Charles Darwin non usò la parola “ecologia” nei suoi scritti, usò “economia della natura”: il suo pensiero fu influenzato dall’economista Thomas Robert Malthus che, data la finitezza delle risorse disponibili, comprese l’impossibilità della crescita infinita dei sistemi economici. Darwin ne dedusse la lotta per l’esistenza tra gli esseri viventi e, a sua volta, influenzò il concetto di lotta di classe di Karl Marx.

Ecologia ed economia, quindi, si basano sugli stessi principi. L’economia, però, valuta le risorse in termini monetari e traduce in “soldi” il loro valore. Ora faccio un passo indietro: quando ero bambino, negli anni Cinquanta, si celebrava la cultura del “risparmio”: i soldi vanno messi da parte, per affrontare possibili spese future. Ci raccontavano la favola della formichina che risparmia e della cicala che sperpera. Questi sani principi preoccupano gli economisti: ci sono troppi soldi nei conti correnti! Dobbiamo spendere, solo così l’economia “gira”: da formiche dobbiamo diventare cicale.

Molte ricette “miracolose”, proposte da chi “ne capisce”, tipo le privatizzazioni per ovviare all’inefficienza del pubblico, o la delocalizzazione delle industrie dove la manodopera è a basso costo, non hanno dato i frutti sperati. Questo mi conforta nell’avanzare perplessità sul ruolo attuale delle banche, che dovrebbero raccogliere i soldi dei risparmiatori, e li dovrebbero amministrare saggiamente, iniettandoli nei sistemi produttivi per finanziare iniziative che dovrebbero portare a ulteriori guadagni. È il costo del denaro prestato a portare introiti alle banche e ai risparmiatori che mettono a disposizione i loro fondi. Le enormi quantità di denaro nei conti correnti dei cittadini, a rigor di logica, dovrebbero essere iniettate dalle banche nei sistemi produttivi per far girare l’economia.

Invece, le banche preferiscono intermediazioni per gestire il flusso di risorse monetarie verso i sistemi produttivi: le azioni. La banca non presta i soldi agli imprenditori, ma vende ai suoi clienti dei pezzi virtuali dell’azienda. Se il valore dell’azienda aumenta, le azioni valgono di più: gli investitori guadagnano. Se il valore dell’azienda diminuisce, le azioni perdono valore: resta il proverbiale pugno di mosche.

La banca che vende le azioni guadagna sempre, che le azioni salgano o scendano. I rischi sono scaricati sugli investitori che, in effetti, “giocano in borsa”. E quando si gioca vince il banco (in questo caso la banca). Molta gente ha bruciato i propri risparmi giocando in borsa attraverso le banche, e non si fida più: lascia i soldi nei conti correnti, visto che l’Euro mantiene il proprio valore e non ci sono grossi problemi di svalutazione. I banchieri e i governi si lamentano perché quei soldi sono “fermi”. Giusto! Le banche li dovrebbero immettere nei sistemi produttivi, assumendosi il rischio delle scelte effettuate. E invece lo vogliono scaricare sui risparmiatori.

Gli italiani ancora si fidano delle banche per depositare i propri risparmi nei conti correnti, ma non vogliono correre rischi: si sono bruciati abbastanza. Il Covid ha richiesto la mobilizzazione dei risparmi di chi ha subito le conseguenze delle chiusure per la pandemia: la disponibilità di liquidi di riserva è vitale e non è sorprendente che i risparmiatori vogliano avere accesso immediato alle loro risorse per far fronte ad esigenze improvvise.

Forse sarebbe meglio se le banche tornassero a svolgere la loro funzione originaria: attirare i risparmi e investirli assumendosi il rischio delle proprie scelte. Ma la crisi del 2008 è avvenuta proprio per questo: le banche hanno assunto rischi eccessivi e sono fallite. Qualche manager è finito in galera, ma è una magra soddisfazione per chi ha perso i propri risparmi. Anche in questo caso l’iniziativa privata si è rivelata fallimentare e anche truffaldina.

Ricordo ancora gli assalti dei promoter che mi volevano convincere di investire nei prodotti della banca. Molti miei colleghi cedettero alle loro lusinghe: professori universitari, non vecchiette sprovvedute. A me quei promotori finanziari sembravano quelli che vendono i numeri del lotto. Se sono così certi, perché non li giocano loro? Mi dicevano che non capivo come funziona il mondo… E lo stesso mi dicevano i miei amici, mostrandomi i loro mirabolanti guadagni. Poi hanno smesso di mostrarmeli, e ho letto sui giornali come erano andati a finire i loro investimenti.

Il gatto e la volpe sono ancora in affari, ma pare ci siano meno Pinocchi, in giro. Ora si prospettano scenari alla Mary Poppins, con i risparmiatori che, temendo che si attinga ai loro conti correnti, corrono a prelevare i loro risparmi, facendo fallire le banche. Li metteranno sotto al materasso. Forse è per questo che si scoraggia l’uso del contante, con una bella lotteria degli scontrini. La ludopatia finanziaria incombe e ha già fatto le sue vittime. Da sempliciotto, che di economia capisce poco, penso che dovremmo iniziare a dare valore alle cose, cercando di liberarci dall’ossessione del loro prezzo. Molte cose non hanno prezzo, ma hanno grande valore. L’aria che respiriamo, per esempio, e la nostra salute.

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