Cosa significa che l’Afghanistan è la “tomba degli imperi”? “Significa che Moghul, sasanidi, britannici, sovietici e americani non sono mai riusciti a controllare stabilmente il territorio afghano o a imporre a esso sistemi di governo stabili”, dice Elisa Giunchi, docente in Storia e istituzioni dei Paesi musulmani all’università degli studi di Milano e autrice di Afghanistan. Storia e società nel cuore dell’Asia (Carocci, 2007) e di Il pashtun armato, in uscita quest’anno per Mondadori.

La collocazione geografica afghana, crocevia tra Asia centrale, occidentale e meridionale, ha fatto sì che questo luogo fosse attraversato continuamente da popoli di etnie, fedi e culture differenti. “L’Afghanistan è differenziato a livello di struttura produttiva e sul piano della composizione sociale, culturale, etnica e religiosa, e le caratteristiche del territorio hanno favorito questa frammentazione. A ciò si aggiunga che gli imperi limitrofi, e in epoca moderna e contemporanea le potenze europee e regionali, hanno di frequente scelto di sostenere l’uno o l’altro gruppo, sulla base di interessi geopolitici e di considerazioni etniche e religiose. Si pensi agli anni Ottanta del Novecento, quando il Pakistan ha appoggiato soprattutto le fazioni mujaheddin di etnia pashtun, l’Uzbekistan le fazioni uzbeke e l’Iran i gruppi della resistenza sciita”. In particolare, negli anni Ottanta il Pakistan, insieme alla Cia, ebbe un ruolo cruciale nella vittoria dei mujaheddin, cioè dei gruppi di combattenti del jihad, preparando il terreno per l’emergere dei talebani.

Ma facciamo un passo indietro. La complicata storia del rapporto tra Afghanistan e Pakistan risale al 1893, quando i britannici e l’emiro afghano hanno firmato un trattato che delimitava il confine tra l’India britannica e l’Afghanistan. Una linea immateriale, pensata e imposta per ragioni di strategia politica coloniale, che ha però squarciato a metà il corpo della comunità pashtun, che ancora oggi rappresenta la maggioranza etnolinguistica nel territorio afghano.

L’Afghanistan, indipendente dal 1919, dagli anni Quaranta ha dichiarato di considerare nullo il trattato del 1893, rivendicando la propria influenza sui pashtun al di là dei confini con l’India britannica. Quando, nel 1947, gli inglesi hanno lasciato l’India, le regioni nordorientali e nordoccidentali a maggioranza musulmana hanno formato lo Stato del Pakistan. Pur cambiando gli attori geopolitici in questione è rimasto centrale il problema della divisione della comunità pashtun.

L’Afghanistan ha perciò continuato a rifiutarsi di riconoscere il confine tracciato dagli inglesi, entrando in conflitto con il Pakistan, ancora reclamando diritti sui pashtun oltre i propri confini territoriali. Il Pakistan però, composto da numerosi gruppi etnolinguistici, ancora in fase di consolidamento e in aperto scontro con l’India, non era disposto a perdere un pezzo della propria nazione. E lo sarebbe stato ancora meno dopo la guerra del 1971, che avrebbe portato alla secessione dell’ala orientale del paese, divenuta Bangladesh.

In questo groviglio di tensioni etniche, religiose e territoriali, il Pakistan ha optato per una specifica strategia: dagli anni Settanta il governo pakistano ha cercato di usare gruppi islamisti per far pressione sull’Afghanistan, per risolvere la questione del confine, ma anche nella speranza di controllare in funzione anti-indiana il territorio afghano.

A partire da qui si intravede il disegno di una trama che ha attraversato tutta la storia regionale successiva. La logica di indiretta ingerenza pakistana sull’Afghanistan è stata portata avanti anche nel bel mezzo della guerra fredda, quando l’invasione sovietica ha reso ulteriormente complicata la situazione politica regionale, oltre che quella internazionale.

Il Pakistan insieme all’Arabia Saudita e agli Stati Uniti ha finanziato e armato i mujaheddin, che in quel momento stavano lottando contro il governo centrale filosovietico controllato dal Partito democratico popolare dell’Afghanistan (il Pdpa), e contro i sovietici, considerati nemici della patria e dell’Islam.

Il desiderio di scacciare l’invasore è stato il collante dei diversi gruppi di mujaheddin, che avevano diversi progetti e concezioni del potere. Con la caduta dei sovietici si sono infatti rapidamente riaperti i conflitti tra le fazioni, che hanno portato nel 1992 a una guerra civile.

È in questa cornice che negli anni Novanta si sono imposti i talebani, che significa letteralmente studenti delle madrase, chiamati così perché i vertici di questo movimento sono emersi dalle scuole coraniche del nord-ovest pachistano; lì hanno studiato, in ambienti influenzati dal conservatorismo sunnita deobandita e dal wahhabismo saudita, caratterizzandosi per un’interpretazione del messaggio coranico particolarmente rigida e rigorista. Con il sostegno del governo pakistano e dei suoi servizi segreti, i talebani hanno conquistato in pochi anni, tra il 1994 e il 2001, il 90 per cento del territorio. Non sono però mai riusciti a controllare il nordest, inclusa la valle del Panjshir – a maggioranza popolato da tagiki, minoranza etnolinguistica che, assieme agli Hazara, più rischia dalla presa di potere dei talebani oggi.

