Nove, dieci, undici. Non male se il conteggio è quello dei gol segnati in stagione, sei un centrocampista e il giocatore più pagato della storia del club, solo un’estate prima. Peccato che la doppia cifra raggiunta e superata di un gol tra aprile e maggio non serva al club per salvarsi: no, quel gol in mischia all’Ascoli che porta alla vittoria all’ultimo minuto, quello del vantaggio contro l’Atalanta nella gara successiva non valgono a nulla. David Platt fa undici gol in A e un’ottima stagione, ma non basta per evitare al Bari la retrocessione. Una retrocessione incredibile, visto che in quella squadra oltre a Platt gioca gente come Zvonimir Boban e Robert Jarni. Ma tant’è: prima con Gaetano Salvemini e poi con Zibì Boniek i galletti non riescono ad evitare la retrocessione. Ovviamente Matarrese deve vendere i migliori, tra questi inevitabilmente Platt, acquistato l’estate prima in un’operazione da quasi 20 miliardi di lire tra cartellino e ingaggio, tutt’ora l’acquisto più costoso della storia del Bari.

Per il centrocampista inglese alla fine di quel campionato arriva la chiamata della Juventus: non male per uno che in carriera ha dovuto masticare amaro, parecchio. Già, perché David è un ragazzo tranquillo di Chadderton, vicino Manchester: come tutti i ragazzini della sua età cresce col mito dei Red Devils e tenendo duro riesce a entrare nelle giovanili del club. Ma sono gli anni 80: il calcio inglese è ancora lungi dal diventare quello veloce e spettacolare di oggi e bisogna essere bravi a destreggiarsi tra calcioni e gomitate. David è alto, veloce, ma mingherlino. Qualcuno lo bolla come inadatto: i giornali ne bocciano fisico e scarsa furbizia e il mister dello United, Ron Atkinson, sta dalla loro parte.

D’altronde in questo caso il pallone non è l’espediente narrativo per riabilitarsi da una vita che senza sarebbe stata difficile: David è di ottima famiglia, ricco, bravo a scuola… l’uso dei gomiti non ce l’ha nel dna insomma, questo in campo fa la differenza. Il giovane David a solo 19 anni viene bocciato: non solo non indosserà mai la maglia dello United, come sognato, ma se proprio vuol continuare a giocare a calcio deve farlo nell’unico posto dove gli è concessa questa chance, nel Crewe Alexandra, un club di quarta serie. È una storia comune a tanti ragazzi: le giovanili in un grande club, la prosecuzione nelle serie minori che nel 99 per cento dei casi è il preludio all’addio alle ambizioni di vivere il calcio da professionisti.

E invece a Platt calarsi nelle serie minori fa bene: sui campi fangosi e contro stopper rudi e senza fronzoli capisce che i muscoli non vanno usati solo per correre, che il suo metro e ottanta può aiutarlo a non andar giù al primo contatto. David gioca e segna in quel piccolo club, tanto, abbastanza da catturare l’interesse delle grandi: all’Aston Villa, retrocesso in Second Division, è arrivato Graham Taylor per la rifondazione. L’ex coach del Watford pensa proprio a quel ragazzino per la ripartenza dei Villains. Platt, centrocampista moderno, bravo a togliere palloni ma anche veloce e intelligente negli inserimenti, lo ripaga: tanti gol che valgono subito la promozione in First Division (attuale Premier), il titolo di miglior giocatore quando l’Aston Villa arriva secondo dietro l’Arsenal e prestazioni sempre maiuscole. Si guadagna la nazionale e il mondiale del 1990 in cui parte in sordina dietro a gente come Gascoigne e Waddle, rivelandosi poi decisivo fino alla semifinale, persa contro la Germania: in gol all’ultimo minuto dei supplementari contro il Belgio agli ottavi, con uno splendido tiro al volo, in gol ai quarti contro il Camerun, in gol contro l’Italia nella finalina di Bari.

A quel punto sul centrocampista inglese c’è l’interesse di tante squadre europee: dopo una lunghissima trattativa, più volte sul punto di saltare, la spunta il Bari con un maxi investimento. David come detto gioca bene, si ambienta subito (anche grazie alla cucina: pare che prima della Puglia fosse abituato a mangiare solo hamburger) ma la squadra retrocede. Però le buone prestazioni gli valgono la chiamata della Juve del Trap. L’accoglienza è terribile: il monumento di via Crimea a Torino viene imbrattato con la scritta “L’unico inglese buono è quello morto. Platt go home”. Messaggio, nelle logiche degli autori, collegato alla tragedia della finale di Coppa Campioni tra Juve e Liverpool (inutile precisare che Platt con quella finale e col Liverpool non c’entrasse nulla). A Torino in ogni caso il centrocampista inglese è costretto in schemi più rigidi, con compiti di copertura dietro Vialli, Baggio e Moeller. Fa un campionato anonimo, solo 3 gol in Serie A e uno in Coppa Uefa, manifestazione che vedrà trionfare proprio la Juve di Platt.

Bocciato, l’inglese passa alla Sampdoria: senza compiti difensivi, alle spalle di Mancini e Gullit e con Jugovic, Lombardo e Serena compagni di reparto, i blucerchiati sono un bel vedere e anche l’inglese torna ai suoi livelli, con una stagione da 11 gol e la Coppa Italia vinta. Anche nella seconda stagione doriana Platt fa bene, inseguendo il sogno europeo assieme ai compagni sino alla sfortunata semifinale contro l’Arsenal. Proprio ai Gunners passerà nella stagione successiva, e nel 1998, poco prima del ritiro, vincerà la Premier: per un punto sul Manchester United. È suo il gol del 3 a 2 all’87esimo nello scontro diretto: un colpo di testa da calcio d’angolo, un centimetro in più, un attimo che lava una bocciatura, qualche insulto, e cambia una carriera.

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