Terz’ultima tappa, siamo dunque agli sgoccioli del Recovery Giro, che ha perso un altro buon corridore per l’ennesima rovinosa caduta, flagello che sta decimando il gruppo. Il malcapitato è Gianluca Brambilla, fedele scudiero di Vincenzo Nibali, la sua Trek-Segafredo ha perso un altro elemento importante, dopo Giulio Ciccone. Con la regola dell’Uci che ha stabilito a otto il numero dei concorrenti di ogni squadra nelle grandi corse a tappe, aumentano i problemi a scapito dello spettacolo. La globalizzazione del ciclismo obbliga a sdoppiare le squadre, impegnate su più fronti.

Il Giro doveva passare dal Mottarone, ovviamente il percorso è stato modificato, gli organizzatori a nome di tutto il mondo delle due ruote hanno deposto a Stresa una corona di fiori rosa in memoria delle quattordici vittime, mentre alle loro famiglie verranno devoluti i premi di giornata, perché così hanno deciso i corridori. Non dimenticano che il ciclismo è sport di popolo, è sport di strade e di montagne, come il Mottarone: a metà salita il tracciato della diciannovesima tappa è stato giustamente modificato perché tragedie ignobili come questa non lasciano indifferenti nessuno, anzi, in sport di fatica e sacrificio come quello delle due ruote, si è ancora più sensibili quando l’avidità macina la vita della gente. Così, il Giro ha svoltato verso Gignese, famosa per gli ombrellai e per i suoi magnifici scorci sul lago Maggiore e le isole Borromee.

La trama della tappa si è consumata in falsariga a tante altre. Fuga iniziale, ciclisti in cerca di piccola passeggera gloria: Nicola Venchiarutti sfreccia primo al traguardo volante di Baveno, davanti a Quinten Hermans, Giovanni Aliotti, Larry Warbasse, Mark Christian, Matthias Brandle e Iljo Keisse. Il loro vantaggio si assottiglia via via che si sale verso il passo della Colma. Venchiarutti è il primo a cedere, viene ingoiato dal gruppo tirato dalla squadra di Simon Yates che vuole fortissimamente vuole vincere la tappa e guadagnare altri secondi alla maglia rosa Egan Bernal, non più in gran spolvero ma abbastanza per difendersi dagli attacchi dell’inglese. I fuggitivi resistono, Hermans è primo sul Colma, la discesa picchia verso Varallo.

Siamo passati dalle risaie del Vercellese, alla tragedia di Stresa, a luoghi di antica villeggiatura, di strade vecchie come la storia d’Europa, di itinerari della fede e della paura, per scappare dagli eserciti invasori che devastavano la pianura, le terre dei Cimbri raccontati magnificamente da Sebastiano Vassalli, e ancora la Valsesia – la valle anche dei Walser – sino all’alpe di Mera, dove la strada asfaltata fu costruita nel secondo dopoguerra. Lassù, ai piedi del monte Rosa, “impassibile nella sua armatura di ghiacci”, si può andare in fuga con la fantasia, e nei misteri delle sue leggende.

A Scopello, quando l’ascesa all’Alpe di Mera comincia, il vantaggio dei peones in testa alla corsa è ormai sottile come una lastra di vetro, una quindicina di secondi, ossia uno scatto. I primi tre chilometri sono addomesticabili, pendenze al 6 e 7 per cento. Dal terzo al quinto chilometro, la strada s’impenna, la media sale al 9 per cento. E’ dopo che si decide la tappa (non il Giro), gli ultimi 4 chilometri e mezzo infatti sono ostici, la media aumenta al 10,4 per cento, con punte al 14. Chi vuole attaccare Bernal deve forzare la pedalata, dare l’anima. La maglia rosa nel pre-gara era stato prudente, cauto: “Starò sulla difensiva”. Pretattica.

La fuga, intanto, è morta. Il gruppo dei migliori si sfilaccia. In testa sono una ventina. Il primo che parte in resta è il portoghese Joao Almeida. Gli Ineos di Bernal lo lasciano andar via, tanto non conta in classifica. Due minuti dopo, il secondo attacco. Ed è importante. Perché si tratta di Simon Yates, ma anche di Damiano Caruso, Alexandr Vlasov e George Bennett, che raggiungono in un amen Almeida. Bernal non risponde. Continua col suo passo, assistito dai mirabili Jonathan Castroviejo e Daniel Martinez.

