Un reato si è già prescritto, l’altro si prescriverà nell’agosto del 2021. A Firenze è corsa contro il tempo per evitare l’estinzione del processo sulla morte di Martina Rossi. La studentessa di Genova è precipitata da una camera di albergo a Palma di Maiorca il 3 agosto 2011, mentre – secondo l’accusa – stava fuggendo da un tentativo di stupro. Il procedimento vede imputati Luca Vanneschi e Alessandro Albertini, due giovani di Castiglion Fibocchi, condannati il 14 dicembre 2018 in primo grado a 6 anni con le accuse di morte in conseguenza di altro reato e tentata violenza sessuale. Il processo di secondo grado è entrato nel vivo oggi davanti alla corte d’Appello di Firenze, ma va avanti per il solo reato di tentata violenza sessuale di gruppo: nel novembre del 2019 i giudici hanno dichiarato estinta per prescrizione l’accusa di morte come conseguenza di altro delitto. Anche sull’accusa di tentata violenza sessuale di gruppo, però, incombe la prescrizione che scatterà nell’agosto dell’anno prossimo. Anche per questo motivo l’udienza odierna, fissata nel novembre scorso a settembre 2020 – cioè quasi un anno dopo – è stata anticipata su indicazione della presidenza della corte di appello a causa delle polemiche scatenate dal lungo rinvio ordinato in origine. Alla fine dell’udienza di oggi la procura generale di Firenze ha chiesto di condannare i due imputati a tre anni: una pena dimezzata, visto la prescrizione di una delle due accuse. Il processo proseguirà con le discussioni delle parti civili e delle difese nella prossima udienza 17 febbraio.

Processo salvo con le nuove norme – Ritmi serrati, dunque, per evitare la prescrizion. Durante una pausa del processo, tra l’altro, tra gli ambienti giudiziari e addetti ai lavori si fa notare come se le modifiche previste dalla riforma della prescrizione, in base al testo del ministro Bonafede entrato in vigore l’1 gennaio, fossero state già legge, non si sarebbe estinto il reato di morte come conseguenza di altro delitto. Ma non si prescriverebbe neanche quello di tentata violenza sessuale. La riforma Bonafede, infatti, ferma la prescrizione dopo il primo grado. Il processo non rischierebbe l’estinzione anche se fossero in vigore le modifiche previste dal cosiddetto “lodo Conte bis”, sulle quali sta lavorando la maggioranza in queste ore: in quel caso, infatti, la prescrizione rimarrebbe comunque bloccata per chi è stato condannato in primo grado. Per la procura Martina Rossi è caduta dal terrazzo al sesto piano dell’hotel dove era in vacanza, nel tentativo di sfuggire a una violenza sessuale. I legali della difesa hanno sempre sostenuto la tesi del suicidio.

Il padre: “Quando uno fa del male e c’è una condanna bisognerebbe dire basta” – “Il fatto che sia già andato prescritto metà processo per me è un’ingiustizia profonda. Quando uno fa del male e c’è una condanna bisognerebbe dire basta, fermati. Ma è la politica che dovrebbe intervenire in queste materie e trovare la giusta soluzione”, ha detto Bruno Rossi, padre della ventenne. “A mia figlia hanno fatto del male. Era una ragazza felice, era in vacanza. Due ragazzi strafatti hanno allungato le mani e poi lei è volata giù da un balcone”, ha aggiunto il padre di Martina. Stamani in udienza, nella discussione delle questioni preliminari, ci sono stati attimi accesi tra difesa e procura generale. “Non sono stupito, sono colpito anch’io quando sento un avvocato proporsi in maniera così forte verso chi rappresenta la giustizia. Ma è la logica di questo processo, è per questo che il primo grado è durato anni”.

Polemiche sulla calendarizzazione – I giudici, infatti, hanno respinto l’eccezione di nullità presentata dall’avvocato Stefano Buricchi, difensore di uno degli imputati, che contesta proprio la nuova calendarizzazione e anche la violazione del principio del giudice naturale, in virtù della sostituzione di due componenti del collegio giudicante. La questione della calendarizzazione aveva provocato diverse polemiche: a novembre, infatti, il processo era stato rinviato a settembre del 2020: sarebbero rimasti solo 11 mesi per concludere il procedimento prima che la prescrizione polverizzasse anche l’ultima accusa rimasta. Da qui la decisione della corte d’anticipare la data.

