di Luciano Sesta*

In un denso volume intitolato Critica della vittima, Daniele Giglioli scrive: “La vittima è l’eroe del nostro tempo. Essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento […], immunizza da ogni critica, garantisce innocenza al di là di ogni ragionevole dubbio. Come potrebbe la vittima essere colpevole, e anzi responsabile di qualcosa? Non ha fatto, le è stato fatto. Non agisce, patisce. […]. Non siamo ciò che facciamo, ma ciò che abbiamo subìto, ciò che possiamo perdere, ciò che ci hanno tolto. […] In un tempo in cui tutte le identità sono in crisi, o manifestamente posticce, […] solo nella forma cava della vittima troviamo un’immagine verosimile, anche se rovesciata, della pienezza a cui aspiriamo […]. L’inauspicabile [e cioè essere vittime], si fa desiderabile. […] La vittima è irresponsabile, non risponde di nulla, non ha bisogno di giustificarsi: il sogno di qualunque potere”.

Se è vero il paradosso per cui il massimo potere coincide con la massima vulnerabilità, e se realmente non c’è azione più persuasiva della violenza che si subisce, si comprende come mai, in quella che assume sempre di più i tratti di una “guerra civile” fra vaccinati e non vaccinati, vi sia una gara a chi è più vittima di chi. Perché si sa, la vittima ha sempre ragione, anche quando ha torto.

Partirei da un dato che è sotto gli occhi di tutti: pare che nessuno oggi, in Italia, possa criticare le politiche sanitarie del governo senza essere immediatamente bollato come un nemico della scienza e della salute pubblica. E poiché un nemico non lo si ascolta, ma lo si combatte mettendolo all’angolo e in condizione di non nuocere, ecco spiegata la crescente ostilità verso chi, nonostante le pressioni psicologiche e le limitazioni sociali e lavorative subìte, continua ad avvalersi del proprio pur criticato diritto di non vaccinarsi.

Non è in discussione se queste pressioni e limitazioni siano legittime o no. Si può presumere che lo siano, come potrebbero esserlo le limitazioni indirette che i non vaccinati, soprattutto fragili, rischiano di imporre alla collettività con la loro mancata vaccinazione, alla quale la collettività stessa li autorizza riconoscendo il loro diritto alla libertà di cura. Ciò che mi interessa sottolineare è invece l’inversione simbolica del rapporto vittima-carnefice operata in questi giorni dal fronte favorevole alla vaccinazione obbligatoria.

Già da qualche mese, nei principali organi di informazione, l’opinione pubblica dipinge quotidianamente i non vaccinati come soggetti ignoranti, egoisti e asociali. Si giunge a definirli “sorci” costretti in gabbia (Burioni), augurando loro di divenire “poltiglia verde” (Lucarelli), di essere immediatamente licenziati (Burioni) o, quando protestano nelle piazze, di essere “sfamati con il piombo” (Cazzola). E non si tratta solo di sfoghi estemporanei. Il messaggio di alcuni virologi, di politici e medici, è stato sempre più chiaro: “la variante Delta è poco più che un raffreddore. Attenzione a fare terrorismo, ma se può convincere le persone a vaccinarsi ben venga” (Bassetti); “Una provocazione: i no vax paghino i costi dei ricoveri” (Capua); “Qualora si ammalasse, chi non è vaccinato dovrebbe pagarsi le cure” (D’Amato), quasi fosse peggio di un mafioso o di un serial killer, che invece ne hanno diritto. Sui social gli si augura persino di finire fra le mani di sanitari che possano dargli una lezione, rifiutandosi di assisterlo o lasciandolo crepare.

Questa campagna diffamatoria, che quando non si consuma sui social si svolge su canali di informazione privi di qualunque contraddittorio, si accompagna a una crescente limitazione giuridica della libertà delle persone non vaccinate, lasciando intravedere una sgradevole complicità fra l’odio verbale diffuso e le scelte politiche delle istituzioni, che da quell’odio non hanno mai preso ufficialmente le distanze. Ora che qualcuno, esasperato da tutto ciò, minaccia vendetta o sferra un pugno, ecco che l’opinione pubblica può cogliere due piccioni con una fava:

1) dimostrare che le vere vittime non sono i non vaccinati, semmai i medici e i giornalisti eroicamente impegnati a convincerli e, soprattutto,

2) far vedere di averci azzeccato nel descrivere i non vaccinati come soggetti tendenzialmente ignoranti e socialmente pericolosi. E così qualche giornale, con l’aria trionfale di chi ha finalmente le prove, può titolare: “Criminali no vax”.

