Nelle torri di Babele le stesse parole si interpretano in modi differenti o hanno significati identici pur essendo differenti, come avviene per “paesaggio”, “ambiente”, “natura”, “biosfera”. “Sostenibilità” ha diverso significato per ecologi e economisti, così come “crescita” e “decrescita”: la crescita del capitale economico a spese del capitale naturale, a conti fatti, fa decrescere anche il capitale economico, dato che la distruzione del capitale naturale ha impatti negativi sull’economia. Per qualcuno la “decrescita” è sinonimo di recessione, mentre altri la intendono come un bilanciamento tra la crescita economica e la decrescita del capitale naturale.

Le due tendenze dovrebbero dovrebbero essere bilanciate con la sostenibilità economica ed ecologica. Purtroppo, invece, economia ed ecologia sono contrapposte, anche se gli economisti non si propongono di distruggere la natura, e gli ecologi non vogliono distruggere l’economia. Molto spesso gli ecologisti (che, non smetterò mai di dire, non equivalgono agli ecologi) dicono no a tutto, mentre i cultori della crescita economica tendono a dire sì a tutto. Le due fazioni si accusano reciprocamente di voler tornare al lume a petrolio o di ritenere possibile la crescita infinita in un sistema finito.

Qualcuno dice che la popolazione umana non può crescere all’infinito, mentre altri si preoccupano se la popolazione di una parte del mondo (di solito l’Europa) non cresce. Si chiede alla medicina di allungare la vita, e ci si allarma per l’abbondanza di anziani. Qualcuno dice che è necessario accettare le conseguenze delle centrali che producono energia, o dei sistemi di smaltimento dei rifiuti, ma tutti concordano che gli impianti debbano essere realizzati lontano da dove vivono loro: “non nel cortile di casa mia”, una forma di benaltrismo. C’è sempre un altro posto dove metterli, e se si propone un problema se ne propongono sempre altri più gravi.

Il Movimento 5 Stelle ha abbracciato il fronte del no a tutto nella fase iniziale della sua esistenza. No agli inceneritori, ai gasdotti, e a tutto il resto. Arrivati al potere si sono resi conto che se si dice no a tutto non si riesce a fare niente. I politici 5S hanno iniziato a dire qualche sì, e l’elettorato si è sentito tradito. La Lega, invece, è per il sì a tutto. Con un bel no all’Europa. Poi cambia anch’essa posizione, per esempio diventando europeista per entrare nel governo Draghi.

I “moderati” non mi piacciono: sono cauti, tendono a non prendere posizione e, spesso, sono conservatori, senza dirlo chiaramente. Vado contro il mio sentire, quindi, abbracciando una posizione moderata che considera la necessità di compromessi, perché la ragione non è tutta da una parte e il torto tutto dall’altra. La politica dovrebbe essere l’arte del compromesso tra posizioni contrapposte, cercando di moderare gli estremi e di intraprendere percorsi che siano quanto più favorevoli al nostro vivere sani in un ambiente sano.

Gli estremi sono il risultato di posizioni riduzionistiche: col riduzionismo la scienza riduce la complessità del mondo reale in sotto-realtà che vengono studiate a fondo, lasciando invariate le altre sotto-realtà. La potenza analitica del riduzionismo dovrebbe portare alla sintesi, con lo sviluppo di visioni olistiche. E qui ricomincia la diatriba. I riduzionisti accusano gli olisti di essere specialisti di tutto senza capire niente, mentre gli olisti accusano i riduzionisti di guardare le foglie senza vedere la foresta. Una posizione “moderata” dovrebbe ritenere necessari sia gli olisti sia i riduzionisti, ma la cultura, a quanto pare, non è abbastanza matura per integrare gli approcci.

La stessa cultura è fatta di contrapposizioni: la cultura umanistica si contrappone alla scienza, proponendosi come la vera Cultura. Così si istituisce la settimana della cultura scientifica, ma non quella della cultura umanistica che, in effetti, si prende tutte le restanti settimane. Gli scienziati pensano che gli umanisti producano elucubrazioni spesso inutili (supercazzole), mentre gli umanisti pensano che gli scienziati siano sottosviluppati intellettualmente, equiparandoli a semplici “tecnici”, e qui si innesca la diatriba tra scienza e tecnica. Nel mondo dell’educazione gli umanisti trionfano, mentre nel mondo del lavoro dominano i tecnologi e gli scienziati.

Sull’onda dei festival musicali e del cinema, i vari campi dello scibile umano sono celebrati, da qualche anno, in interessantissimi festival: letteratura, scienza, filosofia, economia, innovazione, e molti altri, magari dedicati a sotto-argomenti. Mi piacerebbe un festival della cultura unificata, dove costruire ponti che colleghino le varie posizioni e visioni del mondo. Un festival enciclopedico e olistico, che parta dai singoli saperi e analisi, cucinandoli come ingredienti di un piatto ricchissimo. Ingerire uno ad uno gli ingredienti di un piatto non corrisponde al risultato che si ottiene mescolandoli con l’arte culinaria. Anche se, una volta nello stomaco, si mescolano comunque, come si pensa che avvenga nel cervello degli studenti esposti alle “materie”, sviluppate una alla volta.

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