“L’Uomo Che Non Ha Idea sa che la strada
segnata è ormai questa, e spaesato e preoccupato cerca di capire se esiste una soluzione verso cui creare un’aggregazione di persone e di idee capace di invertire rotta.
La risposta è ovviamente sì.
Il manifesto della lotta di classe nel XXI secolo”.

“L’Uomo Che Non Ha Idea sa che servono le idee per cambiare un mondo che non funziona, che non piace. Le idee poste alla base dell’agire dell’uomo hanno da sempre trasformato un mondo appunto ideale in un mondo reale.
Forse lo abbiamo dimenticato, ma con le idee tutto è possibile, tutto.
Le idee possono essere vendute o donate. Chi le vende lo fa per trarne un profitto, chi le dona lo fa invece per rendere migliore la vita degli altri.
E non è affatto la stessa cosa.
C’è un ambito dove la differenza tra vendere e donare una idea appare di una chiarezza dirompente: il mondo del lavoro, un mondo caratterizzato dalla costante ricerca di un equilibrio tra il lavoro inteso come scambio materiale tra un lavoratore e un datore di lavoro – il primo mette a disposizione le proprie energie e il proprio tempo per ottenere uno stipendio mentre il secondo vuol ricavare dal suo impegno un profitto – e il lavoro, e dunque i lavoratori, intesi come bene collettivo che lo Stato deve tutelare per evitare che la natura predatoria del capitale possa ridurli in schiavi. Sebbene siano costrette a coesistere, queste due idee di lavoro sono profondamente diverse tra loro”.

“Un elemento fondamentale della natura umana è il bisogno di lavoro creativo,
di ricerca creativa, di libera creazione senza gli arbitrari e limitanti effetti delle
istituzioni coercitive. Va da sé che una società dignitosa dovrebbe massimizzare
le possibilità per questa fondamentale caratteristica umana, di realizzarsi”.
Noam Chomsky. Professore Emerito di Linguistica, Massachusetts Institute of Technology.

“Anno dopo anno, decennio dopo decennio, è però accaduto che questo equilibrio
tra il lavoro come “vendere sé stessi” e il lavoro come valore umano è venuto meno, avvicinandosi pericolosamente verso l’affermazione del lavoro oggettualizzato, incurante dell’essere umano, la cui estremizzazione è il ritorno alla schiavitù, seppur edulcorata dalla presenza di un sistema di valori senz’anima.
L’Uomo Che Non Ha Idea sa che la strada segnata è ormai questa, e spaesato e preoccupato cerca di capire se esiste una soluzione verso cui creare un’aggregazione di persone e di idee capace di invertire rotta.
La risposta è ovviamente sì.
La lotta.
La capacità degli uomini di lottare, è un patrimonio dell’umanità, è stato da sempre il mezzo usato dall’essere umano per evolversi, per migliorarsi. Purtroppo il valore della lotta è stato distorto e declassato sino ad essere imprigionato nell’idea della violenza, della violenza fine a sé stessa.
Quindi la sopraffazione del più forte (il capitale) sul più debole (il lavoratore) è avvenuta nell’illusione che attraverso l’abbandono della conflittualità, la cosiddetta pace sociale, si potesse ottenere il bene di tutti.
La costante crescita della disuguaglianza sociale, che ormai in molti ritengono essere insostenibile – sempre più poveri e pochi ricchi sempre più ricchi – sta pian piano spazzando via l’inganno della “pace sociale”: il capitale ha preso il sopravvento, occorre invertire rotta.
C’è un tassello fondamentale da considerare per comprendere la realtà del sistema capitalista attuale, ossia l’abbaglio incredibile che la collettività ha preso con l’avvento della tecnologia, che è stata da sempre presentata e “venduta” dalla politica come uno strumento che avrebbe proiettato, senza se e senza ma, le masse verso un futuro più radioso, verso un maggiore benessere sociale.
In verità, avendo lasciato al capitale il compito di guidare la spinta al cambiamento tecnologico, di incorporarlo nel proprio sistema di produzione, questo ha fatto l’unica cosa che è in grado di fare: trarne il massimo profitto. In tal modo, il capitale è riuscito a riportare indietro le lancette dell’orologio, verso quell’idea di fabbriche dell’800 e del 900, nell’ambito delle quali i lavoratori erano considerati un piccolo anello della catena di produzione.
Che stiamo tornando indietro ce lo raccontano tutti i giorni ad esempio i lavoratori dei call center, gli autisti che fanno le consegne a domicilio tramite le applicazioni,
i lavoratori di Amazon. Questi lavoratori svolgono mansioni ripetitive, altamente standardizzate e controllabili il cui unico valore umano è il tempo di lavoro. Pian piano questo modo di concepire il lavoro sta invadendo tutti i settori produttivi”.

