Una “discussione sui soldi” con il padre, degenerata fino al punto di ucciderlo con una corda di arrampicata. Poi, allo stesso modo, ha strangolato anche la madre. Il racconto di Benno Neumair, la sua confessione agli inquirenti su come la sera del 4 gennaio ha ucciso Peter Neumair e Laura Perselli, i suoi genitori, prima di gettarli nel fiume Adige, comincia dal suo ritorno a casa il pomeriggio di quel giorno. “Papà mi rinfacciava che non valessi niente. Era uscito fuori il discorso delle mie responsabilità, e mia sorella… Mi sono sentito così alle strette, così senza una via d’uscita”. E ancora: “Mio padre mi rimproverava che dovevo aiutare di più a casa. Sono andato in camera mia per non dover più discutere, come spesso accadeva”. E’ questa la versione su quanto accaduto la sera del duplice omicidio, riportato nei verbali dei due interrogatori desecretati negli scorsi giorni dalla Procura di Bolzano e resi pubblici ieri sera da Quarto Grado, la trasmissione in onda su Rete 4.

Il 30enne, in carcere con l’accusa di duplice omicidio e occultamento di cadavere, racconta di essersi addormentato. Al suo risveglio comincia la lite con il padre: “Mio padre voleva che prendessi l’appartamento di sotto, altrimenti mi avrebbe chiesto 700 euro a partire da gennaio, ovvero un terzo dell’affitto perché siamo tre adulti. Io risposi che non era giusto. Mio padre insisteva che dovevo uscire di casa, che mia sorella, invece, si pagava da sola un appartamento in Germania“. Poi il racconto prosegue: “L’ho zittito, ho preso dalla bacinella di plastica dove ho gli attrezzi la prima corda di arrampicata che ho trovato”.

“Eravamo in corridoio – continua Benno – Siamo cascati insieme per terra, non so se l’ho strozzato da dietro o da davanti. Ricordo solo che ho stretto molto forte. Poi sono rimasto seduto, o sdraiato in corridoio. Ricordo che in quel momento è suonato il mio cellulare, probabilmente ho risposto. Poi ricordo che mi sono di nuovo agitato, sentendo il rumore del cellulare e poi, subito dopo, il rumore del chiavistello. Mi sono mosso verso la porta, è entrata la mamma, avevo ancora il cordino in mano e mi è venuto di fare la stessa roba, senza nemmeno salutarla“, ha spiegato durante l’interrogatorio.

Strangolata a morte anche lei, come rivelerà il suo corpo, restituito dal fiume la mattina del 6 febbraio. Il racconto del trentunenne quindi prosegue. “Il cellulare della mamma era caduto per terra, ho avuto paura, mi sono messo i pantaloni, sono uscito col cellulare della mamma e con quello del papà che aveva lo schermo scheggiato. Ho indossato il giaccone blu, sono uscito a piedi. Poi sono rientrato a casa, ho preso la bici, ho iniziato a pedalare fino all’altezza di ponte Roma, dove mi hanno salutato due conoscenti sudamericani e mi sono fermato. Mi sono reso conto, in quel momento, di avere freddo. Ho chiesto ai sudamericani se avevano marijuana. Non avevo soldi, quindi non ho comprato nulla. Ho lanciato dalla pista ciclabile i cellulari, tra il ponte di legno e il ponte Roma, verso il fiume. Ma non so se sono finiti nel fiume, o se sono rimasti sull’argine”.

Una versione che si discosta dalla ricostruzione degli inquirenti, secondo i quali Benno avrebbe invece nascosto il cellulare della madre lungo l’argine. Uno dei tanti tasselli del depistaggio messo in campo dal trentunenne. Poi, Benno — che aveva anche pensato a una fuga, addirittura in India — torna a casa, e si trova davanti alla realtà. “C’era il corpo della mamma all’ingresso. Sono andato in bagno, ho acceso la stufa per riscaldarmi. Lì c’erano i pantaloni miei, che avevo indossato in precedenza, con dentro il mio telefono. Ho telefonato alla mamma. Ero contento che il telefono squillasse, perché poteva significare che mi fossi sognato tutto“.

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