di Ilaria Muggianu Scano

La manifestazione del Redentore di Nuoro è arrivata alla 121esima edizione e quest’anno, più che in passato, si candida a essere espressione del filo conduttore tra la realtà ancestrale di terra sarda e il mondo. L’evento perde nel tempo lo spirito religioso con il quale nasce, per ispirazione di Leone XIII, in seguito alla cui richiesta è issato sul monte Ortobene – iconica altura granitica a est della città di Nuoro, simbolo delle asperità della gente di Barbagia – un colossale simulacro del Cristo redentore del peso di 18 quintali.

Anche la scrittrice Grazia Deledda partecipò alla campagna di sensibilizzazione per la raccolta fondi scrivendo una lettera al quotidiano L’Unione Sarda, pubblicata nel luglio 1901. Già dagli anni Trenta chi avesse deciso di partecipare ai festeggiamenti nella ricorrenza annuale di fine estate, che nel frattempo, registrando con puntualità il mutamento dell’assetto sociale, aveva rapidamente fuso ispirazione sacra e intuito turistico profano, poteva usufruire dei ribassi del 50% sulle tariffe ferroviarie. La festa assunse una decisiva rilevanza antropologica agli occhi di studiosi, scrittori e fotografi di tutto il mondo e al rito religioso venne affiancato il corteo con la sfilata di tutti i costumi regionali, le corse dei cavalli, le manifestazioni canore di ballo, le esibizioni bandistiche, giochi pirotecnici tanto da farne uno degli eventi più visitati del Mediterraneo.

Oggi come allora, la manifestazione porta i segni del tempo che cambia, di conquiste e lacerazioni sociali e quest’anno si schiera in difesa dei diritti umani e civili della popolazione afghana. Di fronte alla nuorese Chiesa della Solitudine, cara alla letteratura, 75 donne in abito tradizionale, rappresentanti altrettante comunità dell’isola, manifesteranno con un drappo nero sulle spalle, in segno di lutto per le tragiche sorti dell’Afghanistan, al termine di un minuto di silenzio poseranno a terra il manto nero.

Come riportato sul sito dell’Ansa: “L’iniziativa, promossa dalla Giunta comunale e dal sindaco Andrea Soddu in accordo con la Commissione Pari Opportunità della Regione Sardegna che l’ha ispirata, è stata programmata all’interno delle celebrazioni Deleddiane. ‘La scelta di creare un filo conduttore tra Grazia Deledda e le donne afghane non è assolutamente fatta a caso – spiega il primo cittadino –, Grazia è stata e rimane un simbolo dell’emancipazione femminile e della difesa dei più deboli, sia che si guardi alla sua vita, sia alle figure protagoniste dei suoi scritti. Al contempo – prosegue – vogliamo legare l’iniziativa solidale anche alla Festa per il Cristo Redentore, quale simbolo di pace e rifiuto della violenza e della guerra’”.

E ancora: “Sul fronte dell’accoglienza, il sindaco Soddu ha partecipato al tavolo convocato dal prefetto di Cagliari, Gianfranco Tomeo, per coordinare l’accoglienza in Sardegna dei cittadini afghani, ribadendo la disponibilità di Nuoro a fare la propria parte qualora si rendesse necessario”. L’iniziativa raccoglie la celeberrima massima poetica di Deledda, primo e unico Nobel italiano donna per la Letteratura: “Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi, romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi. Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese. Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo, lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto. Siamo il regno ininterrotto del lentisco, delle onde che ruscellano i graniti antichi, della rosa canina, del vento, dell’immensità del mare. Siamo una terra antica di lunghi silenzi, di orizzonti ampi e puri, di piante fosche, di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta. Siamo sardi“. E riferendosi alla natura solidale della sua gente, il primo cittadino: “Non possiamo restare indifferenti davanti a persone a cui vengono negati i diritti fondamentali e che oggi ci chiedono protezione”.

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