Siamo nel pieno della terza ondata pandemica e, come già avvenuto nei mesi precedenti, nel nostro sistema sanitario e in molti altri paesi si è deciso di cancellare o ridurre al minimo tutte le procedure chirurgiche non urgenti, al fine di occupare la maggior parte delle risorse nella cura dei pazienti affetti da Covid-19. Le restrizioni sociali e della mobilità hanno drasticamente limitato l’accesso negli ospedali ai pazienti che, anche per paura di contagiarsi, hanno rinviato visite e controlli, spesso anche necessari a tutelare la propria salute. Si stima che la riduzione di circa l’80% degli interventi effettuati in chirurgia elettiva (non urgenti) porterà ad un drammatico ed incalcolabile peggioramento dello stato di salute di tutti coloro che non stanno ricevendo cure adeguate.

Durante il primo lockdown, l’Associazione dei Chirurghi ospedalieri italiani (Acoi) ha segnalato l’annullamento di circa 600mila interventi e, di questi, 50mila relativi alla chirurgia oncologica.
Il ridotto accesso ai servizi sanitari ha provocato un ritardo nella diagnosi e nella cura anche delle pazienti affette da neoplasia della mammella. La ricostruzione mammaria immediata, cioè la ricostruzione del seno effettuata nello stesso intervento chirurgico dopo aver asportato la neoplasia, è il trattamento ideale, il “gold standard” per le pazienti che devono sottoporsi ad un intervento di mastectomia. A provarlo innumerevoli studi scientifici che rilevano gli effetti psicologici positivi che ha sulla donna l’entrare in una sala operatoria per rimuovere una mammella e uscirne comunque con una nuova ricostruita.

Purtroppo, però, le linee guida internazionali stanno rimandando ad una fase successiva all’emergenza pandemica anche la ricostruzione del seno. Ne consegue un ulteriore gravissimo danno alle donne già provate dalla malattia. La pandemia ha causato una riduzione del 30% delle ricostruzioni immediate effettuate nelle Breast Unit, ed anche una riduzione del numero di procedure ricostruttive effettuate con i tessuti propri (autologhi) a favore invece delle ricostruzioni con protesi. La ricostruzione del seno con una protesi mammaria è infatti una procedura rapida, semplice da eseguirsi ma che difficilmente restituisce un’immagine naturale del seno, né simmetria con la mammella controlaterale. Le ricostruzioni con i tessuti autologhi restituiscono invece un’immagine, una forma ed un volume molto più naturali e simmetrici, con risultati stabili nel tempo; con queste procedure le pazienti, inoltre, non devono sottoporsi a ripetuti interventi chirurgici, come invece accade quando si utilizzano protesi mammarie che necessariamente dovranno essere sostituite dopo un lasso di tempo variabile e non prevedibile.

Un’attenzione particolare va rivolta anche alle donne che attendono una ricostruzione mammaria differita, cioè a quelle pazienti che sono state sottoposte ad una mastectomia e che attendono di essere ricostruite, o a quelle donne che devono essere sottoposte a interventi di revisione per l’insorgenza di complicanze. Poiché queste pazienti non presentano più priorità oncologica, rischiano di dover rimanere senza ricostruzione o simmetrizzazione del seno per diversi mesi o addirittura anni. La ricostruzione mammaria è parte essenziale della cura del tumore del seno, ed è dimostrato che il ritardo o la mancata esecuzione di questo intervento causi stati d’ansia, riduzione dell’autostima e della qualità di vita delle donne sottoposte a mastectomia.

Finché l’emergenza Covid-19 persisterà, la riduzione dei servizi sanitari peggiorerà la lunga lista d’attesa per l’accesso alle prestazioni di diagnosi e cura dei pazienti. La fine della pandemia segnerà l’inizio una nuova era sanitaria in cui sarà decisivo programmare piani strategici attenti e mirati ad offrire ogni tipo di assistenza alle diverse categorie di pazienti.

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