La cronologia – La storia risale all’agosto del 2011 quando Martina Rossi era in vacanza con le amiche a Palma di Maiorca, in Spagna. La sera del 3 le compagne di viaggio si chiudono in stanza con due ragazzi. Lei sale in stanza con Albertoni e Vanneschi, ma dopo venti minuti si sente un urlo straziante – come raccontato da due cittadini danesi che sono nella camera accanto – e i passi precipitosi di qualcuno per le scale. La ragazza è a terra senza vita dopo un volo dal sesto piano. Non ha le ciabatte e non ha indosso i pantaloncini. Le indagini spagnole però si chiudono con un nulla di fatto: archiviazione con l’ipotesi del suicidio. Una cameriera ha visto la giovane gettarsi giù, ma sono molte le incongruenze in quella ricostruzione. La famiglia della ragazza inizia da quel momento una lunga battaglia. L’inchiesta italiana viene aperta a Genova, città di residenza di Martina, e si chiude nel 2014 con quattro indagati quattro persone: a due viene contestata la falsa testimonianza. Il filone principale passa ad Arezzo per competenza territoriale, visto che i due indagati sono di Castel Fibocchi. Un passaggio che però dura quasi tre anni. Gli inquirenti toscani decidono di riesumare il cadavere per eseguire una nuova autopsia: le indagini vengono chiuse il 12 febbraio 2017, il 28 novembre dello stesso anni i due giovani vengono rinviati a giudizio per tentata violenza sessuale di gruppo e morte in conseguenza di un altro reato. La 20enne cercava di sfuggire, secondo la ricostruzione degli inquirenti, da un tentativo di stupro ed essendo chiusa la porta ha tentato di scavalcare per raggiungere il balcone della sua stanza. I due imputati, attraverso la difesa, sostengono di non aver nulla di male e che Martina si è tolta la vita. Il processo di primo grado dura poco più di un anno e si conclude con la richiesta di pena dell’accusa di 7 anni e la condanna degli imputati a sei anni. È il 14 dicembre 2018.

Le motivazioni: “Ha reagito a un tentativo di violenza” – Nelle motivazioni del verdetto di condanna i giudici scrivono che “qualcuno spogliò la studentessa… per abusarne in una camera al sesto piano dell’hotel” e nella stanza c’erano solo gli imputati. In 113 pagine i giudici ricostruiscono l’intera vicenda e inquadrano le testimonianze per provare i reati contestati. Per sostenere la sussistenza del tentativo di violenza i magistrati sottolineano pure la sparizione dei pantaloncini e delle ciabatte che la ragazza indossava. “I suoi occhiali invece sono stati fatti ritrovare perfettamente puliti”. Nelle motivazione si sottolinea come la studentessa non bevesse né facesse uso di droga: “Non aveva assunto sostanze stupefacenti né psicofarmaci come dimostrano le analisi tossicologiche fatte nell’immediatezza dai tecnici spagnoli sui campioni prelevati in autopsia che escludono con certezza anche la presenza di alcol nel corpo della ragazza”. Martina non era in cura farmacologica e “non aveva mostrato alcun interesse sessuale né per Albertoni né per Vanneschi”. Per i giudici “i graffi sul collo di Alessandro Albertoni erano ben evidenti e visibili”, segni di un tentativo di reazione della giovane. E lui stesso ad ammettere che gli sono stati fatti dalla studentessa. Ne consegue per i giudici che “Martina Rossi ha reagito ad un tentativo di violenza nei suoi confronti“. La conclusione è che Martina ha tentato una fuga disperata dai suoi aggressori: vede il muretto sul balcone che separa la stanza dei due giovani da un’altra e lo considera una via di fuga, ma in preda alla paura e tradita dalla scarsa vista, poiché è miope e non ha gli occhiali, perde l’equilibrio e cade nel vuoto, quasi sulla verticale del muretto stesso. Come loro diritto gli imputati hanno presentato ricorso. Il muretto che separa le due camere, un divisorio di circa un metro di altezza e quaranta centimetri di larghezza, secondo i legali della difesa sarebbe stato, invece, la prova del suicidio della giovane perché – questa la tesi sostenuta durante tutto il dibattimento – poteva essere scavalcato con facilità, e se Martina avesse voluto scappare avrebbe potuto farlo senza grosse difficoltà. Il processo d’appello inizia quasi un anno dopo il verdetto di primo grado. Lo scorso 28 novembre la presidente della corte d’appello di Firenze però dichiara prescritto il reato di morte in conseguenza di un altro reato, cancellato dal troppo tempo trascorso lo scorso febbraio. Il dibattimento viene rinviato al 20 settembre 2020 per dare spazio e tempo a processi con imputati detenuti. Un rinvio lunghissimo che dopo le polemiche innescato è stato poi fissato nel 10 febbraio 2020: alla prescrizione dell’intero processo mancano 18 mesi.

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