È stata la prima pugile italiana a disputare un’Olimpiade. Cinque anni dopo i giochi di Rio è la prima a vincere una medaglia. Irma Testa è a un passo dalla finale ed è già nella storia della boxe azzurra perché nel pugilato a cinque cerchi si assegnano in ogni caso due terzi posti. Ventitré anni di Torre Annunziata, sabato mattina ha la semifinale dei pesi piuma. Dopo aver sconfitto con merito Vorontsova e Walsh, la scorsa notte con verdetto unanime ha battuto la canadese Caroline Veyre. Ora deve affrontare la temibile (come del resto le altre tre) filippina Nesthy Petecio.

Irma, campionessa europea due anni fa nella categoria 57 kg, ha iniziato a boxare da bambina. Aveva dieci anni quando è entrata nella palestra Boxe Vesuviana del maestro Lucio Zurlo. Al suo debutto olimpico in Brasile ha raggiunto i quarti di finale, venendo sconfitta dalla campionessa mondiale e futura campionessa olimpica dei pesi leggeri Estelle Mossely. Per arrivare a Tokyo il percorso è stato brillante, ha infatti vinto la medaglia d’oro al Torneo di Qualificazione Olimpica di Parigi, dove ha dominato l’inglese Demolita Walsh. Nel 2018 è stata anche protagonista del documentario di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman. “Butterfly” è il titolo del film e il soprannome che si porta appresso.

La conosce bene sin da quando era piccolina, Patrizio Oliva, napoletano di Poggioreale. Lui che la medaglia d’oro l’ha vinta nel 1980 a Mosca, dove è stato premiato anche miglior pugile assoluto di quell’edizione. “Secondo me Irma vince l’oro – dice Oliva a ilfattoquotidiano.it – lo pensavo alla vigilia del torneo, a maggior ragione adesso che è in semifinale. La ragazza è veramente tosta, brava tecnicamente, sa usare bene il sinistro. Non si piange addosso, combatte senza paura. Io la conosco da sempre perché è allieva di Lucio Zurlo, padre di quel Biagio con cui sono cresciuto e mio collaboratore per anni. Le qualità della ragazza erano chiare sin dal principio. Ha avuto solo un piccolo sbandamento, quando sembrava volesse diventare un personaggio a discapito della boxe. Ma così non si diventa campionesse! Per fortuna Irma ha subito ritrovato la strada giusta. Io prima sono diventato campione e poi un personaggio. Oggi vedo pugili che postano sui social foto con 10 cinture che non contano niente. Si beano di risultati di passaggio. Io non li mostro neanche adesso i miei trofei. Per fortuna le donne sono diverse”.

L’Italia del pugilato ha portato quattro donne a Tokyo, zero uomini. Oltre alla Testa, si sono qualificate Giordana Sorrentino (giovedì negli ottavi dei pesi Mosca), Rebecca Nicoli (venerdì negli ottavi dei pesi leggeri) e Angela Carini, purtroppo già eliminata. “Ai miei tempi una cosa del genere – continua Oliva – non era nemmeno ipotizzabile, ma ora bisogna ragionare in modo diverso. Anzi bisogna dire che abbiamo qualificato 4 pugili all’Olimpiade, senza più differenziare tra donne e uomini. Ecco perché complessivamente non è una débâcle del pugilato italiano. Certo gli allenatori degli uomini dovranno farsi un esame di coscienza, analizzando bene cosa è successo”. Nel luglio del 2001 Maria Moroni, peso piuma di Foligno, è stata la prima donna tesserata come agonista dalla Federazione Pugilistica Italiana. Irma allora aveva solo tre anni, ora è la testimonianza di quanto la boxe femminile sia cresciuta in questo ventennio.

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