“Rocco (Siffredi) non muore mai!”. Libero De Rienzo, trovato morto in casa all’età di 44 anni, l’aveva toccata pianissimo fin dal suo esordio. Subito lui, subito personaggio, subito insofferente comico, spaventato guerriero. Il “Bart”/De Rienzo di Santa Maradona (2001) fece colpo quasi più del collega, anzi facciamo alla pari, altrimenti Stefano Accorsi (capello rasatissimo ancora sotto effetto Fate Ignoranti) se ne ha a male.

Supercazzole istantanee (quella in libreria è fantastica), espedienti buffi e intricati per sopravvivere ma rimanendo un filino stilosi, quest’aria perennemente arruffata. Quasi l’emblema di una generazione engagé, i quarantenni di oggi, all’epoca appena oltre i venti, ma incapaci di andare oltre la philia di cinema, calcio e letteratura. E De Rienzo ci era talmente entrato in quella parte, quasi forse da non uscirne più. Fu tra l’altro Roger Moore a premiarlo durante la serata dei David di Donatello. Modello Telegatti di Canale5. Uno 007 che “non muore mai” premiò un Libero tremante e leggero come una piuma, emozionato ed agitato, come forse solo Bart poteva respirare. Sembra un tempo lontanissimo e invece c’era già l’euro.

Salti di quasi vent’anni e ancora gli espedienti per sopravvivere, generazioni di laureati e competenti perdute, geni in ogni campo costretti a darsi al crimine. Smetto quando voglio, con annesso Masterclass e Ad Honorem, rivide Libero De Rienzo interpretare un altro Bart: superlaureato in economia e poco atletico performativo (ricordiamolo quando sbaglia comicamente l’assalto al treno). Un tempo dilatato per l’attore di origine napoletana da parte di padre – aiuto regista di Citto Maselli e colonna della trasmissione tv Chi l’ha visto? – che nel 2005 esordisce alla regia nel controverso Sangue, c’è l’incesto di mezzo e un convulso Elio Germano, film che finisce pure nel prestigioso festival di Locarno, ma che vista la tiepida accoglienza spinge Di Rienzo a non procedere oltre

Diventa un Giancarlo Siani timido e fragile nel film di Marco Risi, Fortapasc; poi ancora in Miele di Valeria Golino è come un pusher di anime stanche di vivere per l’ “amica” Jasmine Trinca; fratello coltello, ma sempre un po’ titubante e straniante, rapinatore per caso in A Tor Bella monaca non piove mai di Marco Bocci.

Libero De Rienzo si perde un po’ per strada, scivola nell’ansa del dropout, si consuma e consuma talento attoriale e performativo finendo un po’ ai margini dai grandi titoli. Marco Ponti, comunque, il regista di Santa Maradona (e A/R) lo ri-vuole di nuovo Bartolomeo Vanzetti, ispettore, in Una vita spericolata dove c’è una Matilde De Angelis in blu che ancora nessuno fuma nemmeno per traverso. Lo vedremo per l’ultima volta in Una relazione, l’esordio alla regia dello sceneggiatore Stefano Sardo, chissà forse al Festival di Venezia, chissà forse ancora su un grande schermo. Faccia da cinema, Libero De Rienzo.

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