Jamie Lee, Jamie Lee… quanti sospiri ci hai soavemente sottratto dall’anima negli anni ottanta? Che il Festival di Venezia regali un premio alla carriera a Jamie Lee Curtis significa che il mito del cinema, quello che non guarda in faccia alle mode, alle tendenze, esiste ancora tanto quanto l’anno in cui furono Jane Fonda e Robert Redford a ricevere un premio alla carriera. Insomma, la notizia è questa: Jamie Lee Curtis viene insignita di un Leone d’oro alla carriera mercoledì 8 settembre 2021 usufruendo della presenza fuori concorso al Lido di Halloween Kills, film diretto da David Gordon Green, e prodotto da Universal Pictures, Miramax (oh my god, Harvey!), Blumhouse Productions e Trancas International Films. Film di cui parleremo a visione avvenuta, anche se non prevediamo nulla di buono.

Jamie Lee, oggi meravigliosa, aitante, generosa 62enne, tra una causa filantropica e un libro per bambini dichiara ufficialmente: “Mi sembra impossibile di essere stata così a lungo nel mondo del cinema da ricevere un riconoscimento alla carriera, e che ciò accada oggi, con Halloween Kills, è particolarmente significativo per me. Il mio sodalizio con la Laurie Strode di Halloween ha lanciato e sostenuto la mia carriera, e rappresenta davvero un regalo il fatto che questi film abbiano dato vita a un nuovo franchise, amato dal pubblico di tutto il mondo”. La Curtis si è poi abbandonata ad un breve omaggio verso il cinema italiano “che ha sempre onorato ed esaltato il genere che ha segnato la mia carriera”. Segue infine una sintesi del personaggio di Laurie del franchise Halloween: “Non potrei essere più orgogliosa e felice di accettare questo premio dalla Mostra di Venezia, da parte di Laurie e di tutte le coraggiose eroine nel mondo che affrontano a testa alta ostacoli insormontabili e che rifiutano di arrendersi”. Alberto Barbera ha, infine, sottolineato che “il suo lavoro rivela un’artista che sa calibrare tono e stile con impeccabile abilità e grazia”.

Chiusi i convenevoli della cronaca, ecco le considerazioni sentimentali di uno spettatore. Chi ha visto Una poltrona per due e Un pesce di nome Wanda capisce di cosa stiamo parlando. Sia nell’interpretare Ophelia, la prostituta dal cuore d’oro che crede al tranello perpetrato ai danni del povero Whintorpe (Dan Aykroyd), che nel vestire i panni sexy di Wanda Gershwitz, prima ladra bugiarda e infingarda, poi dolce innamorata dell’avvocato Archie (John Cleese), la Curtis ha dimostrato un aspetto cruciale, minimo, banale e scontato, del mestiere dell’attore: colpire al cuore lo spettatore. Il quinquennio in cui la figlia di Tony Curtis e Janet Leigh tocca il suo apice, dopo l’esordio in Halloween (1978) è proprio quello di metà fine anni ottanta, quando la risacca della New Hollywood poteva travolgere e masticare e piallare chiunque, la Curtis si ritaglia un posticino al sole, mostrandosi in tutte le sue grazie (speriamo che un seno nudo non significhi sguardo misogino) e affermando che anche partendo da attrice non protagonista si può diventare protagonisti. Il tono è un po’ quello della commedia, il disincanto, l’ironia, tutta a favore del proprio procace fascino. Un tono disinvolto che ritrova in un altro titolo commerciale come True Lies (1994), dove moglie di Schwarznegger, s’inventa spirito e corpo da commedia d’azione in un caravanserraglio di scoppi, botti e incendi.

Non tanti i titoli per la Curtis in quarant’anni di carriera, qualcuno anche proprio invisibile, almeno in Italia. Però la traccia lasciata tra anni ottanta e novanta rimane indelebile, anche solo per quella Louisa Pendel, ambigua moglie di Geoffrey Rush in un altro scrigno di originalità come Il Sarto di Panama del grande John Boorman. Curtis ha poi ripreso in mano il franchise di Halloween nel 2018, anche se noi glielo avremmo sconsigliato, e comunque donando una grinta slasher alla sua Laurie che eravamo sicuri non avrebbe nascosto. Ricordiamo che è già pronto anche un Halloween Ends, ma soprattutto un ruolo importante nel nuovo film di Eli Roth, Borderlands.

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