Mi scuso per non aver risposto ai post che mi sono stati rivolti su Facebook in questi giorni, non è colpa mia. Una settimana fa, infatti, sono stato radiato da Facebook per una settimana, con la motivazione che “incitavo all’odio”.

Sono un anziano giornalista, ho settant’anni e esercito questo mestiere da quaranta. Non ho mai incitato all’odio nessuno, e in questo caso mi ero limitato a ripubblicare un mio vecchio articolo del 2003 in cui esprimevo motivate critiche ai talebani e ai governi Usa, saudita e pakistano. L’odio non c’entrava affatto e in ogni caso, come tutti sanno, non è mai stato fra le mie corde.

E allora? Complotto capitalista-taleban-saudita contro Orioles? Ma no. Semplicemente – il che è peggio – scarsa professionalità e grettezza. La “censura” su Facebook è infatti affidata:

1) a rudimentali software di riconoscimento, che “ragionano” da software, cioè non ragionano affatto. Una statua della Venere di Milo, ad esempio, è stata censurata (con relativa sanzione) perché comprendeva seni femminili, che il programma è ‘talebanescamente’ addestrato a denunciare; la foto di una piccola vittima dell’immigrazione, gettata scompostamente su una spiaggia, è stata censurata (e punita) per “pornografia infantile”; e così via. Alcuni termini del mio articolo, del tutto giustificati nel contesto, avranno fatto accendere qualche lampadina del cervello nel robot;

2) a volenterosi giovani precari, ciascuno impegnato su centinaia di post al giorno, con risultati ovvi. Non credo che alcuno di loro abbia realmente letto il mio pezzo, che era un normale studio di politica estera, ripreso più volte in questi vent’anni da specialisti e testate di vario orientamento. Potete del resto leggerlo in numerosi siti autorevoli (Libera informazione, Articolo 21 ecc.) e valutare se inciti all’odio o a qualunque altro sentimento o consista piuttosto in un’analisi geopolitica razionale, valida secondo molti a distanza di due decenni.

L’azienda Facebook, in altre parole, non è malvagia. E’ semplicemente inefficiente. Sarebbero affari suoi, se si trattasse di un’azienda qualunque. Ma così non è. E’ il principale mezzo d’informazione nel territorio italiano (che nominalmente garantisce, per Costituzione, la piena libertà d’informazione) e lo è nel momento in cui l’informazione televisiva è monopolizzata da un’azienda privata (Mediaset) e quella stampata da un’altra azienda privata (Repubblica-Corriere e soci) il cui interesse istituzionale consiste nella massimizzazione dei profitti e non nella difesa della libertà d’informazione o di qualunque altro valore non monetario.

E allora? Io sono contrario ad abbandonare Facebook per protesta. I proprietari di Facebook siamo noi, è la nostra presenza che le crea i miliardi. Abbiamo tutto il diritto di chiederle conto e ragione, e in ogni caso di esigerne un funzionamento professionale e non improvvisato. Abbiamo il diritto di non essere ingiuriati dai suoi dipendenti (io, anziano professionista con un’enorme esperienza alle spalle, tout court diffamato come “seminatore d’odio”). E abbiamo il diritto di pretendere che l’azienda si doti, per adempiere ai suoi obblighi, di mezzi adeguati: se i giovani “controllori” sono pochi, sono precari e sono stressati, ne assuma degli altri, li paghi bene, gli dia un sopportabile carico di lavoro: i soldi non le mancano, e siamo noi che glieli diamo.

Se tutto ciò non è possibile, allora intervenga lo Stato. Oppure, se un servizio pubblico essenziale deve continuare ad essere gestito fuori da ogni responsabilità e controllo da imprenditori privati, allora facciamo l’ultimo passo, per coerenza: privatizziamo i carabinieri, l’esercito, i magistrati e tutto il resto. In fondo, privatizzando e rendendo monopolistica l’informazione tv, stampata e adesso anche social, vogliamo arrivare esattamente a questo. E allora coraggio, che aspettate?

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