La vera verità: siamo tenuti in pugno dai “mi piace”, per esistere dobbiamo essere liked.
Nessuno si domanda: devono piacere a tutti le nostre idee?

Parliamo tutti di qualità, ma poi siamo circondati, assediati, dominati dai numeri.
I contagi, l’indice di diffusione del virus, l’algoritmo che calcola il giallo e il rosso delle regioni sulla base del rapporto matematico tra numero di abitanti, malati e posti in ospedale. Il controllo sociale è numerico, e non riguarda soltanto la pandemia. Riguarda in modo più sottile i nostri pensieri, le idee e la loro condivisione.

Nell’era dei social c’è un solo modo di misurare in maniera immediata la popolarità, il consenso, e di conseguenza la spendibilità di una battuta, un titolo di un hashtag. Like, follower, iscritti a un canale YouTube, sono strumenti che legittimano o affondano un profilo, un’idea, una foto. Le case editrici setacciano la rete per pescare blogger, influencer e, come si dice adesso, content creator. Un battutista che si fa chiamare poeta ha trecentomila follower. Problema: se il quattro per cento compra un suo libro, diciotto euro a copia, quanto guadagnerà l’editore? Le aziende offrono profumi, balocchi e denaro a chi può garantire l’attenzione di un pubblico che forse comprerà profumi e balocchi. La vera verità: siamo tenuti in pugno dai “mi piace”, per esistere dobbiamo essere liked, dobbiamo controllare costantemente la likeability e alimentarla. La rete è sempre affamata. I numeri devono crescere.
Per esistere bisogna postare. Qua e là stanno nascendo studi di etica dei social e analisi critica della rete, ma giustamente non hanno una grande visibilità social.

Nessuno si domanda: devono piacere a tutti le nostre idee? Le idee sono buone soltanto se piacciono?

Apparentemente sì. Ho intervistato una simpatica influencer-content creator-imprenditrice digitale che prima di dire buongiorno mi ha presentato (come si faceva un tempo con i curriculum) il numero dei suoi follower, mi piace eccetera su Instagram, Facebook, Tik Tok, Twitter, nonché gli iscritti al suo canale YouTube. Le fotografie hanno sostituito le competenze, non più necessarie. Tom Nichols, professore di National Security Affairs, all’U.S. Naval War ha dedicato alla questione il saggio: “La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia” (Luiss). Il titolo inglese è più cattivo: “The Death of expertise”La morte della competenza”. Ovvero, che farsene di libri, titoli di studio e anni di praticantato se esiste Wikipedia? Perché leggere saggi e ricerche quando Facebook mette a disposizione notizie di prima mano, dell’influencer di turno, legittimato da migliaia (e qualche volta milioni) di follower?

Goop, il sito di Gwyneth Paltrow, è popolato da agopunturisti, endocrinologi, guaritori e sensitivi privi di credenziali. C’è chi raccomanda l’inserimento di uova di giada nella vagina per prevenire il prolasso uterino e migliorare il piacere, chi suggerisce olio di serpente e stickers da applicare sul corpo per bilanciare i chakra o shampoo salato per disintossicare il cuoio capelluto (The Cut ha fatto una spassosa classifica di stramberie). I mirabolanti benefici sono stati smentiti dalla NASA, dal Council of Better Business Bureau e dal TINA (TruthInAdvertising.org), che ha diffidato più volte Goop per pubblicità ingannevole (c’è stata anche una multa di 145mila dollari proprio per le uova di giada). Ma niente. Avere milioni di follower è sufficiente. Il dato quantitativo è l’unico preso in considerazione perché comodo, facile, spendibile.

E se non ci volessimo stare? Senza per questo avere nulla contro algoritmi impressionanti e chatbot ancora “stupidi” (l’assistente virtuale della mia banca mi dice “non ho capito” due volte su tre) possiamo trovare spazio alle idee che ci piacciono fregandocene dei like e dei seguaci? L’intelligenza artificiale non è neutra come molti credono. È ancora un essere umano che imposta i parametri e scrive un algoritmo sessista, razzista, orientato politicamente, bugiardo. Bypassando la folla dei numeri, è lì che bisogna andare. Alla fonte. E se decidessimo come Neo in Matrix di uscire dal copione scritto per noi? Certo, nessuno lo vieta, ma il rischio è l’isolamento. A meno che il rifiuto del sistema non provochi una forma di consenso da parte del sistema. Certo, sarebbe divertente.

Roselina Salemi

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