“L’accattonaggio alle porte delle chiese non è un’espressione sincera di povertà. Chi desidera soccorrere i poveri della città è pregato di fare la propria elargizione presso la Caritas Decanale in via Zucchi”. Questo è il cartello che ho trovato affisso alle porte del duomo di Monza.

Quando l’ho letto non ho creduto ai miei occhi. Poi mi son chiesto: ma come si misura l’espressione sincera di povertà? C’è forse una sorta di termometro che segnala se un povero è sincero o meno? E chi giudica la sincerità di un clochard che chiede la carità davanti alla chiesa? E’ il prete ad arrogarsi questo diritto? E’ il consiglio pastorale che sa se la rom con il cartello “Ho fame” e il bambino in braccio è una furfante o vive davvero di stenti perché non trova lavoro a causa della sua etnia? O forse chi ha messo quel cartello ha pedinato per ore i poveri davanti al duomo per scoprire la loro vita?

Ho sempre dei dubbi quando qualcuno mi dice “Quello non è un vero povero”. Intanto dovremmo comprendere cos’è la povertà. Non solo chi vive con poco, chi non ha soldi è misero. Spesso la povertà è culturale, è sociale.

E’ povero chi non ha gli strumenti per capire che è necessario provare a trovare un’occupazione per vivere in questa società: conosco clochard che potrebbero sopravvivere con dignità con il reddito di cittadinanza che prendono ma non hanno le capacità per abbandonare la dipendenza del vino. Ho conosciuto rom che hanno faticato a trovare un’occupazione da badante per la diffidenza nei loro confronti. Ho vito bambini rom crescere (purtroppo) in una cultura che li ha educati male ma che colpa ne hanno loro a dieci, undici anni? Ho accompagnato giovani tossici che avrebbero avuto mille possibilità di lavorare ma che sono finiti nel giro della droga e si sono ritrovati a rubare per fame.

So già che qualcuno mi potrebbe dire: e perché bevono? Perché rubano? Forse bisognerebbe conoscere le singole storie, a partire dall’infanzia di queste persone per poter provare a dire la nostra.
Resto convinto che una persona che vive in buone condizioni materiali e mentali non si metterebbe mai a chiedere la carità davanti ad una chiesa.

Un secondo aspetto: nel Vangelo di Matteo a proposito delle opere di misericordia si cita: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Non mi risulta che vi sia scritto dove dar da mangiare, da bere, dove accogliere, dove dare un vestito.

Ho l’impressione che forse vi sia dietro un messaggio come quello che ho letto a Monza un fastidioso perbenismo ecclesiale ben lontano dal Vangelo e dalle parole di papa Francesco o forse persino un arrogante atteggiamento razzista nei confronti di chi non sfila in chiesa con le scarpe lucide e la pelliccia.

Quel cartello mi ha ricordato un’opera d’arte: Il fiammiferaio di Otto Dix. In quel quadro la gente, che sembra camminare frettolosamente in quanto piegata in avanti, è totalmente indifferente alle sue parole e alle sue condizioni, tutti si allontanano dandogli le spalle; solo un bassotto gli presta attenzione, ma non lo riconosce come un essere umano e alza la gamba per urinargli addosso.

A questo punto mi piacerebbe poter misurare l’espressione sincera di cristianesimo di quel prete o di quel laico che ha deciso di affiggere alle porte del duomo di Monza quel vergognoso cartello.

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