Media & Regime

Documentarista porta la Marina Militare in tribunale: ‘Io invitata sulla Cavour per un film, ma dal 2014 non danno l’ok alla pubblicazione’

Valentina Pellitteri era l'unico 'occhio esterno' a bordo della portaerei nel corso della campagna navale “Il Sistema Paese in Movimento” che aveva l'obiettivo di promuovere prodotti Made in Italy in Africa e Medio Oriente. Prevalentemente, però, si trattava di materiali d'armamento. Così, quando il caso approdò in Parlamento con le proteste di alcuni partiti, la filmmaker venne fatta scendere e non ha mai potuto utilizzare ciò che aveva immortalato

Un film girato sulla portaerei Cavour nel 2014 è ancora oggi bloccato dalla Marina Militare che non rilascia il nulla osta all’autrice del documentario. Il motivo non è stato chiarito, ma la regista Valentina Pellitteri, che ha deciso di portare la vicenda in tribunale, a Ilfattoquotidiano.it ricorda che a bordo la sua telecamera aveva ripreso armi e dispositivi di guerra portati in giro dalla nave della Marina in un tour promozionale in Africa e Medio Oriente. Immagini che hanno impedito al lavoro di Pellitteri, fino a oggi, di arrivare sul palcoscenico dei festival e nelle sale cinematografiche.

Come rivelano i documenti che Ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare e come è noto da tempo anche attraverso le interrogazioni di alcuni parlamentari dell’allora Sel e del Movimento 5 Stelle, preceduti da appelli di organizzazioni e membri della società civile, il motivo del passaggio della nave in vari Paesi (tra cui diversi in situazioni di conflitto) è stato l’export di armi. È il 2013 quando Pellitteri si imbarca sulla Cavour, invitata in seguito al diploma ottenuto presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Inizialmente i rapporti sono buoni: “Ricevevo le attenzioni cortesi che si riservano a un ospite”, racconta. Ma i problemi cominciano quando dall’Italia si fa forte la contestazione per la missione: Rete Disarmo, Sbilanciamoci e altre realtà denunciano che il nostro Paese stava vendendo armi anche a Paesi in guerra, nonostante questo sia espressamente vietato dalla legge 185 del 1990, come testimonia una foto apparsa su The National e altre testate che mostra le armi in esposizione negli stand dell’hangar della Cavour durante una sosta a Dubai. Le stesse informazioni appaiono nel sito della Marina Militare, nella rassegna stampa on line, sezione “Cosa facciamo” del proprio sito.

Gli onorevoli Franco Bordo, Arturo Scotto, Donatella Duranti, Michele Piras e Giulio Marcon, all’epoca in Sinistra Ecologia e Libertà, avevano presentato un’interrogazione sul viaggio di cinque mesi ribattezzato “Sistema paese in Movimento” al quale hanno preso parte aziende quali Beretta, Gruppo Ferretti, Blackshape, Ferrero, Federlegno Arredo, Elettronica, Intermarine, Mermec Group, Pirelli e Finmeccanica. Come si evince dalla lista di aziende citate dai parlamentari, anche nel testo si leggeva che “è prevista una preponderante presenza di imprese industriali del settore militare e di produzione di sistemi d’arma con relativo marketing dei propri prodotti”. Tra i quali, continuava l’interrogazione, quelli di “AgustaWestland (elicotteri NH90 e AW101), OTO Melara (sistema d’arma 127/64 LW Vulcano e relativa famiglia di calibri, STRALES evoluzione dei cannoni navali da 76 mm, munizione guidata DART), Selex ES (fornitore e integratore di sistemi radar e di combattimento tra cui i sistemi imbarcati sulle fregate FREMM, una delle quali partecipa alla campagna), WASS (siluro pesante Black Shark, siluro leggero A244/S Mod. 3, contromisure e sonar), Telespazio (comunicazioni integrate e geoinformazione), MBDA (missili Aspide 2000, Aster 15 e 30, Marte MK2/S e Teseo/Otomat). Saranno presentati in tale occasione anche i sistemi d’arma missilistici che compongono il weapon package dell’Eurofighter, come il Marte ER (Extended Range), lo Storm Shadow, il Meteor e il Brimston DM (Dual Mode)”. I deputati concludevano poi ricordando che “alcuni dei Paesi toccati dalla crociera del gruppo navale Cavour sono Stati senza una democrazia parlamentare o caratterizzati da regimi autoritari ed in alcuni di questi sono in corso conflitti armati”. Il tutto “al costo complessivo di 20 milioni di euro di cui 13 coperti dagli sponsor commerciali e 7 a carico dello Stato”. Tutte armi che Valentina Pellitteri avrebbe quindi potuto riprendere.

