La Cassazione ha rinviato inviata al prossimo 7 ottobre l’udienza per la morte della studentessa ligure Martina Rossi per la quale sono stati condannati a 3 anni di reclusione due giovani toscani, Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni. La sezione feriale della Cassazione ha accolto l’istanza della difesa. L’udienza di ottobre si terrà davanti alla Quarta sezione penale. Il reato, a quanto si è appreso, non si prescriverà prima del 16 ottobre. Gli imputati erano stati condannati a tre anni per tentata violenza sessuale il 28 aprile del 2021 al termine di un complicato percorso giudiziario che aveva portato alla prescrizione del reato di morte in conseguenza di un altro reato.

È il 3 agosto del 2011 quando la ventenne genovese precipita dal sesto piano di un hotel a Palma di Maiorca, mentre si trova in vacanza con due amiche. Scivola nel tentativo di scavalcare dal terrazzino della camera a quello a fianco e, sbrigativamente, le autorità spagnole archiviano il caso con l’ipotesi di suicidio, anche perché c’è la testimonianza di una cameriera che la vede precipitare. Una versione a cui i genitori e tutti quelli che conoscevano la ragazza non credono neanche per un momento. La stanza dalla quale fugge la giovane, studentessa al primo anno di Architettura a Milano, è quella di due ragazzi di Castiglion Fibocchi (Arezzo), Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi, i quali nel 2018 vengono condannati in primo grado dal Tribunale di Arezzo a sei anni per tentata violenza sessuale di gruppo e morte come conseguenza di altro reato. Tre anni per ognuno dei due delitti, mentre la scure della prescrizione era già caduta sull’omissione di soccorso.

Al ritorno dalla notte in discoteca, la ragazza sarebbe salita in camera dei due giovani perché nella sua le amiche erano con gli altri due aretini della compagnia. Venti minuti dopo i due cittadini danesi alloggiati nella camera accanto racconteranno di aver sentito un urlo straziante. “Martina non muore sul colpo – come ha raccontato suo papà Bruno a Ilfattoquotidiano.it confrontandosi con la durezza delle carte processuali – Sono le 6.45 del mattino quando precipita in una vasca e, per 40 minuti, nessuno scende a prestarle soccorso”. Il corpo di Martina verrà trovato a terra senza ciabatte né pantaloncini, con evidenti segni sul corpo che gli stessi imputati sosterranno di aver causato nel tentativo di evitare che, secondo la loro linea difensiva, si buttasse giù di proposito.

A seguito della sentenza di primo grado, gli avvocati dei due giovani dai quali Martina, secondo l’accusa, tentava di scappare, presentano appello. Nel 2018 il reato di “morte come causa di altro reato” finisce in prescrizione, come avvenuto in precedenza per “l’omissione di soccorso”, lasciando in piedi solo l’ultima accusa. Per questo motivo, anche a seguito delle polemiche dello scorso anno, la presidente di sezione decide di anticipare le udienze e la sentenza della Corte d’appello di Firenze arriva lo scorso 9 giugno 2020. Per i giudici Martina non sfuggiva da uno stupro, il tentativo di abuso “non può neppure del tutto escludersi – motivavano l’assoluzione i magistrati – ma “le modalità della caduta” non sarebbero state coerenti con l’ipotesi del tentativo di fuga.

La procura generale di Firenze impugna le motivazioni e lo scorso 21 gennaio la Cassazione annulla l’assoluzione degli imputati e ordina un nuovo appello: “La sentenza impugnata non è capace di resistere – si legge nelle motivazioni – considerata sia l’incompletezza, sia la manifesta illogicità, sia la contraddittorietà della motivazione redatta dal Collegio in appello”. L’accusa aveva chiesto tre anni di reclusione, stessa richiesta era stata avanzata dai legali dei genitori di Martina, parti civili. Il verdetto era stato impugnato e quindi oggi la Cassazione da detto l’ultima parola.

“Dopo 10 anni di sofferenza, ci aspettiamo che almeno venga consolidato quel pezzettino di verità che è rimasto” hanno detto questa mattina i genitori Bruno e Franca Rossi: “Una ragazza che cade giù dal sesto piano di un albergo, che è in compagnia di due ragazzi che non fanno niente per aiutarla, evidenzia già di per sé la responsabilità. Sono riusciti a fare un processo alla vittima, poi però tanta gente ha lavorato per cercare di capire cosa era successo”.

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Martina Rossi, il padre Bruno: “Si continua a buttare il pallone fuori dal campo. Vogliamo solo trovare giustizia”. Contestati i legali della difesa

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