“Le tombe dei tutsi sono ancora vuote. Cosa aspettate a riempirle?”. È dopo aver ascoltato un appello del genere, diffuso sulle gracchianti frequenze di Radio Mille Collines, che un commando di Interahamwe – gli squadroni della morte hutu – irrompe all’improvviso in casa di Eric Eugène Murangwa, portiere del Rayon Sport e della nazionale ruandese. Mentre alcuni paramilitari gli mettono a soqquadro l’abitazione, nella speranza di portare via denaro e oggetti preziosi, un altro lo immobilizza, prima di piantargli la canna del fucile alla tempia. È pronto a eseguire la condanna a morte, ma all’improvviso la voce di un altro miliziano spezza il drammatico silenzio di quel momento, invitando il comandante a desistere. Rovistando all’interno di alcuni scatoloni, infatti, ha trovato alcune fotografie in cui si vede Murangwa assieme ai suoi compagni del Rayon Sport, la squadra più titolata del Paese: “Sei Toto! Ma perché non ce lo hai detto subito!”, gli dice il militare con tono amichevole, rivolgendosi a lui con il soprannome (che significa “giovane” in lingua swahili) con cui il portiere era conosciuto affettuosamente dai suoi tifosi. Una vecchia foto, saltata fuori provvidenzialmente, per Eric Eugène Murangwa aveva fatto la differenza tra la vita e la morte. Una scena agghiacciante. Eppure perfettamente normale nel Ruanda dell’epoca.

Pochi giorni prima, il 6 aprile 1994, un missile aveva abbattuto l’aereo del presidente ruandese Juvénal Habyarimana e spalancato le porte dell’apocalisse. Era iniziato così il genocidio dei tutsi (ma anche degli hutu troppo amici dei tutsi), il più grande e cruento massacro di massa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. C’è una leggenda in grado di spiegare la complicata composizione sociale del Ruanda meglio di mille trattati antropologici. Dice più o meno così: “Il primo re del Ruanda aveva tre figli: Twa, Hutu e Tutsi. Un giorno diede una tazza di latte a tutti e tre: Twa lo bevve tutto, Hutu solo metà, mentre Tutsi glielo restituì senza nemmeno assaggiarlo. Il re, allora, prese una decisione e assegnò a Tutsi la più preziosa ricchezza del Paese: le mucche”. Da qui nasce la tradizionale divisione in caste del popolo dei banyaruanda: i tutsi, mandriani guerrieri (a minoranza al potere), gli hutu, agricoltori (la maggioranza) e i twa, perlopiù braccianti e servitori. Come scrive Ryszard Kapuściński in un passaggio di Ebano, “fra tutsi e hutu esistevano rapporti feudali: il tutsi era il signore, l’hutu il vassallo”.

Dopo l’abbattimento dell’aereo di Habyarimana, la follia interetnica alimentata utilitaristicamente dagli ex colonizzatori europei, ricompare in tutta la sua ferocia. I numeri saranno impressionanti: dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, per circa 100 giorni, vengono massacrate sistematicamente almeno 500mila persone, anche se secondo molte fonti il bilancio potrebbe raggiungere anche il milione di vittime. Tra cui anche molti colleghi di Murangwa, a cui il calcio non riuscirà a salvare la vita. Si calcola che, in quei tre mesi di follia omicida, siano stati uccisi circa 70 calciatori. Alcuni anche molto famosi. Martin Rudasingwa, il capitano del Kiyovu Sport; Munyurangabo Lonjin del Rayon, considerato il più veloce giocatore ruandese dell’epoca e Louis Kirenga, portiere del Rwinkwavu famoso per essere alto oltre due metri, erano degli autentici idoli nazionali. Ma questo non bastò a salvargli la vita: in quei giorni di barbarie allucinanti, agli occhi delle forze paramilitari hutu – e come certificava la carta d’identità etnica – erano semplicemente tutsi, da umiliare, schiacciare, annientare.

E pensare che solo poche settimane prima, nel marzo del 1994, hutu e tutsi aveva festeggiato insieme la qualificazione del Rayon Sports agli ottavi di finale della Coppa delle Coppe d’Africa, dopo il secco 4-1 rifilato ai sudanesi dell’Al-Hilal, uno dei più grandi successi della storia del calcio ruandese: “È stata una partita incredibile. Gli hutu e i tutsi, che non socializzavano da tempo, hanno approfittato di quell’opportunità per riunirsi. La gente ha passato tutta la notte a festeggiare nei pub e a ballare in strada“, ha ricordato Murangwa al Guardian.

Un’atmosfera di fratellanza e unità che si sarebbe tornata a respirare solamente dieci anni più tardi, nel 2004, quando la nazionale ruandese conquistò la sua prima e finora unica qualificazione alla Coppa d’Africa. Hutu e tutsi insieme, fianco a fianco, uniti per raggiungere lo stesso obiettivo, come non si vedeva da quella partita con l’Al-Hilal. Lo ricorda molto bene Charles Jemsi, ex portiere delle Amavubi, le Vespe, nei giorni della Coppa d’Africa tunisina. “Il campo di calcio è un luogo dove le differenze di etnia, razza, credo e idee politiche spariscono. Ai tempi del genocidio – continua – ognuno di noi aveva una carta d’identità su cui era sottolineata l’etnia di appartenenza. Ora no. Non sappiamo chi sia tutsi o hutu. E francamente non ce ne importa nulla”. La nazionale ruandese è uscita al primo turno, nonostante una storica vittoria ottenuta con la Repubblica Democratica del Congo. Il vero obiettivo di quella spedizione, però, era stato comunque centrato: “Abbiamo giocato per l’unità e la riconciliazione della nostra gente”, ha raccontato il capitano Olivier Karekezi. Ancora una volta il calcio era riuscito a curare le ferite della politica.

Fonte dell’immagine: caf.com

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te

In questi tempi difficili e straordinari, è fondamentale garantire un'informazione di qualità. Per noi de ilfattoquotidiano.it gli unici padroni sono i lettori. A differenza di altri, vogliamo offrire un giornalismo aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per permetterci di farlo. Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

I Mondiali di Qatar 2022 saranno tutti sulla Rai: le 64 partite in esclusiva sulla tv pubblica

next
Articolo Successivo

In Italia non c’è il tempo di costruire né di fallire. Nella politica come nel calcio

next