di Carmelo Sant’Angelo

Il governo Draghi-Giorgetti porterà fino a giugno il blocco dei licenziamenti per quei lavoratori che dispongono di ammortizzatori sociali ordinari, per tutti gli altri il provvedimento resterà in vigore fino a ottobre, per consentire una riforma dei medesimi ammortizzatori.

Queste le novità che dovrebbero trovare posto nel decreto Sostegni bis:

a) un esonero contributivo al 100% per i dipendenti dei settori Turismo e Commercio che verranno riconfermati dopo la rimozione del blocco dei licenziamenti e la fine della cassa Covid;

b) contratti di solidarietà (cioè una decurtazione del 30% dello stipendio in cambio della conservazione dei livelli occupazionali) per le aziende che accusano un calo del fatturato del 50%;

c) abbassamento della soglia da 250 a 100 dipendenti per la stipula dei contratti di espansione, sia per lo scivolo verso l’uscita, sia per la riduzione dell’orario di lavoro, in una logica che intende premiare le aziende che assumono e sostenere la staffetta generazionale;

d) definizione di un contratto di rioccupazione a tempo indeterminato, da applicare a tutti i settori e a tutti i dipendenti (anche agli over 36), legato alla formazione e a un periodo di prova di massimo sei mesi, con sgravi contributivi al 100%, che dovranno però essere restituiti al termine di tale periodo nel caso in cui il lavoratore non dovesse essere assunto.

Nulla di nuovo sotto il sole. Del resto cosa aspettarsi da noti gerontotecnici, all’improvviso scambiati per “i migliori”? Sono gli stessi che sono riusciti a far brillare il nostro Paese per i tassi di emigrazione, disoccupazione e povertà?

A dicembre 2019 il tasso di disoccupazione in Italia era al 9,8%, mentre la disoccupazione giovanile si attestava al 29,8%. Un dato dopato dal Jobs Act che ha portato, al termine del 2018, l’area del “disagio” occupazionale (cioè, occupati temporanei e quelli a part-time) alla cifra record di 4 milioni e 571 mila persone. Un occupato su otto è a rischio povertà (l’11,7%). Gli iscritti all’Aire, cioè l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, sono passati in un decennio da poco più di 3,1 milioni a quasi 5,3 milioni (ed è solo la punta dell’iceberg).

Poiché la meta preferita dei nostri emigranti rimane la Germania, confrontiamo allora le due ricette in materia di politiche del lavoro. Nel 2002 il tasso di occupazione in Italia era del 57,4%. A distanza di 16 anni, dopo la legge Biagi, l’abolizione dell’Irap, l’abolizione dell’art. 18, il Jobs Act (che ha regalato alle imprese 16 miliardi e 800 milioni di soldi pubblici) il tasso di occupazione è del 58,1% (cioè, un risibile +0,7%).
In Germania, negli stessi anni, il tasso di occupazione è aumentato dal 72% al 79%, cioè 10 volte l’incremento italiano.

In Germania si lavora in media 1.400h/anno contro le 1.800 in Italia, pur producendo il 20% in meno della Germania. I metallurgici tedeschi lavorano 28 ore settimanali, mentre i nostri lavorano ancora 40 ore, come avveniva nel 1923. Ai lavoratori tedeschi viene diminuito il numero delle ore lavorate ed aumentato il salario (perché aumenta la produttività grazie all’impiego di nuove tecnologie e di nuovi macchinari), ai nostri lavoratori si chiede, invece, di lavorare di più e per una paga più bassa.

Il mainstream, infatti, colpevolizza i lavoratori addebitandogli un gap di competitività e produttività. Gli stipendi troppo alti e le “ingiustificate” garanzie dei lavoratori non consentirebbero ai nostri imprenditori di competere con i concorrenti internazionali. Una miserabile bugia, in quanto la produttività e la competitività dipendono da quei datori di lavoro che non sanno organizzare il lavoro, non comprano macchinari moderni, non investono nei settori giusti, non intendono assumersi il rischio d’impresa. In virtù di questi meriti continueranno ad essere premiati dal legislatore. Risuonano attuali le parole di Publio Ovidio Nasone: “Video meliora proboque, deteriora sequor” (Vedo il meglio e l’approvo, ma seguo il peggio).

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