Pochi investimenti nei servizi in grado di favorire l’occupazione femminile e creare nuove opportunità per le ragazze. Con la pandemia abbiamo fatti passi indietro.

Prendo a prestito le parole di Linda Laura Sabbadini, direttrice dell’Istat, che ha definito “residuale” l’investimento del Pnrr per la parità di genere. Il più importante strumento che abbiamo a disposizione per cambiare il Paese – il Pnrr appunto – non chiuderà il gap occupazionale e sociale tra uomini e donne, rischiando così di trasformarsi nell’ennesima occasione persa lungo la strada della parità.

Ne ho parlato nel corso di un evento internazionale, promosso dai Verdi Europei, per una valutazione dei Recovery Plan nazionali. Il panel in cui sono intervenuta è stato dedicato in particolare alle politiche contro il gender gap che durante quest’anno e mezzo di pandemia si è acuito in tutto il continente europeo, colpendo i livelli di occupazione femminile. Basti pensare che sui 101mila posti di lavoro persi in Italia a dicembre 2020, 99mila riguardavano le donne. Complessivamente nel nostro paese nel 2020 – pur con il blocco dei licenziamenti in vigore – su 444mila posti di lavoro saltati, 312mila riguardavano le donne. La maggiore fragilità dell’occupazione femminile è dovuta al fatto che, in percentuale, le donne sono maggiormente occupate nei servizi, in lavori precari o per i quali è possibile licenziare (a cominciare dal lavoro domestico).

Il tema dell’occupazione femminile è una debolezza strutturale dell’Italia. Dopo anni di lentissima crescita, arrivata a sfiorare il 50% di donne occupate nel 2018, abbiamo fatto un balzo indietro di 2 punti, risultando oggi penultimi in Europa. Siamo distanti dagli obiettivi europei, lontanissimi da Germania e Regno Unito che sfiorano il 70%. Il dato dell’Italia è ancora più drammatico se consideriamo che siamo fanalino di coda in Europa per tasso di occupazione delle giovani tra i 25 e i 34 anni.

Mentre sono le donne a pagare di più la crisi occupazionale, non riusciamo a dare opportunità alla fascia più giovane. Che è penalizzata a 360 gradi: nel gennaio 2021 il tasso di disoccupazione giovanile nel nostro paese ha raggiunto il 33,8%, mentre a livello Ocse, dopo aver toccato il picco del 19% nell’aprile 2020, un anno dopo era sceso al 15%. E attenzione anche agli effetti indesiderati, per le donne, dello smart working che abbiamo sperimentato in massa da quando è scoppiata la pandemia: in molti casi è andato a sovrapporsi ad un aumento dei carichi di lavoro domestico dovuti all’assistenza a figli che non andavano a scuola o a soggetti fragili – anziani e disabili – che non usufruivano più dei servizi di assistenza extradomiciliare.

A fronte delle briciole destinate esplicitamente a colmare il gender gap occupazionale (4 miliardi di euro sugli oltre 200 stanziati) il 57% delle risorse del Pnrr andranno, come richiesto dalla Commissione europea, ai processi di digitalizzazione e alle misure di green deal, che essendo caratterizzati in Italia da una netta maggioranza di occupazione maschile non aiuteranno certo a far aumentare l’occupazione femminile. Sia chiaro: come Verdi siamo ovviamente favorevoli a digitalizzazione e transizione ecologica. Tuttavia, non avere coniugato questi macro obiettivi agli obiettivi di parità di genere – come proposto dall’europarlamentare Verde tedesca Alexandra Geese – rischia di penalizzare ancora una volta le donne. Mentre aumentare l’occupazione femminile vuol dire anche far crescere il Pil, fino a più 11 punti in Italia.

Nel mio intervento ho indicato le priorità sulle quali si deve agire: aumentare gli asili nido, i sostegni ai disabili e agli anziani, prolungare i congedi di paternità e diffondere la cultura della condivisione dei carichi familiari. Non solo: serve l’introduzione della valutazione di impatto di genere preventiva su ogni legge o provvedimento delle istituzioni, come quella adottata dalla Regione Emilia-Romagna anche su mia sollecitazione, per capire quanto andrà a beneficio di donne e uomini. Una clausola del genere avrebbe reso evidente che il Pnrr non è “women friendly”. E questa volta non c’è nemmeno la scusa della mancanza di risorse: i soldi ci sono, mentre mancano volontà politica, idee e piani strategici per chiudere quel dannato gap che penalizza più di metà della popolazione italiana.

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