Vent’anni prima di È stata la mano di Dio, un esordiente Paolo Sorrentino porta alla Mostra del Cinema di Venezia L’uomo in più, film in cui il calcio è presente molto più che in quest’ultimo, più personale e autobiografico. Il lungometraggio del 2001 racconta le vicissitudini di un calciatore (l’altro protagonista della storia è un cantante di musica leggera, interpretato splendidamente da Toni Servillo) ispirato in parte alla vita di Agostino Di Bartolomei. Nella pellicola c’è anche un riferimento al Petisso Pesaola, l’allenatore soprannominato “il Molosso”. Ma chi è invece l’uomo in più, da cui il titolo scelto da Sorrentino? È Andrea Caverzan, tre presenze in carriera in Serie A e al momento dell’uscita del film calciatore sotto contratto con lo Spezia. Fino al luglio del 2001 giocava nello splendido Cittadella di Ezio Glerean che dalla C2 era arrivato in Serie B con un modulo mai visto prima in Italia e che prevedeva appunto l’uomo in più, tra la linea del centrocampo e quella di un attacco a tre punte. Oggi il veneto Caverzan è responsabile tecnico degli allenatori del Settore Giovanile di Albenga, club di Eccellenza. Ha concluso la carriera tra i professionisti a Spezia, poi ha giocato tra i dilettanti in Liguria e qui è rimasto a vivere.

Come è nato quel ruolo, Caverzan?
Quasi per caso, dopo essere stato per anni di proprietà della Juventus senza mai esordire con i bianconeri, nel 1994 finisco al Sandonà in C2, dove allena Ezio Glerean. In rosa c’erano tanti attaccanti bravi che avevano tutti voglia di sacrificarsi, non per rincorrere l’avversario ma per andare in pressing sui difensori. È nato così il 3-3-1-3, che poi sarebbe stato riproposto a Cittadella con alcuni interpreti, tra i quali io, che sarebbero rimasti gli stessi. Solo in B diventò 4-2-1-3 perché le squadre rivali erano più forti e serviva maggiore copertura in difesa. Io ero l’uomo in più tra il centrocampo e l’attacco.

Era un’espressione che l’allenatore usava alla lavagna o in campo?
No, ma io e il mister senza dircelo, eravamo consapevoli della cosa. Quello era un ruolo particolare, che dava fastidio agli avversari perché creava sempre la superiorità numerica: non sapevano mai se far abbassare un centrocampista o far scalare un difensore, in ogni caso andavano in difficoltà perché noi giocavamo sempre con tre punte di ruolo. Nella mia posizione serviva sì avere un’ottima tecnica di base, ma soprattutto intelligenza calcistica sennò diventavi un peso per i tuoi. Dovevi essere furbo in modo che nessuno venisse a prenderti. Glerean mi faceva guardare per ore i video dell’Ajax, consigliandomi di studiare Litmanen, il loro dieci.

Com’era Glerean?
Prima di lui non avevo mai espresso completamente il mio potenziale. Mi ha regalato il piacere di giocare a calcio. Mi lasciava libertà in campo: al contrario dei suoi colleghi allenatori, quando sbagliavo mi diceva di riprovare. Con Ezio ci sentiamo ancora. Allora ci capitava anche di discutere, ma oggi capisco quanto sia stato importante. Sei anni assieme, la sua mentalità me lo sono portata con me quando ho iniziato a fare l’allenatore. All’inizio pensavo fosse più semplice farmi capire. Mi piace quando giocano i ragazzi giovani, i presidenti infatti mi chiamano se vogliono risparmiare, peccato che poi alla domenica tutti vogliono vincere.

Nel 2001 quando esce il film di Sorrentino, lei passa dal Cittadella allo Spezia.
Mi ero reso conto che lo spogliatoio del Citta non era più lo stesso. Avevamo il nome sulla maglia, contratti più alti e parecchi pensavano più a se stessi che non al collettivo. Del film inizialmente non ne sapevo nulla. Me lo ha segnalato il mister qualche anno dopo e così l’ho recuperato. Anche se non racconta la mia storia, mi piace pensare di avere ispirato il titolo di un regista come Sorrentino. Non parlo molto di questa cosa, né con i miei giocatori né in famiglia. Sono un tipo schivo. Certo, è una cosa che mi emoziona.

L’uomo in più avrebbe potuto fare una carriera diversa?
Sono stato sotto contratto con la Juve cinque anni, ma mi mandavano sempre in prestito. Avevo esordito in A con l’Udinese, forse sarebbe stato meglio rimanere là. L’esperienza di Torino è stata comunque forte, ho conosciuto Scirea sia in veste di compagno che di vice allenatore, ero nel bus della squadra quando è arrivata la notizia della sua tragica morte. Mi sono allenato con Roby Baggio, veneto come me, e l’ho studiato sia dal campo che dalla panchina. Il Trap voleva impostarmi da terzino sinistro, magari avrei dovuto ascoltarlo per fare una carriera diversa.

Ma non sarebbe mai diventato l’uomo in più di un premio Oscar.

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