Ora, quando si dice che la violenza va sempre condannata, il problema è non soltanto che “sempre” dovrebbe significare “da qualunque parte provenga e qualunque ne sia la giustificazione”, ma anche cosa significhi “violenza”. Si provi un momento a ragionare, con pacatezza, sui due presupposti sottesi all’indignazione a senso unico a cui stiamo assistendo in queste ore:

1) Si assume che la violenza non sia mai quella verbale e generica di chi conduce una quotidiana campagna di screditamento di una determinata categoria di persone, ma solo quella fisica o ad personam di chi, appartenendo a quella categoria, a un certo punto reagisce. Si nega dunque qualsiasi possibile collegamento fra una provocazione verbale e la violenza fisica che ne consegue;

2) Si lascia credere che in un gruppo di 1000, la violenza di uno dimostri fondata la propria idea che anche gli altri 999, pur mostrandosi civili, sono in realtà dei violenti.

Sul punto uno si potrebbe far notare che non è così che ragioniamo in tutti gli altri casi in cui si presenta una dinamica simile. Si pensi, mutatis mutandis, a un clima di martellante omofobia a sostegno di leggi restrittive che limitano le libertà omosessuali. Se una o più persone omosessuali, in un contesto del genere, reagissero con minacce o violenza fisica, tutti noi condanneremmo una simile reazione, ma ammetteremmo anche che essa sia stata oggettivamente favorita, persino indotta, dal clima persecutorio che l’ha preparata.

Certo, si potrebbe pur sempre dire – e lo si è fatto in questi giorni a proposito delle violenze “no vax” – che reagire con minacce o violenza fisica “mirate” a una determinata persona è ben più grave di una generica violenza verbale rivolta a un’intera categoria di persone. E questo è senz’altro vero. C’è però anche da chiedersi chi di noi, di fronte a un omofobo che si difendesse in questi termini, sarebbe disposto a considerarlo onesto. Non si può lanciare la pietra e poi ritirare il braccio, e mai come in questi casi vale il detto che “chi semina vento raccoglie tempesta”. Che non è affatto, si badi, una giustificazione della violenza, semmai un invito ad assumersi le proprie responsabilità da parte di chi, con il proprio atteggiamento e con le proprie parole, rischia di fomentarla.

Soprattutto se gode del superiore privilegio di una visibilità politica e mediatica di cui i propri interlocutori, non disponendo dei principali media nazionali, non godono. Quando si abusa di una tale evidente sproporzione di risorse comunicative, come stupirsi, poi, se alcune delle voci sistematicamente soffocate nei media ufficiali lascino il posto, su Telegram, al grido disarticolato della violenza? A un maggior potere corrisponde sempre una maggiore responsabilità.

Sul punto due il discorso è ancora più semplice. Che qualche scalmanato possa screditare un’intera massa di persone che non lo sono è una generalizzazione indebita dalla quale ci guarderemmo in qualunque altro caso, per cui non si vede perché si dovrebbe fare un’eccezione nel solo caso delle persone che protestano contro l’obbligatorietà del vaccino o del green pass. Si pensi ai rari episodi di reati commessi da migranti o a fatti di terrorismo jihadista: sono forse la prova che migranti e musulmani, in quanto tali, siano tutti ladri e assassini?

Titolare “Criminali no vax” dopo il deprecabile pugno al giornalista di Repubblica o le odiose minacce rivolte a qualche medico o preside, non è diverso dal titolare “Immigrati assassini” dopo casi isolati di crimini effettivamente commessi da migranti. Se nessun organo di stampa si sognerebbe mai un titolo del genere, perché mai dovrebbe sentirsi autorizzato a farlo nel solo caso dei cosiddetti “no vax”?

*docente di bioetica e filosofia morale dell’Università di Palermo

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