Ottavo spartito del Recovery Giro. Toccata e fuga: sia metaforica, sia a pedali. Scenografia: il lembo fiabesco del Sannio, con arrivo inedito a Guardia Sanframondi, in provincia di Benevento, patria della Falanghina, luoghi dove bere e mangiar male è impossibile (suggerisco le squisite lagane coi ceci o la rara zuppa di cardone in brodo di cappone). Era ed è ancora territorio di transumanze animali ed umane, di misteri longobardi, di incantesimi e magie. Come le leggende sulle janare (le streghe contadine), le zucculare (le streghe zoppe) e le manolonghe (le streghe che vivono nei pozzi). Chissà, forse una di loro deve aver lanciato un maligno incantesimo contro Caleb Ewan, dato per disperso dopo una caduta in galleria al chilometro 35 della tappa. Ritiro strategico? Il suo l’aveva già fatto, due tappe vinte su sette, a Cattolica e a Termoli. Ha salutato Giro e la maglia ciclamino che indossava quale capolista dell’ambita classifica a punti. Ma già al via l’australiano lamentava dolori ad un ginocchio, un colpo, confidava, rimediato in albergo, chissà, già pigliava forma il pensierino di levarsi dai pedali della corsa rosa…a pensar male si farà anche peccato, ma molto spesso ci si indovina…Non lontano dal teatro della corsa rosa scorre il Lete, il fiume dell’oblio che Dante immagina in cima al Purgatorio. La sua acqua cancella per sempre ogni ricordo, ogni traccia di peccato. Gli potrebbe servire, al buon Caleb…

Che ha quindi evitato la Foggia-Guardia Sanframondi di 170 chilometri, intervallata da ascese lunghe e scorrevoli, per terminare con una salita di sette chilometri, adatta ai finisseur, agli attaccanti che sulle brevi arrampicate sanno piazzare spunti letali. Come tracciato, comunque, l’ideale per scappate senza ritorno.

E a scappare, infatti, ci pensano in tanti. In troppi. Le alleanze provvisorie stipulate prima del via evidentemente non di quagliano. Il vento flagella il gruppo, sovente spezzato in tronconi e ciò obbliga a furiose rincorse. Nella prima ora si tarella e si coprono 44,5 chilometri. La fuga giusta matura dopo un sacco di tentativi, di placcaggi, di inseguimenti (si è visto Ganna fare da locomotiva per Bernal). In otto pigliano il largo. Il belga Campenaerts li raggiunge. C’è il colombiano Gaviria. Gli italiani Gavazzi e Carboni, i francesi Gougeard e Lafay, il portoghese Oliveira, l’olandese Kobe Goossens, il tedesco Arndt. Babele lontana in classifica, dunque inoffensiva. Il loro vantaggio massimo supera i sette minuti, Gaviria non deve nemmeno lanciare lo sprint al traguardo volante di Campobasso, glielo lasciano. Si ritrova sesto nella classifica orfana di Ewan. Il gruppo transita a Campobasso, città di Fred Bongusto e di Antonio Lardera in arte Tony Dallara, pensando molto a Campo Felice, dove domani si inerpicherà il Giro. Domenica di monti, fatica e fango, visto che si arriva su una pista di sci con fondo sterrato.

La fuga ha successo. E’ il leit motiv di questo Giro: ben quattro su quattro, tutte quelle non destinate ai velocisti (che ne hanno avute tre a disposizione) e la crono di Torino. E’ anche il Giro delle “prime volte”. La corsa premia il lionese Victor Lafay, 25 anni. Primo, commovente trionfo in carriera. Quello che ti può far svoltare, visto che è in scadenza di contratto con la Cofidis. Lacrime di gioia, le sue. Di delusione, quelle del fanese Giovanni Carboni (Bardiani), illuso di farcela, solo in testa sino a due chilometri e mezzo dal traguardo, quando il francese l’ha raggiunto e saltato. Niente impresa. Ma gambe in croce e appena un quinto posto, dopo gli arrivi alla spicciolata di Gavazzi, Arndt e Oliveira. Il ciclismo è spietato, mors tua vita mea.

Stupisce il sorriso di Fernando Gaviria, nono. Forse perché non gli capita spesso di andar bene in una tappa con finale in pendenza. O forse perché è ancora tutto intero. Aveva tentato il colpaccio in discesa, dopo Bocca della Selva. Curva sbagliata a sinistra che poteva trasformarsi in un sinistro. Botta contro un muretto. Succede ormai spesso in questo Recovery Giro.

Infine, il gruppo. S’inerpica trainato dagli Ineos. Restano in 25. Ci sono tutti i big: Bernal, Ciccone, Evenepoel. Attila, la maglia rosa, tiene botta. C’è pure Nibali. Almeida precede Vlasov e Ulissi. Paga piccolo pegno l’australiano Jay Hindley, in leggero ritardo. Pensare che l’anno scorso ha sfiorato la conquista del Giro, battuto da Geoghegan Hart.

Last but not least, sul Corriere della Sera campeggia una pagina pubblicitaria per il profumo “Volata” dal “tocco quasi piccante di pepe rosa” (quasi?), con “l’eleganza dell’iris e del cipresso, in un Giro d’Italia tra le essenze del Bel Paese”. Nulla resterà impunito.

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