una somma fissa per camion al governatore della provincia di Nangarhar, Saleem Khan Kunduzi, a fronte dell’ottenimento delle licenze per gestire le miniere di talco in questa regione”. Se davvero così fosse non sarebbe certo stata l’unica società a farlo ma era ed è tuttora uno degli operatori più importanti presenti sul campo. Nella richiesta di rettifica inviata al Fattoquotidiano.it (riportata integralmente a fine articolo, ndr), Imi Fabi nega di essere titolare di concessioni minerarie, né direttamente, né tramite la controllata Imi Omar.

Le accuse del giornale francese sono state riprese nel rapporto della Ong Global Witness dal titolo “At any price we will take the mines. The Islamic state, the Taliban, and Afghanistan’s white talc mountain”. Il presidente del gruppo Corrado Fabi ha declinato una richiesta di commento avanzata da Global Witness. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta di Le Monde la francese Imerys ha avviato un’ indagine interna, al termine della quale ha deciso di smettere di rifornirsi da Pakistan e Afghanistan. Diversa la linea di Imi Fabi che ha denunciato per diffamazione Le Monde. I giudici francesi hanno però assolto l’autore dell’articolo e il quotidiano da qualsiasi accusa, confermando la validità professionale delle modalità con cui è stata condotta l’indagine.

Interpellata sulla vicenda da il Fattoquotidiano.it, Imi Fabi ricorda come “il Pakistan rappresenti uno dei pochi mercati di approvvigionamento del talco su scala mondiale” (la produzione globale supera però le 8 milioni di tonnellate a fronte delle 600mila riconducibili al Pakistan ma è vero che la qualità di talco afghano ha pochi eguali nel mondo, ndr). “Per questo Imi Fabi conferma che, al pari di altri concorrenti internazionali, importa da società pachistane parte del proprio fabbisogno di talco da destinare alle sue produzioni di prodotti finiti per i settori delle plastiche, delle vernici, della gomma, della ceramica e non solo”. Aggiunge che “le due aziende fornitrici pachistane di Imi Fabi, su esplicita richiesta della stessa a scanso di qualsiasi opacità, sono state in più occasioni certificate e autorizzate dalle autorità pachistane, afghane e da enti terzi al fine di garantire trasparentemente la legalità della provenienza della materia prima e delle transazioni finanziarie a pagamento delle forniture. Proprio la continua e permanente instabilità geo politica dell’area di confine tra Pakistan e Afghanistan ha spinto nel tempo Imi Fabi a porsi ancora di più al riparo da qualsiasi potenziale rischio di presunti e indiretti coinvolgimenti dei suoi fornitori nella corruzione e nel finanziamento al terrorismo di matrice islamica, richiedendo ai fornitori stessi con il supporto delle autorità locali ogni possibile garanzia e certificazione per gli acquisti di talco”.

Il problema delle certificazioni concesse da Pakistan e Afghanistan sta nella loro attendibilità. Bassa, secondo osservatori ed esperti contattati da IlFattoquotidiano.it, visti gli altissimi livelli di corruzione che affliggono i due paesi. Questo, naturalmente, non significa che quelle addotte da Imi Fabi non siano veritiere. Claudio Bertolotti, direttore della società di consulenza Start Insight e autore del volume “Afghanistan contemporaneo, dentro la guerra più lunga” (volume che include anche consigli pratici per chi deve operare nel paese), spiega come quella tra Afghanistan e Pakistan sia da sempre una frontiera “porosa”. Bertolotti, che parla del contesto generale e non della specifica vicenda Imi Fabi, ricorda come i passaggi tra i due paesi attraversino zone tribali dove la “presa” del governo centrale è storicamente molto debole.

“La corruzione è diffusa ad ogni livello”, rimarca Bertolotti, “dalla semplice guardia di frontiera alle autorità locali passando per le milizie tribali. Un problema esacerbato dal fatto che da tempo i funzionari che operano nell’area non ricevono gli stipendi e sono quindi costretti ad arrangiarsi in altro modo” . Il tasso di corruzione è elevato non solo per il commercio di talco ma per qualsiasi tipo compravendita, dalle pietre preziose ad altri minerali e prodotti, nota l’esperto. Su questa situazione sono stati prodotti negli anni innumerevoli rapporti e libri. Citiamo tra i tanti il documentatissimo “In the graveyard of empires” di Seth G. Jones, consigliere delle forze armate statunitensi in Afghanistan.

Il Fattoquotidiano.it ha quindi chiesto a Imi Fabi se abbia condotto, come Imerys, delle indagini interne e se, in caso affermativo, fosse possibile conoscere quanto emerso. L’azienda ha risposto di non avere nulla da aggiungere rispetto a quanto già detto. Sia Mediobanca che lo Stato italiano, attraverso Cdp, hanno sottoscritto i bond della società dopo la pubblicazione dell’inchiesta di Le Monde.

RICHIESTA DI RETTIFICA ex Legge 416/1981: “L’articolo pubblicato il 9 ottobre 2021 sull’edizione on line de “ilfattoquotidiano.it” dal titolo “Non solo oppio, talebani e stato islamico guadagnano centinaia di milioni anche con il commercio del pregiatissimo talco afghano”, contiene affermazioni gravissime e lesive della reputazione e della credibilità del gruppo IMI Fabi, per le quali si è già dato incarico ai legali di procedere alla tutela di ogni diritto innanzi ad ogni competente sede. Oltre ad evidenti inesattezze, l’articolo presenta notizie infondate. Il gruppo IMI Fabi non è, ad esempio, titolare di alcuna concessione mineraria in Afghanistan, né direttamente né per il tramite di IMI Omar, e non ha mai pagato alcun “tributo”. La Corte francese, pur riconoscendo la buona fede del giornalista di “Le Monde”, ha altresì riconosciuto che diverse parti di quell’articolo sono indubbiamente diffamatorie nei confronti di IMI Fabi”.

REPLICA DELL’AUTORE: L’articolo non sostiene che Imi Fabi abbia pagato tangenti e/o tributi. Si limita a riportare, in modo esplicito ed evidenziato, i contenuti di un’inchiesta del quotidiano francese Le Monde che menziona questa possibilità. L’inchiesta è stata portata in giudizio da Imi Fabi per diffamazione. I giudici francesi di primo grado hanno assolto Le Monde stabilendo che l’inchiesta è stata condotta in maniera professionalmente corretta e rigettando tutte le richieste di Imi Fabi. Si è scelto di attendere la pronuncia prima di darne conto. Si è riportata integralmente la posizione di Imi Fabi sulla vicenda. A richiesta di ulteriori chiarimenti la società non ha voluto aggiungere altro. Né ha fornito documenti a sostegno della sua posizione, nonostante una sollecitazione in tal senso. Sono, naturalmente, disponibile a precisare meglio e/o correggere quanto segnalato da Imi Fabi nella sua richiesta di rettifica. Infine l’interesse pubblico della vicenda pare lampante. A maggior ragione dopo che la società Imi Fabi è stata finanziata da una società pubblica come Cassa depositi e prestiti. Saremmo quindi ben felici di ospitare un contributo di Corrado Fabi e/o un’intervista con Lui per fugare qualsiasi dubbio (che ci sembra legittimo porsi) sulla totale estraneità sua della società al contesto delineato da Le Monde. E per sapere se il commercio con l’Afghanistan proseguirà anche dopo il recente cambio di governo.

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