L’Egitto e la sua “guerra sporca” al terrorismo di casa. Con i media assoggettati al potere e quelli indipendenti oscurati o marginalizzati e le ong locali destrutturate al loro interno con una vasta campagna di arresti mirati, c’è voluto un dettagliato report di Human Rights Watch per gettare più di un’ombra sull’operato delle forze di sicurezza egiziane nel nord-est del Paese e nella penisola del Sinai. Territori off-limits per tutti ormai da anni, dove si muovono organizzazioni terroristiche vicine ad al-Qaeda e allo Stato Islamico che il regime assoggetta comunque ai Fratelli Musulmani, il nemico pubblico numero uno del presidente Abdel Fattah al-Sisi (nonostante abbia svolto le funzioni di ministro della Difesa nel governo della Fratellanza guidato da Mohamed Morsi per un anno prima del Golpe nel luglio del 2013).

Invece dei veri terroristi sembra una guerra contro gli innocenti e i civili. In un rapporto del 2016 Human Rights Watch aveva analizzato un altro fronte del piano di repressione messo in atto dal regime del Cairo, ossia le torture, le sparizioni forzate e le violenze perpetrate in quel periodo. Nei venti casi allora ricostruiti c’era, ovviamente, anche quello di Giulio Regeni, trovato morto il 3 febbraio del 2016 ai margini dell’autostrada Cairo-Alessandria e sul corpo i segni delle sevizie. Più che un report un autentico pugno allo stomaco: “Il caso Regeni ha aperto gli occhi agli italiani e agli europei su cosa succede in Egitto dopo le Primavere Arabe; dittature anche peggiori del passato in cui tortura e omicidio sono all’ordine del giorno” commentò all’epoca Andrew Stroehlein, portavoce europeo di Hrw. Numerosi poi, nell’ultimo anno e mezzo, i documenti e le dichiarazioni diffusi da Hrw sull’arresto e sulla detenzione dello studente dell’università di Bologna, iel giovane italo-egiziano Patrick Zaki.

Dal nuovo documento dei giorni scorsi emerge un’offensiva violentissima nei confronti di “presunti” terroristi visto che buona parte delle vittime non avrebbero avuto nulla a che fare con organizzazioni integraliste. Nelle 101 pagine del rapporto Hrw rivela come dal gennaio 2015 al dicembre scorso il ministero dell’Interno abbia annunciato la morte di 755 persone risultanti da 143 scontri a fuoco e 1 solo sospetto arrestato. Human Rights Watch denuncia, senza troppi fronzoli, decine e decine di casi di omicidi extragiudiziali, vere e proprie esecuzioni sommarie e lo fa fornendo prove raccolte in anni di analisi: foto, video e testimonianze verificate. La quasi totalità delle vittime delle forze di sicurezza egiziane nel Sinai e nell’area al confine con Gaza e Israele, stando al report, non aveva alcun legame col terrorismo. Soltanto la famiglia di una vittima ne ha riconosciuto la lotta armata integralista; le altre si sono ritrovate, nel migliore dei casi, a piangere la morte di un loro caro senza la possibilità di vedere il corpo o di ossequiarlo a inumazione già avvenuta. Del grosso delle vittime non si ha più traccia, i corpi semplicemente svaniti nel nulla, per alcune solo la notizia della morte comunicata ai famigliari dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale.

Hrw ha dimostrato come la Nsa abbia falsificato documenti e pubblicato verbali di operazioni e scontri a fuoco in cui veniva riportato che le vittime avevano aperto il fuoco per prime, trovando poi la morte. Il numero dei soldati o degli agenti dell’Nsa deceduti nelle centinaia di missioni si contano sulle dita di una mano. Molto spesso si tratta di una serie di copia-incolla di altri casi, con dettagli identici comparsi su un episodio del 2016 e poi appiccicato a un altro del 2019. In alcuni casi finiti nella lente d’ingrandimento dell’organizzazione con sede a Beirut (9 con le storie di 14 soggetti uccisi) nessuno è stato arrestato vivo, risultano tutti morti, mentre non figurano vittime o feriti tra le forze di sicurezza. In altri casi i sospetti sono stati arrestati, ma successivamente ai familiari è stata comunicata la notizia del loro decesso, senza fornire altri elementi.

Come si è arrivati a tutto questo? Semplice, basta ascoltare le parole del presidente al-Sisi pochi mesi dopo il suo primo trionfo-farsa alle elezioni presidenziali del 2014 (96% dei consensi, la stessa cosa poi è accaduta nel 2018), ma soprattutto dopo lo spettacolare omicidio dell’ex procuratore generale, Hisham Barakat nel giugno del 2015: “I tribunali e le leggi normali non sono sufficienti per contrastare i gruppi violenti, è necessario attivare una giustizia più rapida”. Prima di rendere pubblico il report, Human Rights Watch ha scritto due lettere alle autorità egiziane chiedendo informazioni dettagliate sui presunti conflitti a fuoco degli ultimi anni nel Sinai senza ricevere alcuna risposta. Al tempo stesso Hrw, alla luce dei risultati raccolti, ha chiesto all’Onu di attivare un organismo investigativo ad hoc sul “caso Egitto”. Ai Paesi occidentali e alle istituzioni internazionali, inoltre, consiglia di applicare sanzioni e interrompere qualsiasi rapporto commerciale, a partire dalla vendita delle armi, con il Paese nordafricano. L’Italia non ha mai smesso di stipulare accordi con l’Egitto: non lo ha fatto nel 2016 dopo il caso Regeni e tantomeno lo scorso anno dopo l’arresto assurdo di Zaki. Difficile si metta di traverso per un pugno di vittime sacrificali nel deserto del Sinai.

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