Senza riforme i soldi del Recovery non arriveranno. L’hanno detto e ripetuto in tutte le salse Ursula von der Leyen, il suo vice Valdis Dombrovskis e il commissario Paolo Gentiloni, Bankitalia e la Corte dei Conti, le agenzie di rating e da ultimo il capo dello Stato Sergio Mattarella, che la settimana scorsa ha convocato i presidenti di Camera e Senato per condividere “l’esigenza di assicurare un percorso efficace e tempestivo di esame e approvazione dei numerosi provvedimenti normativi che attuano il piano presentato dall’Italia alla Commissione europea, necessari per ottenere il trasferimento delle previste risorse”. Checché ne dica Matteo Salvini è questa la priorità di Mario Draghi, che non a caso presentando il Pnrr al Senato ha ammesso: “Senza queste riforme dispero di spendere bene tutti questi soldi, già è difficilissimo”. Ma i tempi per rispettare la tabella di marcia sono strettissimi. Nelle tabelle inviate a Bruxelles, infatti, il governo si è impegnato a varare sei decreti legge di riforma, compreso quello sulla governance del Piano e dunque dei 191 miliardi destinati all’Italia, già entro la fine di maggio. Vale a dire nei prossimi 11 giorni, festivi esclusi. E nel frattempo va approvato, stavolta per esigenze interne, anche il decreto Sostegni bis con i nuovi aiuti alle attività danneggiate dalle restrizioni, che è slittato già due volte causa richieste delle varie forze di maggioranza.

Le semplificazioni burocratiche, degli appalti e delle valutazioni ambientali – Quattro delle sei riforme promesse entro fine mese sono all’insegna delle sempre invocate semplificazioni e finiranno con tutta probabilità in un provvedimento unico che accorperà le proposte arrivate nelle scorse settimane dai ministri competenti, in particolare Roberto Cingolani e Renato Brunetta. Il primo punto riguarda le semplificazioni burocratiche ritenute indispensabili per attuare gli investimenti del piano: si tratta di eliminare colli di bottiglia, uniformare le procedure di autorizzazione, digitalizzare quelle che riguardano edilizia e attività produttive e concretizzare una volta per tutte il principio del “once only”, quello per cui la pa non dovrebbe chiedere una seconda volta documenti di cui è già in possesso. Il lavoro in questo senso continuerà fino al 2026, anno finale del piano, ma le misure più urgenti vanno approvate appunto entro maggio. In parallelo con la proroga fino al 2023 delle semplificazioni varate dall’esecutivo di Giuseppe Conte sugli appalti (poi l’intenzione è quella di recepire direttamente le direttive europee in materia, integrandole solo nelle parti non direttamente esecutive) e con la razionalizzazione delle normative in materia ambientale in modo da velocizzare almeno per le opere del Pnrr i procedimenti di Via, che oggi durano in media oltre due anni “con punte di sei”. Con il risultato che, a questo ritmo, per centrare gli obiettivi di produzione di energia da fotovoltaico ci vorrebbero “ben 100 anni”, annota il governo.

Stop agli ostacoli che frenano il superbonus e assunzioni veloci nella pa – Non è finita: al punto quattro ci sono le “semplificazioni in materia di edilizia e urbanistica e di interventi per la rigenerazione urbana”. Si tratta della rimozione degli ostacoli autorizzativi che frenano il Superbonus 110%, tra cui la “necessità di attestare la conformità edilizia, particolarmente complessa per gli edifici risalenti”. L’ultima semplificazione riguarda le procedure di reclutamento nella pa per velocizzare l’inserimento (a termine) di profili tecnici e specializzati per l’attuazione dei progetti del Piano. Da notare che la tabella con il cronoprogramma dettagliato delle riforme individua come termine ultimo per “almeno due” provvedimenti legislativi – uno su semplificazione delle procedure di Via, dell’autorizzazione di impianti di riciclaggio e delle autorizzazioni per il superbonus, l’altro sull’assunzione di 2.800 tecnici nelle pa del Sud e 1000 esperti per supportare le amministrazioni – addirittura il 20 maggio, giovedì prossimo.

La cabina di regia a Chigi e le resistenze dei partiti – Completa la tabella di marcia il varo della cabina di regia chiamata a monitorare l’attuazione degli investimenti e, in caso di ritardi, proporre di esautorare le amministrazioni responsabili. Si tratta di definire la struttura, la composizione e le “modalità di funzionamento e raccordo con le articolazioni della Presidenza del Consiglio dei ministri”. Un passaggio politicamente caldissimo: i partiti che sostengono il governo non ci stanno a lasciare nella stanza dei bottoni i soli ministri tecnici scelti da Draghi. Tanto più che già il coordinamento generale del Piano è stato riservato al ministero dell’Economia guidato dal supertecnico Daniele Franco, fedelissimo dell’ex governatore di Bankitalia e presidente della Bce.

Il decreto Sostegni bis in ritardo – Il tour de force di maggio, peraltro, comprende anche un’altra tappa: il decreto Sostegni bis, che con il Recovery ha un collegamento diretto visto che 5 miliardi sui 40 di nuovo scostamento di bilancio con cui è finanziato andranno ad alimentare gli investimenti “extra” rispetto a quelli coperti da risorse Ue. Il provvedimento era atteso all’inizio del mese (la prima bozza risale al 3 maggio) ma è stato più volte rinviato per rimettere mano all’articolo sui ristori aggiungendo un conguaglio sulla base delle perdite effettive a bilancio come chiedeva la Lega, cercare una soluzione per la cessione dei crediti di imposta del piano Transizione 4.0 come auspicato dal Movimento 5 Stelle e poi inserire altri sgravi per le assunzioni su richiesta del ministro del lavoro dem Andrea Orlando. Nel frattempo le partite Iva, che a causa della crisi di governo e dei successivi ritardi hanno visto solo in aprile i primi aiuti del 2021 peraltro deludenti nell’ammontare, restano in attesa. Tra loro i ristoratori senza dehors che hanno i locali ancora chiusi, i gestori di palestre e piscine coperte e i comparti del tutto annichiliti dal Covid come quello dei matrimoni e degli eventi, che saranno consentiti solo da metà giugno. Le ultime bozze destinano ai contributi a fondo perduto 14 miliardi in corso d’anno più 4 per la “perequazione” da distribuire dopo l’approvazione dei bilanci (o la presentazione delle dichiarazioni dei redditi). Briciole, secondo le associazioni di categoria, rispetto alle perdite sofferte a causa della pandemia.

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