I maya magari possono sbagliare una profezia, come quella sulla fine del mondo, ma difficilmente fanno lo stesso sotto porta. Lo sa bene il Messico, arrivato alle porte della finale olimpica grazie ai gol di Henry Martín, il primo giocatore di origine maya (come testimonia l’apelido Mex) ad aver indossato la maglia del Tricolor. “Quando mi hanno convocato la prima volta, nel 2015, pensavo fosse uno scherzo. Stavo andando dalla mia famiglia per trascorrere con loro le vacanze, quando mi telefonarono per informarmi dell’infortunio occorso ad Oribe Peralta, dicendomi che sarei stato io a sostituirlo”, ha ricordato a Televisa Deportes.

Ripensandoci adesso, con Martín grande protagonista alle Olimpiadi di Tokyo, quella con Peralta, l’eroe d’oro di Londra 2012, sembra quasi una staffetta perfetta. Si, perché l’attaccante yucateco ha già segnato tre reti, con tanto di doppietta alla Corea del Sud nei quarti di finale dopo aver rotto il ghiaccio nell’ultima partita del girone con il Sudafrica. Il paragone con El Hermoso, in effetti, sembra starci tutto, come ha ribadito il diretto interessato ai microfoni di TV Azteca: “Peralta è una grande persona, un idolo e un esempio da seguire. Un po’ mi rivedo in lui perché come me è esploso tardi e in breve tempo è riuscito a imporsi anche a livello internazionale”.

Del resto, quella di Martìn è la storia di un’ascesa incredibile e rapidissima. Sette anni fa, infatti, il “Bufalo” giocava ancora nella squadra allenata dal padre, il Club Soccer, e non era nemmeno un professionista, anche se aveva vissuto una breve parentesi nel 2007 con gli Itzaes dello Yucatán, in terza divisione, dove spesso gli capitava di affrontare gente che aveva il doppio dei suoi anni: “Con Henry abbiamo giocato nella Liga Primera Fuerza, dove ha vinto, se non sbaglio, per quattro volte la classifica dei cannonieri. Noi due eravamo gli attaccanti della squadra di mio padre” , ha raccontato il fratello Freddy.

Fino a quando Daniel Rosello, un ex calciatore uruguagio naturalizzato messicano, stregato dal suo talento, lo ha convinto a lasciare gli studi di Ingegneria Civile, invitandolo a fare un provino con i Venados di Mérida, l’entità calcistica più prestigiosa dello Stato famoso per essere stato la culla della civiltà maya. Seppur all’inizio abbia dovuto faticare per adeguarsi alla nuova realtà, il centravanti yucateco si è imposto anche in Liga de Ascenso, guadagnandosi le attenzioni del Tijuana. “E’ stata una cessione molto remunerativa per il club, un fatto mai successo prima d’allora a Mérida e nemmeno a qualsiasi altro club della Liga de Ascenso“, ha confessato Luis Molina, il presidente dei Venados, gongolando come chi sa di aver concluso un buon affare.

L’impatto con la Primera División è stato di quelli incoraggianti: nella sua prima stagione tra i grandi, il “Bufalo”, che è diventato l’undicesimo yucateco di una dinastia cominciata negli anni ’70 da Carlos Iturralde Rivero a giocare nel massimo campionato, ha messo insieme sette reti tra campionato e Copa MX, prima di vedere la sua crescita stroncata sul nascere da un grave infortunio alle ginocchia. La svolta è arrivata nel 2018, quando a ricordarsi di lui è stato Miguel Herrera, l’allenatore che nel 2016 si oppose fermamente al suo trasferimento alle Chivas di Guadalajara. In quel momento il pubblico americanista si aspettava l’ingaggio di un nome più altisonante, ma il Piojo ha avuto ragione: l’impatto di Martin sul mondo azulcrema è stato fulminante, con tanto di tripletta iniziale ai Lobos BUAP.

Il suo rendimento è stato un crescendo rossiniano, raggiungendo il picco nell’ultima temporada in cui è stato un fattore determinate per il club di Città del Messico, realizzando 15 reti in 34 incontri di Liga MX. Un exploit che ha convinto il tecnico Jaime Lozano a portarlo come fuori quota alle Olimpiadi, insieme a Memo Ochoa e Luis Romo. “Il nostro obiettivo è vincere l’oro“, ha scritto sui social senza troppa scaramanzia. L’ultimo ostacolo prima della finale è il Brasile di Richarlison e Dani Alves, in cerca di vendetta dopo la medaglia d’oro sfumata a Londra 2012. Servirà un’impresa, ma Henry Martín non ha paura: “L’unica persona che mi fa paura è mia madre“.

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