Annunciando il Leone d’oro alla carriera della prossima Mostra del Cinema di Venezia, il direttore Alberto Barbera ha richiamato tutte le fasi del percorso artistico di Roberto Benigni, le prime e anche le successive, più cariche di gloria e favori popolari. Ma forse la motivazione profonda del riconoscimento sta più nell’omaggio al primo Benigni che a quello di questi anni, che celebra la Costituzione più bella del mondo in una serata televisiva nazional-popolare e poi dichiara di votare sì al referendum che l’avrebbe snaturata.

Questo Benigni, la cui carriera cinematografica di regista si è fermata dopo la doppietta formata dal debole Pinocchio (quello suo, non quello, decisamente più in tono, di Matteo Garrone, in cui lui recupera con l’ottimo Geppetto a cui dà vita) e l’altrettanto fragile La tigre e la neve. Questo Benigni che divulga La Divina Commedia, passepartout per tutti i palazzi, perfino il Quirinale.

Il primo Benigni era invece quello che declinava la bestemmia senza offendere la religione: “Di bestemmie ce n’è tante. C’è la bestemmia a panino, c’è quella poetica, c’è la bestemmia del biliardo, la bestemmia al laccio, la bestemmia affogata…” Chissà com’è la bestemmia affogata di cui parlava un tempo Roberto. Quel Benigni, quello che tutti abbiamo conosciuto e amato quando stava con le mani in tasca a chiedersi sotto una lampadina Bèrlinguer o Berlìnguer? nei primi piccoli (grandi) spettacoli negli spazi off di mezza Italia. Quel Benigni che poi fissò la sua icona in Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe Bertolucci, film divenuto oggetto di culto, con il monologo del turpiloquio che il Cioni Mario dice per reazione alla notizia della morte della madre.

Comico corporeo puro, fuori da ogni regola, nemmeno dissacrante perché non c’era il senso del sacro in quei furibondi anni Settanta, che erano anche quelli del Male. Quel Benigni che era capace non solo di esprimere il corpo comico in maniera debordante, ma anche di legarsi alla tradizione popolare toscana improvvisando racconti in ottava rima, o di portare la lunarità astratta in ruoli drammatici o grotteschi come quelli di Chiedo asilo di Ferreri, un film ingiustamente dimenticato, o Daunbailò di Jarmusch o Il minestrone di Sergio Citti, altra vittima della scadente memoria cinematografica italiana. Quel Benigni che nel film di Jarmusch parla della mamma Isolina davanti a un coniglio arrostito o passa dal poker all’I scream, you scream, we all scream for ice cream nella cella di carcere in cui si trova con Tom Waits e John Lurie. Benigni fuori, sempre altrove.

Certo, la carriera di un attore e regista si evolve negli anni, le età della vita portano altre urgenze e sensibilità. Basta pensare a Chaplin e ai grandi film post-charlottiani. Ma chi ha amato la forza dirompente che emanava dal primo Roberto non può amare altrettanto il comfort pacioso che proviene dalle serate dantesche (e Dante non è certo fonte di pace confortevole, vedi Carmelo Bene sulla Torre degli Asinelli).

Ci fu un tempo in cui Benigni diceva che i suoi nemici erano i semiologi che “gli scandagliavano dentro le figure retoriche” mentre lui era uno spirito puro. Quella purezza deve averla persa, ora è lui a scandagliare le figure retoriche di Dante.

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