Due tornanti dopo, Yates rilancia l’attacco. E’ scatenato. Dietro, Bernal resta impassibile, dietro i suoi. Yates guadagna trenta metri su Caruso e gli altri tre. Le imprese alla Pantani sono ormai letteratura del ciclismo. In questo Giro si fa come i farmacisti col bilancino. C’è un generale livellamento, salvo Bernal, che ha vinto il suo Giro nelle prime due settimane ed inoltre ha una squadra molto equilibrata e di grandissimo spessore. Stavolta evita di controscattare per ripigliare Yates. Amministra il distacco, lo stabilizza ad una ventina di secondi, fa come il cinese seduto lungo la riva del fiume che aspetta di veder passare il cadavere del suo nemico. L’affanno e l’ansia provocano atteggiamenti temerari che rischiano di affossarti. Meglio essere pazienti, che vuol dire sopportare, per gestire il momento di difficoltà. La sapienza è la virtù dei veri campioni.

Intanto, pochi metri più avanti il primo ad arrendersi è Bennett, non ce la fa a tenere le cadenze di Caruso, Vlasov e Almeida. Dietro, il lavoro di Castroviejo è finito. Bernal resta con l’amico Martinez, suo compatriota, e quasi coetaneo (Egan ha 24 anni, Daniel Felipe 25), insieme scandiscono un’andatura regolare ma efficace, tant’è che il duo colombiano ripiglia Caruso, Vlasov e Almeida. Il margine di vantaggio del britannico Yates si mantiene modesto, 24” a tre chilometri dall’Alpe di Mera. Il patatrac che avrebbe voluto provocare non è avvenuto. La montagna dell’alpe di Mera ha partorito un topolino. Aver raggiunto gli attaccanti ha ridato fiato e morale alla maglia rosa. Ora anche Martinez può scartare e rallentare, pure il suo compito è finito. Capitan Bernal si libera di Caruso e soci. Davanti, Yates non lo preoccupa più di tanto. Solo Almeida resta ai mozzi di Bernal. Caruso e Vlasov, saggiamente evitano di sballare.

A due chilometri dall’Alpe, Yates conserva 20”. Caruso tiene a vista la maglia rosa, ha perso cinquanta metri che vogliono dire nove secondi in quel momento. L’obiettivo di Damiano non è contenere Bernal, ma limitare i danni rispetto a Yates, che lo segue in classifica.

Morale della favola. Basta un Bernal non al cento per cento per domare i ribelli della classifica. Poiché non ha incrementato il distacco, Yates è consapevole che deve battersi per vincere la tappa, perché a meno di un miracolo non vincerà il Giro. Semmai, può conquistare il secondo posto. E’ alla sua portata. In questo senso, l’arrivo è palpitante. Bernal viene staccato da Almeida. La maglia rosa si accontenta del terzo posto. Yates vince, ed è giusto, lui più di tutti ha tentato il colpo di pedale per matare la maglia rosa. Il suo è un successo più di vetrina che di sostanza. Prova d’orgoglio. Caruso, quarto, perde 42” da Yates che lo avvicina pericolosamente in classifica. Ormai tra i due ci sono 20 secondi, cioè troppo poco per proteggerli da uno Yates infoiato.

La classifica è lapidaria. Bernal mantiene il primato, Caruso è a 2’29”, Yates a 2’49”. Quarto, Vlasov, ma 6’11 di distacco sono tombali. E peggio è per gli altri. Carthy, a 7’10, Bardet a 7’32”, Martinez a 7’42”, Almeida a 8’26”, Voss a 10’19”, Martin, il decimo, a 13’55”. Abissi incolmabili. L’unica suspense resta legata alla sfida per la seconda piazza finale. Yates sovrasta Caruso in salita, ma domenica, nella giornata conclusiva del 104esimo Giro, c’è la seconda crono da Senago a Milano, 29,4 chilometri in cui Caruso sulla carta è migliore. Damiano, ragazzo intelligente e leale, benché stravolto dallo sforzo, si ferma per fare i complimenti a Yates, “se l’è meritato, oggi è lui il più forte”. Il ragusano ammette di aver “pagato il ritmo, siamo tutti al limite, non ho avuto il dubbio che Bernal fosse in difficoltà, ma dovevo provarci ad attaccarlo. Mi complimento perché ho avuto coraggio”. Pure noi. Il ciclismo è un esercizio di coraggio e di volontà.

Domani altro arrivo all’in sù, da Verbania patria di Filippo Ganna, attraverso il Canton Ticino, 165 chilometri con l’interminabile salita che porta al passo di san Bernardino e poi, dopo lo Spluga, gli ultimi nove chilometri impiccati al cielo di questo Giro sinora controllato da Bernal e dalla sapienza tattica della sua Ineos. Si sale infatti da Campodolcino su sino all’Alpe Motta, quota 1727 metri, nota agli sciatori di Madesimo e ai cicloturisti che sognano sulle sue rampe di essere per un giorno di immonda fatica anche loro aquilotti del pedale.

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