“Ora, un sistema federato, decentralizzato di libere associazioni che incorpori istituzioni sia economiche che sociali, mi sembra la forma appropriata di organizzazione sociale per una società tecnologicamente avanzata in cui gli esseri umani non debbano essere forzati a diventare strumenti o ingranaggi di una macchina”. Noam Chomsky

“L’Uomo Che Non Ha Idea a questo punto si starà chiedendo: com’è possibile invertire rotta? E’ necessario avere una idea, o meglio un insieme di idee per ridisegnare i rapporti economici e sociali in senso più egualitario. Proviamo quindi a discutere insieme di quali idee possono essere utili a tal fine, che è possibile sintetizzare nel concetto di manifesto della lotta di classe nel XXI secolo”.

I. Abbandono della logica della post-ideologia.
Il primo passo è l’abbandono della post-ideologia, ossia il vuoto ideologico dovuto all’abbandono delle ideologie, che è la linfa vitale dell’inganno della pace sociale: non essendoci più conflitto da capitale e lavoro non c’è più bisogno delle idee, la post-ideologia appunto.

II. Riproposizione della conflittualità come elemento chiave dell’ordine democratico e costituzionale.
Lo si è dimenticato, ma tutto l’impianto democratico e costituzionale, in Italia e in molte parti del mondo, è stato costruito sul valore della conflittualità quale elemento chiave per garantire un equilibrio tra i più forti e i più deboli. Il riconoscimento del diritto di sciopero negli ordinamenti costituzionali ne è la massima espressione.

III. Superamento dell’idea falsificata di Stato minimo pro capitalista e di Stato sociale neoliberista.
Si pensa spesso erroneamente che il capitale voglia eliminare i diritti sociali, di qualsiasi ordine e natura, in verità ha bisogno di un minimo di Stato sociale per potere mantenere un equilibrio sostenibile ed evitare la ribellione delle masse. Quindi bisogna puntare verso un vero Stato sociale che non sia a uso e consumo del capitale.

IV. Presa di coscienza politica dell’esistenza di un ordine giuridico del mercato.
Questa è una delle più grandi illusioni degli ultimi tempi dietro cui si è trincerata la politica. Non esiste un ordine naturale del mercato, le regole economiche sono quelle stabilite dall’uomo attraverso le leggi, è dunque scegliendo queste che si crea una economia, una crisi oppure una crescita.
La responsabilità è quindi sempre della politica.

V. Riorganizzazione della comunità internazionale in chiave anti-neoliberista e rispettosa della sovranità e della democrazia interna degli Stati.
Gli Stati devono rivoluzionare i rapporti con le organizzazioni internazionali, non è possibile, non è democratico che oggi siano le organizzazioni economiche internazionali a decidere le riforme, a sottomettere intere popolazioni a logiche di potere economiche e finanziarie.

VI. Ridefinizione dei rapporti tra politica e parti sociali e messa in discussione dell’interesse superiore.
Nonostante sia storicamente stata l’idea posta alla base dei regimi totalitari, l’interesse superiore della nazione o dell’Europa – a volte è una crisi economica, altre volte una emergenza sanitaria –, rappresenta ancora oggi la chiave ideologica per zittire il dissenso, per sopprimere la protesta. Bisogna preoccuparsi quando la politica sfodera l’interesse superiore, oggi come in passato, stesso metodo.

