di Sara Gandini (epidemiologa/biostatistica) ed Emilio Mordini (psicanalista)

Una delle più brutte abitudini contratta dalla gente durante questa epidemia è stata quella di riferirsi alla morte ad ogni piè sospinto e per le più svariate ragioni. Quante volte abbiamo sentito invocare il “rispetto per i morti di Covid” come argomento per prevalere in una discussione? Oppure quante altre volte un interlocutore ha rivendicato l’aver perso qualche persona cara per rendere più credibili le sue teorie sulla malattia? Eppure, spesso accettiamo di buon grado questi argomenti speciosi senza domandarci cosa significhi “rispettare i morti” e da cosa nasca questo imperativo.

Sin dalle epoche più antiche gli esseri umani hanno avuto un timore sacrale nei confronti della morte e dei morti, lo testimoniano gli ossari rinvenuti nei siti risalenti alle epoche preistoriche più lontane. Per millenni, poi, il ricordo dei morti e le pratiche di pietà nei confronti del cadavere, sono state tutt’uno con le credenze religiose. Le varie civiltà che si sono succedute nel corso dei secoli si sono distinte tra loro anche per diverso atteggiamento nei confronti dei morti e della morte: di molte civiltà – si pensi agli Etruschi o agli Egiziani – le più importanti testimonianze che ci restano sono le tombe.

In epoche più recenti, il culto dei morti ha perso progressivamente il carattere sacro per acquistare un significato civile e politico. Generazioni di studenti hanno imparato a memoria i Sepolcri di Ugo Foscolo e ancora oggi il verso “A egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti, o Pindemonte” evoca ricordi liceali. Si potrebbe quindi dire che la ripresa del tema della morte come conseguenza del Covid non è altro che il ritorno a qualcosa che esiste da sempre e che, solo negli ultimi anni, era caduto un po’ in ombra (si pensi al famosissimo libro di Philippe Ariès su La storia della morte in Occidente).

Tutto questo, però, non spiega, o spiega poco, l’appello alla morte e al rispetto dei morti come argomento centrale nel discorso pubblico. Colpisce, poi, che a questa apparente centralità non abbia corrisposto affatto durante l’epidemia un rispetto nel confronto dei defunti. Per la prima volta nel corso di secoli sono stati anzi proibiti i riti funerari, religiosi e civili: le persone sono state sepolte o cremate senza l’accompagnamento di amici e familiari e in assenza di ogni cerimonia. I cadaveri di malati positivi al Covid sono stati – anche recentemente – negati alla vista dei familiari.

Le norme di pietà e di rispetto per il corpo senza vita sono state calpestate: le salme, spogliate e non preparate, sono state – e sono a tutt’oggi – rinchiuse in sacchi ermetici, come rifiuti speciali. Tutto questo in nome di una contagiosità molto dubbia: difficilmente, infatti, una malattia che si contagia tramite il respiro può essere trasmessa da colui che ha smesso di respirare. Come si legge sul documento del Ecdc (European centre for disease prevention and control), la trasmissione del virus SARS-CoV-2 attraverso la manipolazione di cadaveri non è stata finora comprovata e il rischio potenziale di trasmissione correlato alla manipolazione di cadaveri di soggetti con sospetta o accertata positività a Covid-19 è considerato basso. Probabilmente le normali precauzioni che si adottano da sempre nel maneggiare il cadavere di qualcuno deceduto per una malattia infettiva sarebbero state più che sufficienti, ma non vogliamo entrare in questa discussione.

Il punto è che anche i bisogni simbolici legati al desiderio di salutare in modo degno i propri cari sono altrettanto importanti. I riti sono parte della nostra civiltà e il rispetto dei morti e dei vivi loro cari passa anche di qui. Non si può sacrificare tutto ad un ordine supremo di pulizia, igiene e assenza di rischi, perdendo di vista bisogni simbolici e riti che ci elevano dal terreno dalla pura sopravvivenza. Gli antropologi ci dicono che all’origine delle pratiche di pietà per i defunti ci fosse la credenza che essi potessero tornare in vita. Il morto andava trattato con rispetto perché, al contrario, si sarebbe potuto vendicare dei vivi. L’idea che la morte conferisca uno statuto speciale rimane ancora oggi in alcune convinzioni popolari, ad esempio quella che non bisognerebbe mai parlare male di un defunto. È difficile evitare di pensare che non riaffiorino, attraverso queste usanze, anche antiche paure e superstizioni.

Si capisce, allora, perché il nostro mondo evoluto e secolarizzato abbia riscoperto il rispetto dei defunti (almeno a parole) in occasione del Covid-19. Il modo in cui abbiamo trattato i corpi di coloro morti per questa malattia e prima ancora i morenti – isolati in reparti asettici, senza il conforto di un viso amico, della carezza di un familiare o di un amico – grida ancora vendetta ed è inevitabile che si sia sviluppato una sorta di rimorso generale, che si esprime anche in questo ossessivo riferirsi alla “necessità di rispettare i morti”. Proprio perché non li abbiamo rispettati, ora ripetiamo ossessivamente il contrario.

C’è infine un altro elemento da prendere in considerazione ed è quello che potremmo chiamare la “sindrome del sopravvissuto”. Si tratta di una tragica condizione psicologica che è stata ben spiegata da Primo Levi, quando raccontava come non vi sia sopravvissuto ai campi di sterminio che non si sia sentito in colpa per essere rimasto in vita mentre tanti suoi compagni erano morti. L’aver scampato dalla morte diventa una colpa da scontare, come se la propria vita fosse stata pagata dalla morte di un altro. Questa condizione la si riscontra anche in coloro che si sono salvati da un disastro in cui la maggioranza delle persone è perita. Uno dei prezzi che stiamo pagando al martellamento mediatico che per più di un anno ci ha servito la morte in tutte le salse e a tutte le ore, che ha cercato di convincersi che fossimo tutti in pericolo di vita, è questa collettiva “sindrome del sopravvissuto”. Molte persone hanno l’impressione che la morte le abbia sfiorate, per prendere poi qualcun altro al posto loro, e si sentono in colpa.

Potremo finalmente dire di essere usciti dalla pandemia quando anche questo malsano fascino per la morte e tutti i sensi di colpa e rimorsi che l’accompagnano saranno per sempre passati, ma, per riuscirci, dovremo prima trovare il coraggio di fare i conti con le vere colpe che abbiamo.

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