“Dopo che mi sono stati portati via, in nove mesi sono riuscito a vedere i miei figli solo per 5 ore e mezzo. Sono passati quattro anni dall’ultimo incontro e io non ho potuto abbracciare i miei due bambini”. La storia di Tommaso Perina, italiano che vive in Giappone dal 2003, sposato con una cittadina nipponica nel 2011 e dalla quale ha avuto due figli, uno nel 2013 e l’altro nel 2015, assomiglia a quelle di migliaia di altri padri e madri, sia giapponesi che stranieri, che ogni giorno lottano per poter vedere i propri figli senza il rischio di essere denunciati per tentato rapimento. Nessun episodio di violenza in famiglia, ma solo una fuga inaspettata della moglie nel 2016 e una legge, quella giapponese, che non prevede l’affido congiunto, ma solo quello esclusivo, togliendo di fatto all’altro genitore qualsiasi diritto nei confronti del figlio: “In caso di divorzio. Un genitore che non ottiene l’affidamento non può più mettere bocca nella vita dei propri figli. Nel caso in cui la madre o il padre si risposino, sarà il nuovo marito o moglie ad avere la patria potestà. Ma non è il mio caso e di altre migliaia di padri e madri. In molti siamo ancora legalmente sposati, ma le nostre mogli e mariti sono fuggiti con i nostri bambini, all’improvviso, impedendoci di vederli. E lo Stato li protegge“. Anche per questo, dal 10 luglio un cittadino francese, Vincent Fichot, sta portando avanti uno sciopero della fame davanti alla stazione di Sendagaya, a Tokyo, a pochi metri dallo stadio che dal 23 luglio ospiterà alle Olimpiadi, nella speranza di attirare l’attenzione del mondo e del presidente Emmanuel Macron in visita nel Paese.

Questi genitori, si parla di 16 casi di cittadini italiani con 30 bambini coinvolti, con numeri ben più alti stimati per francesi (300 bambini) e britannici (1.400 bambini), accusano i coniugi di aver “rapito” i propri figli per averne la custodia esclusiva in caso di separazione, come previsto dalla legge del Paese asiatico: “Chi non ha divorziato, però, conserva tutti i diritti di padre e madre. Il codice penale giapponese, inoltre, dice che portare via un figlio a uno dei genitori costituisce reato, mentre anche in caso di divorzio il codice civile, rivisto nel 2011, dice che i bambini dovranno essere affidati al genitore che più dell’altro è in grado di garantire il benessere e gli interessi del piccolo. E come si fa a dire che un padre o una madre che rapisce i propri figli impedendo loro di vedere l’atro genitore stia facendo i loro interessi? Non è un problema di vuoto normativo. Le leggi ci sono, ma non vengono applicate“. Questo perché i tribunali giapponesi, aggiunge l’uomo, danno la precedenza al principio della continuità, motivandolo proprio con la necessità di creare il minor stress possibile ai piccoli: “Quindi se un genitore sottrae il figlio al marito o alla moglie senza farglielo vedere per anni è avvantaggiato in sede di processo. Ma è un principio che è solo una prassi, non esiste alcuna legge che ne parli”.

Perina e Fichot rappresentano due dei casi più noti tra le migliaia che ogni anno si registrano in Giappone. Le stime non ufficiali diffuse dalla ong Kizuna Child-Parent Reunion dicono che ogni anno circa 150mila bambini perdono i contatti con uno dei genitori. I due, non trovando la collaborazione delle istituzioni giapponesi, da anni hanno cercato di sensibilizzare i rispettivi Paesi, di cui i loro figli sono cittadini, e la comunità internazionale sul tema dell’allontanamento dei piccoli da un genitore: “Abbiamo partecipato a numerose conferenze stampa con testate nipponiche e internazionali, abbiamo ottenuto una risoluzione del Parlamento europeo in cui si chiede alle autorità giapponesi di rispettare le norme internazionali sulla protezione dei minori e di introdurre delle modifiche al loro sistema giuridico per consentire l’affidamento condiviso. Abbiamo anche convinto i 26 ambasciatori europei a Tokyo a firmare una dichiarazione congiunta nella quale si dice che il Paese non rispetta i trattati internazionali in tema di diritti dei minori e dei diritti umani. Io personalmente ho avuto colloqui con l’ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sono riuscito a ottenere l’intervento del capo dello Stato Mattarella e dell’ex ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. E tutti, ho saputo, non sono riusciti a smuovere il Giappone dalle sue posizioni. A questo punto, chiediamo che dalla soft diplomacy si passi alle azioni concrete in campo economico, ma su questo devo dire che l’Italia e altri Paesi hanno messo un paletto. Qui non stiamo parlando di terzo mondo, bensì di un alleato membro del G8 che viola i diritti umani di cittadini anche europei”.

Il vero problema, sostiene però Perina, è soprattutto quello relativo al mancato rispetto di leggi e sentenze da parte del Giappone: “La sentenza del tribunale dice che io ho il diritto di vedere i miei figli almeno due ore al mese – spiega -, ma non ci sono qui in Giappone autorità o servizi sociali che si assicurino che queste disposizioni vengano rispettate. Così io non vedo i miei bambini da quattro anni ormai. La Convenzione di Vienna dice inoltre che i consolati stranieri hanno il diritto di tutelare i diritti dei propri cittadini all’estero, ma mia moglie e le autorità giapponesi hanno ostacolato anche le loro verifiche. Infine, la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia dice che gli Stati devono rispettare il diritto del fanciullo separato da entrambi i genitori o da uno di essi di intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i genitori, a meno che ciò non sia contrario all’interesse preminente del fanciullo. Il Giappone ha ratificato tutti questi trattati, ma nella pratica non li rispetta”.

Adesso, questi padri e madri che non possono più vedere i propri figli, se non rischiando di essere arrestati dalle autorità, sperano di portare questo fenomeno così diffuso, tanto che il Giappone è stato ribattezzato il “buco nero della sottrazione dei minori”, all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale per mettere pressione sulle istituzioni di Tokyo. Fichot lo sta facendo pubblicamente, con il suo sciopero della fame proprio dove si terranno i prossimi Giochi Olimpici, mentre Perina continua la sua battaglia nei tribunali e la pressione sulle istituzioni italiane: “La mia ultima speranza è cercare di forzare mia moglie chiedendo continuamente il pagamento di multe per il mancato rispetto della sentenza – conclude – Se non si piega dovrò nuovamente chiedere il cambio di custodia e passare nuovamente alle vie legali. Intanto, però, i miei figli crescono e io non potrò rivederli fino a quando non saranno maggiorenni”.

Twitter: @GianniRosini

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te

In questi tempi difficili e straordinari, è fondamentale garantire un'informazione di qualità. Per noi de ilfattoquotidiano.it gli unici padroni sono i lettori. A differenza di altri, vogliamo offrire un giornalismo aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per permetterci di farlo. Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Alluvione e Covid, dopo le falle nel sistema di allerta e nei soccorsi la Germania cambia: competenze nazionali per gestire le crisi

next
Articolo Successivo

Le proteste di Cuba non sono la ‘volta’ buona. Ma un cambiamento è avvenuto

next