Nell’anno della pandemia il pil italiano in volume è diminuito dell’8,9%. Mentre il rapporto deficit/pil ha toccato il 9,5% per effetto delle misure di sostegno messe in campo dal governo. Il prezzo del Covid per l’economia italiana è fotografato nei conti economici annuali appena pubblicati dall’Istat, che confermano la prima stima arrivata a inizio febbraio. Meno peggio delle previsioni del governo Conte 2 (-9%), ma comunque senza precedenti fatta eccezione per la Seconda guerra mondiale. Il pil in volume si è attestato a 1.572.641 milioni di euro, oltre 150 miliardi in meno rispetto 1.725.733 del 2019. Si tratta del livello più basso dal 1997, come se l’Italia fosse tornata indietro di 23 anni. Calcolato a prezzi di mercato è stato invece pari a 1.651.595 milioni di euro correnti, con una caduta del 7,8% rispetto all’anno precedente.

La spesa per consumi finali delle famiglie residenti è scesa in volume del 10,7% (+0,3% nel 2019): in particolare quella per alberghi e ristoranti è diminuita del 40,5%. Le uscite per consumi di beni sono calate del 6,4% e quelle per servizi del 16,4%. Tra le cadute più accentuate, in volume, ci sono quelle per trasporti (-24,7%), per ricreazione e cultura (-22,5%) e per vestiario e calzature (-20,9%). Le uniche componenti di spesa che segnano una crescita sono alimentari e bevande non alcoliche (+1,9%), comunicazioni (+2,3%), e abitazione, acqua, elettricità, gas ed altri combustibili (+0,6%).

La spesa delle pa ha registrato una crescita in volume dell’1,6% mentre quella delle istituzioni sociali private una diminuzione dell’11,8%. Gli investimenti fissi lordi hanno subìto un calo del 9,1% (+1,1% nel 2019), con contrazioni generalizzate a tutte le componenti: -6,3% gli investimenti in costruzioni, -12,1% in macchinari e attrezzature, -28,1% in mezzi di trasporto e -2,9% in prodotti della proprietà intellettuale. Le esportazioni di beni e servizi sono scese in volume del 13,8%, le importazioni del 12,6%

Il debito italiano ha raggiunto nel 2020 quota 2.569.258 milioni ed è pari al 155,6% del Pil. La crescita dal 134,6% del 2019 è legata al calo del prodotto e ovviamente alle misure per l’emergenza Covid. In questo contesto la pressione fiscale complessiva è risultata pari al 43,1%, in aumento rispetto all’anno precedente (42,4%) perché la somma di imposte e contributi pagati è diminuita di meno rispetto al calo del pil.

Il valore aggiunto complessivo è diminuito in volume dell’8,6% mentre nel 2019 aveva registrato un aumento dello 0,2%. Il calo è stato marcato in tutti i settori: -11,1% nell’industria in senso stretto, -8,1% nei servizi, -6,3% nelle costruzioni e –6% nell’agricoltura, silvicoltura e pesca. Nel settore terziario contrazioni particolarmente marcate hanno interessato commercio, trasporti, alberghi e ristorazione (-16%), attività professionali, scientifiche e tecniche, amministrative e servizi di supporto (-10,4%) e il settore che include le attività artistiche, di intrattenimento e divertimento, di riparazione di beni per la casa e altri servizi (-14,6%).

Il saldo primario, che equivale all’indebitamento netto meno la spesa per interessi, in rapporto al pil è stato negativo di 6 punti, contro il +1,8% del 2019. Per ridurre il rapporto debito/pil è necessario un saldo primario positivo.

Per quanto riguarda gli occupati, nel 2020 le unità di lavoro sono diminuite del 10,3% per effetto della riduzione del 9,3% delle Ula dipendenti e del 12,8% delle Ula indipendenti. I redditi da lavoro dipendente (retribuzioni più contributi sociali) e le retribuzioni lorde sono scesi rispettivamente rispetto al 2019 del 6,9% e del 7,5% . Per i redditi da lavoro si è passati da 719,9 miliardi a 670,5 miliardi. Le retribuzioni lorde per unità di lavoro hanno registrato un incremento del 2% nel totale dell’economia; nel dettaglio, l’aumento è stato dell’1,2% nell’industria in senso stretto, dello 0,6% nel settore agricolo e del 2,5% nei servizi, mentre una lieve contrazione si registra per le costruzioni (-0,2%).

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