Il crollo del muro di Berlino nel 1989 ha accelerato gli spostamenti di popolazione da est a ovest del continente europeo. Per l’Albania la spinta verso l’occidente significa Grecia e, ancora di più, Italia, vista come una terra piena di allettanti prospettive.

Nella mattina dell’8 agosto 1991 raggiunge il porto di Bari la nave albanese Vlora, un mercantile costruito in Italia negli anni Sessanta lungo 147 metri e 70 centimetri e largo 19 metri. Il comandante è costretto a navigare senza radar e durante la traversata si salva da una collisione. Le persone, in gran parte giovani, sono una sull’altra “non c’è posto neanche per una mela” – per usare un’espressione albanese – hanno viaggiato per oltre 12 ore in piedi senza cibo né acqua, molti sono a dorso nudo, in costume o scalzi. Sono stimati in 20.000, in assenza di una cifra esatta.

L’Albania, in una fase di transizione, si portava dietro i segni della dittatura comunista. Per decenni è stata una nazione isolata dentro ai suoi confini. I bunker costruiti per difendersi dall’esterno sono poi serviti per impedire gli espatri. Chi veniva sorpreso cercando di oltrepassare la frontiera finiva fucilato e il suo corpo rimaneva insepolto, a monito per chi volesse provarci. Una nazione da un lato protesa alla modernità, abbacinata dai lustrini della televisione italiana (vista grazie a un potente ripetitore installato in Montenegro) dall’altro lato, specie nelle campagne, una società ancora arcaica con i suoi clan e le sue stereotipate diffidenze come quella verso la bellezza femminile, facilmente associata a costumi libertini.

L’Albania è il Paese più povero d’Europa, il suo Pil nel 1986 era pari a quello dello Zimbabwe, la piena elettrificazione – secondo la fonte ufficiale del regime – giunse soltanto nel 1984. A marzo del 1991 il Partito socialista (erede del partito di regime) vince le prime elezioni libere. Il riformismo incerto di Ramiz Alia (dal 1985) e di Fatos Nano poi (dal 1991) contribuisce a far smarrire anche le vecchie direttrici: va male l’agricoltura, diversi terreni non vengono più coltivati il che significa fame e carestia. Nessun investimento sui beni di consumo, il mezzo di trasporto più diffuso è ancora la bicicletta ed esiste un’unica fabbrica statale di abbigliamento.

Dal 1989 il Paese è attraversato da manifestazioni di dissenso, soprattutto da parte di studenti e operai. Nel 1990 è introdotto il pluripartitismo, ma le proteste continuano e raggiungono l’apice nel 1991, con il simbolico abbattimento a Tirana della grande statua di Enver Hoxha, il dominus comunista che ha controllato l’Albania per quarant’anni fino alla morte nel 1985.

All’inizio del 1991 gli albanesi cominciano i tentativi di fuga via mare. Dal 28 febbraio all’8 marzo matura un esodo ancora più consistente di quello di agosto con circa 27.000 persone che raggiungono Brindisi su diversi tipi di imbarcazione: in città c’è un albanese ogni tre brindisini. Il sindaco Giuseppe Marchionna sistema i rifugiati nelle scuole. Diversi cittadini scendono in strada e portano cibo e indumenti, impietositi dai rifugiati vestiti alla meglio anche con teloni. Una prima emergenza, gestita all’insegna dell’umanità e del buon senso.

Il 7 agosto sbarcano a San Foca di Lecce 632 profughi provenienti da Valona. A un centinaio di metri dalla costa si buttano in mare. Non hanno niente, sono stremati e ricevono i primi soccorsi dai turisti. In quello stesso giorno a Durazzo, la terza città dell’Albania, si diffonde la voce (falsa) che l’accesso all’Italia era consentito nonostante l’emigrazione rimanesse ufficialmente proibita. La nave Vlora – appena tornata da Cuba – si stipa di persone che semplicemente colgono l’occasione, proprio come, all’improvvisa apertura del muro, i berlinesi dell’est erano andati a vedere che cosa c’era di là. Il comandante Halim Milaqi è costretto da uomini armati a salpare per l’Italia. La nave è diretta a Brindisi, ma le autorità italiane la dirottano su Bari per guadagnare tempo con l’accoglienza. Con lo sbarco il molo Carboni si presenta come un immenso formicaio di corpi, di teste, di pelli attaccate una all’altra.

La gran parte dei passeggeri, straziati dalla stanchezza e dalla sete, viene concentrata nel vecchio stadio della Vittoria, vicino al porto, dove molti restano per una settimana, destinati a essere rispediti nel paese di origine con un altrettanto massiccia operazione di rimpatrio.

L’assenza di organizzazione nelle operazioni di sbarco avrebbe reso più umano il trattamento dei migranti, attenuato dall’aiuto della popolazione e dall’impegno del sindaco Enrico Dalfino. La novità sconvolge il Paese tra sciacallaggio politico e paura di un’invasione. L’Italia come l’Europa erano ancora ferme al loro vecchio mondo, senza capire che la grande mutazione degli equilibri politici mondiali aveva investito anche l’Occidente.

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