Ciao professore, ti ricordi? Cosa? Domani è l’anniversario? Sebastiano Maffettone e Achille Lauro, insieme per una vita, anche se la sua è stata breve.

Da dove comincio? Vado avanti, anzi vado indietro…
Questa è la storia di un amore mai nato.
Questa è la storia di un figlio con tre presunti padri.
Questa è la storia di una madre schiacciata dal dolore.
Sullo sfondo le gesta di una dinastia che aveva tutto: denaro, potere, belle donne, successo.

Questo è quanto è accaduto a un povero ricco ragazzo. Aveva tutto, perse tutto in un colpo solo. Di pistola.

E allora ho deciso di scriverti Achille mio, non per chiederti perché lo hai fatto. Troppo ovvio. Ma per chiederti scusa, per averti lasciato andare nei miei ricordi. Perché la vera morte degli uomini avviene quando non c’è più traccia di essi nella memoria dei vivi. Ho frugato nelle mie reminiscenze, negli album di fotografie. Non c’erano ancora gli smartphone con 10 MB di archivio di cui nel rutilante divenire non ci sarà più traccia. Ti ho trovato tra le pagine sciupate di un vecchio diario dove annotavo le prime palpitazioni da jeune folle en fleur (volevo scrivere jeune fille, ma la scrittura smart del computer mi ha corretto in folle e, forse, ha ragione lui).

Tra le poche foto ne ho scelta una alla quale sono più affezionata. Io di profilo, tu di faccia. Le fotografie parlano sai, più di tante parole. Siamo a Capri, l’isola azzurra dove ancora si respirava l’aria sognante da Dolce Vita. Questo, ricordi, era più o meno il rituale delle serate all’ombra della luna caprese che bucava l’oscurità. Cena al La Capannina, due salti al Number Twoo e poi bagno sotto le stelle alla piscina dell’albergo Luna. Tu a torso nudo, non avevi proprio il fisico da Riace ma eri caruccio, occhi piccoli verdi-azzurri dietro occhiali da vista. Non mi è mai piaciuta la montatura, troppo grandi per il tuo viso dai lineamenti delicati e, poi, ti davano un’ aria démodé. Dai miei capelli bagnati deduco che ci siamo appena tuffati, io indosso il tuo pullover in cachemire colore azzurro pallido. In un gesto di pudore me lo tiro sul davanti come per coprirmi perché mi sentivo un po’ troppo svestita. Tu, i pantaloni bianchi lasciati appesi a una sedia, hai ancora l’asciugamano intorno ai fianchi.

Forse non lo sai, ma sì lo sai, hai segnato il mio rito di passaggio, quel percorso obbligato dalla post adolescenza a piccola donna. Tu hai contribuito alla mia iniziazione. Sono stata sempre dalla tua parte, meno dalla parte della tua ingombrante famiglia. E molti anni dopo sono diventata amica di tuo fratello Giampiero (stepbrother per l’esattezza, stesso padre, madre diversa).

Aveva 30 anni, era bello e dannato. Era un uomo ricco, molto ricco. Era un uomo solo. Troppo solo. Aveva una doppia anima. Una rivolta al jet set di cui faceva parte, studi nei migliori collegi, abiti sartoriali cuciti da un giovanissimo Mariano Rubinacci e motoscafo Riva in mogano tirato a lucido. A bordo, oltre a qualche schiantosa conquista, Sebastiano Maffettone. Sebastiano, allievo anche di Karl Popper, sarebbe diventato uno dei più grandi filosofi -politici della contemporaneità. “Non c’era competizione tra di noi, beccava lui tutte le ragazze”, mi ricorda Sebastiano.

Avevi Achille una doppia anima, quella rivolta alla spiritualità. Facevi meditazione trascendentale e avevi incominciato a lievitare, sì, dicevi che il suo corpo si sollevava da terra dieci, 15 centimetri. Provavi una sensazione da vuoto pneumatico, assenza di peso, assenza di problemi. Filosofeggiavi che il nostro corpo ha una capacità di guarire se stesso che non riusciamo neanche ad immaginare.

Se la meditazione ti avesse salvato, Achille, è probabile che anche io mi sarei messa a lievitare come la pasta della pizza. Invece il credo di Maharishi Mahesh Yogi non ti curò le ferite insanabili dell’anima. In realtà neanche quelle del corpo. Avevi spesso le ginocchia sbucciate, livide, ma ti metteva scuorno di dire che erano a causa dei maldestri tentativi di elevazione dal suolo. Dicevi che eri ruzzolato per le scale.

Sedotto da una splendente Ira Furstenberg, neo sposa quindicenne al principe Alfonso Hohenlohe e a vent’anni già divorziata. La principessa ribelle e l’erede della flotta la numero uno al mondo (che faceva un baffo a quella di Onassis), flirt vissuto e strombazzato mediaticamente, fra Capri, Montecarlo e Cortina eravate la coppia glamour da copertina. Lei più grande di te di 10 anni.

Achille, eri un lottatore nel senso che hai lottato fino all’ultima carta bollata (da bollo) per risparmiare l’onta del fallimento alla flotta. E chiedesti a Ira di intercedere presso Gialud, l’allora braccio destro di Gheddafi, per intervenire con iniezioni pronto cash per salvarla dal fallimento. Era un venerdì afoso di fine luglio, il giorno prima avevi chiesto in prestito a Sebastiano un registratore. “Mi serve per registrare le modulazioni del mio respiro quando mi faccio trascendentale come Buddha”, ci aveva scherzato su. Invece ti serviva per registrare il suo ultimo messaggio e hai tirato fuori la pistola dal cassetto (avevi il porto d’armi e una pistola per difenderti in caso di rapimenti).

Che cazzata, dice oggi Sebastiano, ancora non si dà pace di non aver saputo vedere l’abisso nel quale stava precipitando l’amico, fragile e profondo. Di non aver saputo leggere nei suoi pensieri più nascosti. Il giorno più brutto hai lasciato sul tavolo una mezza bottiglia di acqua minerale e i resti di un’insalata, l’ultimo pasto. E troppo dolore. Nel messaggio registrato: “Non trovate inutili colpevoli. Non soffro di depressione. Mi congedo con rammarico da chi mi ha voluto bene ma la vita da affrontare diventa ogni giorno troppo difficile per me. Starò meglio altrove… Io sono giunto alla disperazione calma, senza sgomento… a una fuga immobile…”.

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