Che sarebbe stato un Festival unico lo si sapeva già dall’inizio e infatti, per quanto Amadeus ce l’abbia menata con la storiella del “senza pubblico non lo faccio”, non avrebbe mai rinunciato a presentare la prima edizione del Festival di Sanremo della storia tenutasi durante una pandemia. A costo di accettare il compromesso di un teatro di poltrone vuote e ben consapevole per questo di passare alla storia. E infatti il colpo d’occhio è davvero suggestivo, quasi commovente, ma poi pensi subito che finalmente ci possiamo evitare inquadrature sul signore della seconda fila che si scaccola annoiato o del vip di turno che prova a rigirarsi sulla poltrona per evitare in ogni modo un sonno che incombe violento.

La serata inizia con Amadeus che sale sul palco affidandosi a Dio con un segno della croce come Totti prima di entrare in campo e con la lettura parziale (per fortuna!) di una lettera scritta di suo pugno, che è tutto un “ho fatto questo Sanremo per…”, “l’ho fatto per..”, “ l’ho fatto perché…” e tu sei lì che ti chiedi: ma chi te l’ha chiesto?! Per fortuna arriva l’energia di Fiorello che, com’era prevedibile, regge pure i muri dell’Ariston e spezza la tensione iniziale entrando in scena con un mantello di fiori e il rossetto nero in stile Achille Lauro, mentre si dimena cantando una versione rock di Grazie dei Fior. Poi, da showman consumato qual è, ironizza sul tasto dolente delle poltrone vuote, cadendo un po’ nel trash vanziniano, ma a lui si perdona più o meno tutto: persino il fatto di aver voluto rifare Sanremo con Amadeus.

Come in quasi tutte le ultime edizioni, i giovani sono molto più bravi dei big. Qualsiasi cosa s’intenda per big, visto che quest’anno la domanda ricorrente di chi guarda il Festival è: ma questo chi è? Tra l’altro la maggior parte dei big è più giovane dei giovani. L’unico vero big, anzi direi più gigante, di questa prima serata è Loredana Bertè. La fata turchina del rock italiano, con due gambe che dovrebbero diventare patrimonio dell’umanità. Il mare d’inverno, Dedicato, Non sono una signora, Sei bellissima: musica e il resto scompare. Ha cantato con due scarpe rosse sul palco, per ricordare la lotta contro la violenza sulle donne. “Al primo schiaffo, bisogna denunciare”. Le hanno dedicato una standing ovation registrata nel ’94, ma io gliene ho dedicata una in diretta dal mio soggiorno, con tanto di lacrime annesse.

Matilda De Angelis ha un talento mica da ridere. Bella, simpatica e lascia di stucco nel duetto con Fiorello, in cui sfodera persino una gran voce. Sarà che siamo poco abituati a delle presenze femminili che rendano giustizia alla loro partecipazione al Festival, ma stavolta Amadeus ha scelto bene. Possiamo confermarla anche per le altre serate? No, perché l’idea della Palombelli al suo posto mi genera un leggero stato d’ansia.

Menzione speciale per l’infermiera simbolo del Covid Alessia Bonari, diventata popolare per aver postato la foto del suo viso segnato da ore e ore di mascherina, che ha amabilmente sopportato la domanda imbarazzante di Amadeus: “Com’è cambiata la tua vita?”. Lei si limita a rispondere educatamente che la sua vita non è cambiata manco per nulla, perché nel frattempo nessuno le ha proposto una parte in un kolossal americano o una candidatura al Premio Nobel, semplicemente continua a fare l’infermiera, lavoro che è anche l’unico onorabile motivo per il quale si trova su quel palco.

Glam rock per Achille Lauro, che si presenta sul palco tra piume e lacrime di sangue. Incuriosisce, ma non colpisce più di tanto. Diciamo che il ragazzo ha grosse potenzialità, ma non si è applicato come ci si aspettava. A questo primo quadro va un sei politico.

E’ partito da nuova proposta, poi ha vinto Sanremo e stasera si è guadagnato davvero l’appellativo di big della canzone italiana illuminando il teatro Ariston ancora una volta. Diodato è un artista al quale sono particolarmente affezionata e del quale sono anche molto fiera. Perciò, sarò smaccatamente di parte, ma dico che ovunque va fa davvero un bel Rumore.

Il Festival è finito all’una e mezza e nessuna poltrona si è rivoltata su se stessa o è uscita prima per andare a farsi una spaghettata. Io però continuo a non capire la necessità di far durare uno spettacolo televisivo canoro quattro ore e mezza. Ma vabbè. Ora attendo solo lei, il simbolo di questa 71esima edizione fuori dal comune: Orietta Berti.

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