Il 24 giugno è un’altra data piuttosto generosa in quanto a uscite in sala, ma sta avvenendo quella prevista congestione dovuta a un anno di stop per il grande schermo. L’effetto imbuto è già iniziato nel periodo estivo, storicamente il più esile per novità, incassi e presenze, e con uscite autunnali rinforzate pure dai titoli di Cannes e Venezia il vortice di titoli aumenterà presumibilmente il turnover per le teniture di sala. E pensare che alcuni blockbuster hanno comunque virato sull’esclusività online in Italia, come Godzilla Vs. Kong della Warner o Luca di Pixar.

La buona nuova è l’arrivo di una black comedy 100% italiana pure se ambientata in parte a New York. In School of Mafia i tre rampolli delle più temute famiglie criminali italoamericane della Grande mela vengono portati di forza in Sicilia per un corso intensivo di affiliazione. La loro è una vita troppo onesta e frivola, troppo distante dalla malavita insomma, per questo i tre boss padri si vergognano dei figli. Riusciranno il sommo Nino Frassica (nei panni di Turi U’Appicciaturi) e l’istrione Maurizio Lombardi (che interpreta Salvo U’Svizzero) a raddrizzarli? Anzi, a deviarli nel “businès”?

Con buona struttura narrativa parte dalla presa in giro di tutti i simboli e gli stilemi mafiosi la gustosa vicenda firmata Alessandro Pondi. Il brillante autore emiliano imposta una ricca scacchiera di personaggi e assortiti nei loro caratteri. I tre ragazzi protagonisti hanno i volti di Giuseppe Maggio, Guglielmo Poggi e Michele Ragno. Quest’ultimo dà vita al personaggio più sfaccettato per le proprie intime fragilità, una prova d’attore che lascia il segno. Poi ci sono Gianfranco Gallo, boss incompreso e un po’ pasticcione, padre di una ragazza tutta sogni e carattere con il volto di Giulia Petrungaro, e nel loro entourage il solido Giulio Corso in versione picciotto. Mentre una Paola Minaccioni scapigliata e carismatica moglie del boss Frassica, fa centro come sempre. Da ogni singolo Pondi riesce a creare gag giuste. Così tra le mille trovate che fanno divertire lo spettatore dall’inizio alla fine, si ride per la voce sfiatata di Paolo Calabresi, uno dei padri-boss insieme a Emilio Solfrizzi e Fabrizio Ferracane. Messi insieme fanno un tridente a metà strada tra Quei bravi ragazzi e la banda di Al Pacino in Dick Tracy.

Poi la Sicilia di Pondi visivamente ha una fotografia virata in giallo come il Messico del Traffic di Soderberg. Infatti ci sono miriadi di citazioni al gangster movie quanto alle atmosfere western, ma non semplici parodie. E qui entrano in scena le musiche di Cris Ciampoli, che omaggiano nei picchi drama anche Morricone, ma poi prendono in braccio tutta la comicità canticchiata dal cameo Tony Sperandeo con l’orecchiabilissima Ciamberrina Tangerrina e la cover di Ciao Ragazzi di Celentano, fino a sfociare in armonie country-folk o addirittura elettroniche. Tantissima attenzione al messaggio audio di questa commedia, oltre che alla complessa costruzione del divertissement, ne fanno un lavoro prezioso sul quale 01 Distribution punta con oltre 200 sale per rinfrescare l’estate del cinema italiano e saziare il pubblico di quella leggerezza scanzonata di cui c’è tanto bisogno.


Dalla commedia verace passiamo all’horror non vorace. Sì, perché questi mostri non divorano, ma uccidono e basta, guarda un po’. Sembra un incubo a occhi aperti A quiet place 2, sequel del recente omonimo, tira avanti le peripezie silenziose di questa famigliola sopravvissuta all’invasione aliena di mostri ciechi quanto letali, ma dall’udito finissimo. Quindi chi fa rumore è perduto. Sempre questa la regola, ma si amplia il parterre di personaggi. Al fianco di una Emily Blunt qui madre paladina entrano nel cast Cillian Murphy e Djimon Hounsou. Mentre tornano nei ruoli dei figli eroicamente spauriti, ma in fin dei conti tosti, Millicent Simmonds e Noah Jupe. Entrambi molto bravi, ma la prima con una marcia in più che la porterà lontano.

Altra ottima prova di John Krasinski, qui ancora più convincente. Il regista mette in pratica tante lezioni di Spielberg che fanno la differenza sul puro linguaggio dell’immagine e sul significato drammaturgico di ogni azione. Raccontare un mondo costretto al silenzio per salvarsi rappresenta una paura atavica, al quale il regista aggancia sapientemente una serie di tensioni che spalancano i sensi dello spettatore. Gli amanti delle emozioni forti ameranno questo film. Intanto è già in cantiere il terzo capitolo, ma, parere di chi scrive, visti i buoni semi narrativi piantati in un’importante finestra sul passato dei protagonisti e sull’invasione dei mostri, più l’estensione dei territori coinvolti da quest’apocalisse, si potrebbe arrivare senza troppi problemi al quinto capitolo.

Passiamo adesso alla Trent Film, piccola distribuzione che dal 24 giugno ci porta X&Y – Nella mente di Anna, esperimento metacinematografico dell’attrice Anna Odell. Una scenografia di stanze costruite in studio come Dogville, ma impostato quasi come un reality. Odell, artista creativa ed estrema, si pone di fronte all’attore svedese Mikael Perstbrandt. Lei è attratta da lui, lui da donne e alcol. Due attrici e un attore interpretano lei, due attori e un’attrice interpretano lui. In un gioco di ruoli che vorrebbe essere psicologico, si scivola spesso e morbosamente in una sessualità sfrontata e a volte fine a sé stessa. Sicuramente un lavoro controverso, artisticamente un esercizio di stile che potrebbe essere replicato in laboratori di recitazione, non è quel che si dice un film per tutti, ma almeno scuote le acque della pigrizia mentale che spesso il grande schermo rischia di accrescere viziando lo spettatore. Qui invece lo si punzecchia, magari lo si irrita pure, e questa è una cosa alla Von Trier. Attirerà come api al miele chi dal cinema pretende atti estremi e spiazzanti.

E poi, outsider rispetto alle uscite del momento, poiché già in sala dal 10 giugno, sempre della Trent Film è opportuno citare In prima linea, documentario che vede alla regia Francesco Del Grosso insieme a Matteo Balsamo, e attualmente in tour per cinema e festival. Il film mette insieme 13 fotoreporter di guerra italiani per un racconto ruvido, sincero ma garbato, tutto foto, facce e storytelling, che riflette non solo sull’essenza delle guerra, ma sui mestieri che inevitabilmente la circondano, come quelli legati all’informazione.

Come si racconta una strage per immagini? Qual è il confine tra rispetto e cattivo gusto? Cosa significano troppo sangue o occhi sbarrati in una foto? Come si distingue la buona informazione dalla spettacolarizzazione? Cosa significa rischiare la vita per il proprio lavoro, e come gestire questo peso con la famiglia a casa? E, soprattutto, cosa vuol dire poi tornarci a casa per restare tesi e vigili come al fronte? Professione, come missione e gestione di piccoli e grandi stress post-traumatici ci vengono allora raccontati da uomini e donne che hanno fatto una scelta prima di tutto civile. Consigliato agli spettatori in cerca di storie vere che approfondiscono l’attualità scandagliando la complessità del reale.

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