A 24 ore dall’incontro tra il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, e il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, si delineano le possibili strade che l’Italia, con le sue aziende, potrà percorrere per contribuire alla produzione di vaccini. In Europa continuano a stringersi alleanze tra case farmaceutiche per produrre i composti già approvati e Giorgetti ancora giovedì parteciperà al Consiglio Ue per la competitività aperto dal commissario al Mercato interno Thierry Breton che guiderà la task force europea sui vaccini con la “benedizione” del premier Mario Draghi. Scaccabarozzi, che sta componendo una lista di aziende, quasi un mese fa al Fattoquotidiano.it aveva spiegato che ci sono “molti stabilimenti” in grado di compiere un’impresa del genere, ma che comunque “non si potrebbe realizzare prima di 4-6 mesi”.

Lo stabilimento Catalent di Anagni, in provincia di Frosinone, ha già ricevuto da Johnson & Johnson (che ha presentato richiesta di approvazione all’Ema nei giorni scorsi, ndr) il mandato alla produzione del suo farmaco – aveva spiegato Scaccabarozzi che è anche numero uno di Janssen (J&J). Poi ci sono quelli della Glaxosmithkline di Siena, che sicuramente sono i più attrezzati. Sempre ad Anagni ci sono anche gli stabilimenti di Sanofi Italia”. Proprio il marchio francese è particolarmente attivo: ha siglato già due accordi per produrre i vaccini di Pfizer e di Janssen.

La strada, in attesa che il vaccino targato Reithera-Spallanzani proceda con la fase e la fase 3, è partecipare alla produzione dopo accordi con le multinazionali detentrici dei brevetti. Tra queste c’è però Moderna, azienda statunitense che ha ricevuto un finanziamento di 2,5 miliardi dal governo Usa con la presidenza Trump, ha fatto sapere già nei mesi scorsi di non voler azionare i relativi brevetti (nella misura in cui sono connessi alla pandemia da Covid) contro i propri concorrenti che produrranno vaccini basati su Rna messaggero durante l’emergenza. Ma proprio la produzione dei vaccini, che al momento hanno i livelli più alti di efficacia, necessitano per la produzione di bioreattori questo perché un vaccino non è come altri farmaci, “ma un prodotto vivo, non di sintesi, va trattato in maniera particolare”.

Il vaccino deve avere una bioreazione dentro una macchina che si chiama bioreattore. Insomma, non è che si schiaccia un bottone ed esce la fiala, da quando si inizia la produzione passano 4-6 mesi. Bisogna essere consapevoli – ha spiegato nei giorni scorsi Scaccabarozzi – che le aziende che si trovano in Italia, per produrre il vaccino devono avere le macchine necessarie. Importante anche l’infialamento: alcune hanno già delle macchine per questo passaggio della produzione, ma bisogna vedere se sono adatte a infialare proprio quei vaccini. Alla Catalent di Anagni per esempio lo stanno già facendo con Astazeneca e lo faranno anche con il preparato di Johnson&Johnson”. “Solo Gsk ha i bioreattori, ma non per il vaccino anti-Covid, bensì per il vaccino contro la meningite che è batterico. Reithera ce l’ha ma non credo per fare milioni di dosi. La seconda fase riguarda l’infialamento e da noi molte aziende possono farlo” ha spiegato nei giorni scorsi Rino Rappuoli, direttore scientifico di Gsk.

Catalent, secondo quanto riporta il Sole24Ore,potrebbe infialare anche Pfizer-Biontech e Janssen (Johnson & Johnson). Ma le aziende farmaceutiche potrebbero riconvertirsi per fra fronte all’emergenza. Secondo il quotidiano di Confindustria c’è per esempio la Haupt Pharma di Latina (700 addetti compreso l’indotto e oltre 90 milioni di fatturato) che produce farmaci per conto terzi e che ha avviato un progetto di riconversione di un reparto. Lì potrebbero essere infialati sia i composti a Rna messaggero che quelli a vettore virale come Astrazeneca. Secondo l’assessore alla Salute della Regione Lazio Alessio D’Amato anche la statunitense Thermo Fisher Scientific di Ferentino potrebbe produrre sia vaccini adenovirali che a Rna messaggero. E anche la Fidia farmaceutici di Abano Terme, che produce in conto terzi per multinazionali del farmaco, è tra le aziende disponibili a partecipare alla produzione di vaccini anti Covid-19.

In questa operazione potrebbe entrare anche la Difesa. Dotarsi oggi di tecnologia adeguata per produrre mRna, sia per i vaccini, ma anche per le terapie avanzate anticancro, permette di elaborare un piano a lungo termine “i siti della Difesa potrebbero assolvere a tale obiettivo. Possiamo avere queste capacità e queste potenzialità – ha spiegato il Generale d’armata Antonio Zambuco, che si è occupato proprio di queste attività in piena pandemia – cerchiamo di essere autonomi. Durante la prima ondata non avevamo respiratori, ci siamo adoperati e ne abbiamo prodotti 2mila in poco tempo. Non avevamo mascherine a disposizione, adesso le produciamo noi: 1,5 milione di Ffp2 e 3,5 milioni di chirurgiche”. La strada della partecipazione “strategica” è rimarcata da Nicola Latorre, direttore generale dell’Agenzia Industrie Difesa “è una questione di Sicurezza nazionale sanitaria, ci stiamo dotando di queste concrete possibilità produttive e di competenze – e continua – abbiamo già avviato un accordo per entrare in un polo Biotech, in Italia. La Fondazione Toscana Life Sciences e lo stabilimento Chimico Farmaceutici Militare (SCFM) di Firenze, collaboreranno nella realizzazione di un programma integrato di ricerca e sviluppo per la produzione di vaccini”.

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