Poi è arrivato l’11 settembre 2001 e il 7 ottobre è iniziata l’operazione militare Enduring freedom, che oltre a distruggere le basi di al-Qaeda e l’emirato talebano si è posta l’obiettivo di “esportare la democrazia” in Afghanistan.

Dopo aver militarmente rovesciato il governo talebano nel 2001, la sconfitta degli americani è stata politica e culturale, poiché hanno ignorato una realtà attraversata da divisioni tribali, di clan, geografiche, familiari, che ne fanno un paese governabile solo attraverso una relazione flessibile tra il centro e la periferia.

L’edificio istituzionale costruito a partire dal 2002, “dall’alto” e sulla base di modelli occidentali, è rimasto debole e privo di legittimazione. Di questo vuoto politico si sono avvantaggiati i talebani, che sono riapparsi in Afghanistan subito, già tra il 2002 e il 2003. Per la professoressa Giunchi “nonostante vent’anni di intervento militare da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati i talebani non sono mai stati sconfitti realmente, e sono andati occupando aree via via più ampie del territorio, fino a controllare 4-5 anni fa circa il 40 per cento del Paese“. Nelle aree che controllavano i talebani sono diventati una specie di “governo ombra”: hanno iniziato per esempio a riscuotere le tasse, mandandone una parte alla leadership centrale in Pakistan e tenendo il resto per sostenere la guerriglia. Qui, specialmente nelle aree periferiche e rurali pashtun, sembra anche che fossero riusciti a creare un certo consenso, soprattutto grazie alla condivisione di un codice etico, culturalmente comune e percepito come strumento di rivalsa autoctona contro l’occupante. Nondimeno il sentimento antioccidentale è stato centrale, anche per arginare le divisioni che esistono, sia all’interno dei pashtun, sia tra i gruppi talebani.

Gli accordi di Doha del febbraio 2020 firmati da Trump e dai talebani hanno reso possibile a quest’ultimi conquistare la parte rimanente del territorio; la loro avanzata è diventata rapidissima dopo che Biden ha confermato il ritiro delle truppe americane e della Nato dall’Afghanistan fissandone la scadenza a fine di agosto, e i contingenti militari hanno iniziato a lasciare il Paese. I fatti che sono seguiti sembrano un po’ la precipitazione di dinamiche in parte prevedibili, che già esistevano e si basavano su relazioni, rapporti di vicinato, tribali, di clan preesistenti, che si sono tradotti in corruzione e forme di cooptazione anche nelle istituzioni ufficiali e nell’esercito. Anche per queste stesse dinamiche la penetrazione talebana è stata così rapida e la tenuta istituzionale così fragile e facilmente insidiabile: ha funzionato, perché già funzionava così e senza la presenza e la pressione militare e finanziaria statunitense non poteva funzionare diversamente.

Ma c’è qualcosa di diverso adesso rispetto al primo regime talebano? Ha un senso la narrazione della “svolta moderata”? Secondo Giunchi i talebani “non sono diventati più moderati, ma hanno imparato l’arte della diplomazia. La corrente pragmatica del movimento, che sta prevalendo, si rende conto che per ottenere il riconoscimento della comunità internazionale è necessario presentare al mondo un’immagine leggermente più soft di quella che li ha resi noti negli anni Novanta”. Anche se quello che più interessa, agli Stati Uniti e ad attori regionali come Mosca, Pechino, Teheran e Islamabad, è che l’emirato talebano non sostenga gruppi jihadisti che potrebbero colpirli o destabilizzare la regione.

La preoccupazione centrale per tutti questi attori non sono i diritti sociali e civili dei cittadini e delle cittadine afghane, ma la stabilità del proprio paese e i rischi potenziali per la propria sicurezza nazionale.

Bisogna poi tenere a mente che le dichiarazioni che a noi sembrano concilianti ma che di fatto sono ambigue. Per quanto riguarda i diritti delle donne, ad esempio, i talebani hanno affermato sin dall’inizio che “riconosceranno i diritti che sono previsti nella sharia. E la sharia, così come è interpretata dai talebani, è un sistema rigidamente patriarcale. Quindi, dire ‘riconosciamo i diritti delle donne in base alla sharia’ equivale a dire ‘riconosciamo loro pochissimi diritti’. Bisogna però rendersi conto che il ritorno dei talebani segnerà un cambiamento drastico per le donne che vivono nelle realtà urbane, mentre nelle aree rurali pashtun il cambio di governo non avrà lo stesso significato. Qui le donne indossavano il burka e non andavano a scuola anche sotto i governi di Karzai e di Ghani”.

Ad ogni modo, dopo anni di polarizzazione delle tensioni interne all’Afghanistan, anche nelle modalità attuali del disimpegno occidentale, sembra continuare a prevalere uno sguardo eurocentrico, che si nasconde dietro la narrazione della “tomba degli imperi” e che accetta quanto ritenuto utile a “stabilizzare” un terreno esplosivo come quello afghano, sempre conformemente agli interessi delle rispettive potenze e degli equilibri geopolitici.

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