VII. Intervento a monte per una più equa redistribuzione della ricchezza.
Altro cambio di paradigma deve riguardare il modo attraverso cui redistribuire la ricchezza. Poco efficace e dispersivo il metodo tanto discusso della patrimoniale, che agisce a valle del sistema di produzione, e dove la gente non ha alcun controllo poiché necessita del filtro della politica, che toglie quote comunque marginali al grande capitale, con la promessa di redistribuirle alle masse. Andrebbe invece riconsiderata l’idea di una redistribuzione a monte, attraverso un aumento del potere contrattuale ed economico dei lavoratori, cosicché l’incremento degli stipendi vada immediatamente a favore dei lavoratori, che in tal modo avrebbe anche una maggiore e più generalizzata efficacia redistributiva.

VIII. Riorganizzazione interna del sindacato e suo riposizionamento ideologico.
In questa rivoluzione delle idee, il sindacato è, o dovrebbe essere, il soggetto collettivo più importante, che deve necessariamente abbandonare la propensione ad accettare l’interesse superiore per riaprire la stagione della conflittualità.

IX. Rilancio e rafforzamento dell’inderogabilità della contrattazione collettiva a livello nazionale.
Uno degli elementi chiave attraverso cui è stato indebolito il potere dei lavoratori è stato l’ampliamento dei poteri delle imprese nel decidere a livello locale e di singola impresa una riduzione in senso peggiorativo dei diritti dei lavoratori.

X. Contrasto all’arbitrarietà del criterio della produttività nella definizione dei salari.
In concreto, l’idea dell’interesse superiore della nazione o dell’Europa ha preso agganciando all’interesse superiore della produttività delle imprese la possibilità di ridurre i salari, gioco fin troppo facile per il capitale poiché possiede tanti modi per poterla artificialmente sganciare dai salari.

XI. Riconoscimento del gruppo d’impresa quale soggetto imprenditoriale unico con cui condurre le trattative sulle condizioni di lavoro.
Bisogna contrastare il metodo di sviluppo delle multinazionali, attraverso cui queste riescono a prendere tutto e a dare solo ciò che ritengono giusto dare.
In tal senso, l’outsourcing è una delle principali strategie utilizzate dalle grandi imprese e dalle multinazionali per ridurre i salari, che oggi rappresenta forse la più grande macchina della disuguaglianza sociale nel mondo.

XII. Contrasto all’uso di falsi lavori autonomi nell’economia digitale.
Il lato oscuro della tecnologia si è spinto sino al punto da considerare possibile che lavoratori assolutamente dipendenti delle grandi aziende potessero essere considerati autonomi, che è un guadagno per il capitale poiché un lavoratore autonomo costa meno di un lavoratore dipendente.

XIII. Riorganizzazione interna dei partiti coerente con un ritorno al riconoscimento della conflittualità.
I partiti, in special modo quelli di sinistra, devono chiudere la stagione della pace sociale per ridare dignità politica alla conflittualità che ci ha portato nell’era dei diritti.

XIV. Messa in discussione della globalizzazione e del capitalismo moderno nella loro forma attuale mediante indagini mirate sul campo.
Al contrario di quello che si pensa, la globalizzazione può essere un processo reversibile, ma è necessario avere delle idee per attuarlo.

XV. Indagini mirate sul reale impatto della tecnologia sulle condizioni di lavoro.
Per rimettere in discussione la globalizzazione a uso e consumo del capitale bisogna ammettere che la tecnologia si è trasformata in uno strumento di sfruttamento del lavoro che sta riportando indietro le lancette della storia.

XVI. Riconoscimento del ruolo della magistratura nelle indagini sul capitalismo attuale.
La magistratura in Italia e nel mondo sta svolgendo un ruolo molto importante nello svelare le strategie del capitale.

XVII. Altre proposte volte a regolamentare la globalizzazione, compresa dunque l’espansione delle multinazionali, entro limiti democratici e costituzionali.
Le idee, le indagini, la ricerca svolte sul campo devono poi concretizzarsi in leggi
e regole per far rientrare le multinazionali dentro i ranghi costituzionali
e democratici. Propongo una nuova teoria economica sull’espansione delle multinazionali, per regolamentare un fenomeno che genera disuguaglianza.

Lidia Undiemi

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@Lidia_Undiemi

La lotta di classe nel XXI secolo
scritto da Lidia Undiemi pubblicato da Ponte Alle Grazie

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