La polemica che ne scaturisce costringe la Fondazione Operation Smile, che opera in 51 Paesi per correggere grazie al lavoro di medici gravi malformazioni facciali e che avrebbe dovuto portare bambini a bordo delle tappe in Africa, è costretta a rinunciare al tour perché le organizzazioni si sfilano, portando avanti l’impegno senza di loro.

La Marina, a quel punto, decide di interrompere prima del tempo anche la presenza sulla nave di Pellitteri, unico occhio esterno: “Mi rispediscono in Italia dal Madagascar con un visto speciale militare, pagando un biglietto aereo. E sulla nave, con circa mille persone a bordo, diffondono la voce che io abbia infastidito un marinaio, cosa che ovviamente è falsa. Non immaginavo che quello fosse l’inizio di un incubo. Non mi trattavano da professionista, ma comunque mi sembrava stesse andando tutto bene” perché “entrambi sapevamo che non avrei fatto un film ‘contro’, né un reportage o un’inchiesta. Non sono una giornalista. Allo stesso tempo però non mi è mai stato chiesto di fare un film promozionale su commissione”.

La regista aveva già visitato tutta la nave e tutte le sue componenti, “dal motore alla sella, dall’ospedale alla centrale operativa di combattimento, passando per la plancia di comando, il ponte volo e le alette esterne dove sono posizionati i cannoni. E naturalmente l’hangar, dove era allestita la fiera. Ovunque accompagnata e autorizzata”. Ma c’è qualcosa che gli sceicchi e altri potenziali acquirenti non potranno vedere a bordo, né Pellitteri potrà mai riprendere, ossia il Nettuno, un dispositivo di guerra elettronica dell’azienda Elettronica, in uso come fondamentale sistema di difesa nella Centrale operativa di combattimento della nave. “Non ho potuto riprenderlo per questioni di sicurezza nazionale, perché è classificato e rivela la tattica militare”, spiega.

L’elettronica è una questione sempre calda per gli organi dello Stato, in particolare da quando nel 1990 scomparve il militare Davide Cervia, esperto proprio di guerra elettronica, come raccontato in un film di Francesco Del Grosso. Il suono del Nettuno suggestiona moltissimo la regista, tanto da diventare il protagonista invisibile del film. Le interessa “per via della remotazione, del controllo e dello sviluppo elettronico di pratiche belliche che abbiamo conosciuto per la prima volta solo grazie al cinema e alla narrazione della Guerra Fredda e in Italia più recentemente con la strage di Ustica“.

Il documentario ancora incompleto viene in seguito valutato in contesti estremamente ristretti, ossia i cosiddetti pitch dei mercati del cinema, in cui i registi presentano propri progetti in fase di sviluppo per ottenere finanziamenti: Doc In progress all’interno di Vision du Reel, festival svizzero tra i più importanti al mondo per quanto riguarda il cinema del reale, e Atelier del Milano Film Network. In entrambi casi il lavoro riceve incoraggiamenti. A Milano anche un master dcp come premio, un piccolo sostegno alle tante spese che dovrà ancora sostenere. A Bio To B, mercato del Biografilm Festival, vince un altro riconoscimento in denaro per completare il film. Dichiara Pellitteri: “Non ho fatto un reportage dell’attività della missione, ma la Marina non mi concede il nulla osta perché non vuole che si parli in alcun modo di quella missione. E non accettano un documentario su cui non possono esercitare il loro controllo editoriale. Ufficialmente dicono che ho tradito la fiducia partecipando ai pitch, ma ovviamente è un pretesto e tutta la causa si basa su questo”.

Per lungo tempo la Marina temporeggia di fronte alla richiesta del nullaosta da parte di Pellitteri, che tenta di ristabilire i rapporti. A febbraio 2021 decide di intraprendere un procedimento dinanzi al Tribunale di Roma che rischia di durare anni. Parallelamente, il suo avvocato suggerisce di instaurare anche un procedimento d’urgenza: vedendo il film, il giudice potrà deciderne la sorte. “Proprio per questo voglio essere fiduciosa. Contemporaneamente però mi sento privata della mia libertà artistica e di espressione, quest’incubo dura da otto anni e mi chiedo per quanto ancora dovrà durare”. Contattata da Ilfattoquotidiano.it, dalla Marina hanno preferito non rilasciare alcun commento ad attività giudiziaria in corso.