Bayern Monaco-Tigres: 1-0. Ovvero: tedesci campioni del mondo nella sfida tra Uefa e CONCACAF, per la prima volta a confronto in una finale del Mondiale per Club. Un inedito? Non proprio. Per scoprirlo bisogna riavvolgere il nastro della storia e tornare al 1969. Quell’anno, per la prima e unica volta nella storia, si è giocata una Coppa Intercontinentale CONCACAF-UEFA, una sorta di variante di quella tradizionale. A partecipare, almeno nelle intenzioni degli organizzatori, devono essere il Milan campione d’Europa di Nereo Rocco e i messicani del Cruz Azul, freschi trionfatori nella Coppa dei Campioni del Nord-Centro America, ma all’ultimo i rossoneri preferiscono declinare l’invito, anche perché la formula della manifestazione prevede un doppio confronto andata/ritorno, comportando un impegno piuttosto gravoso sia in termini economici che logistici.

Un’occasione, invece, raccolta al volo dal Manchester United – dominatore del Vecchio Continente nella stagione immediatamente precedente – chiamato a sostituire in fretta e furia la formazione italiana. Dunque, dal Diavolo ai Red Devils. Gli organizzatori, tutto sommato, possono comunque essere contenti. Anche perché quello era il Manchester United di Matt Busby, che nel 1968 prima aveva sconfitto il Benfica di Eusébio nella finale di Wembley, diventando la prima squadra inglese a sollevare la Coppa dei Campioni a dieci anni esatti dal disastro aereo di Monaco di Baviera. Un’autentica corazzata, costruita attorno al genio dionisiaco di George Best e all’eleganza mortifera di sir Bobby Charlton, premiato con il Pallone d’Oro appena due anni prima, dopo la conquista della Coppa del Mondo con la nazionale inglese.

La sfida, però, è molto più equilibrata di quanto si possa pensare oggi. All’epoca, infatti, i messicani erano una vera e propria superpotenza del calcio latinoamericano – che poteva contare su alcuni dei migliori giocatori della nazionale messicana (come Fernando Bustos, Héctor Pulido e il capitano Gustavo Peña – detto “El Halcon”, “il Falco”, perché dotato di una visione di gioco fuori dal comune) -guidata in panchina dal guru Raúl Cárdenas, che un anno più tardi siederà sulla panchina della Tricolor ai mondiali casalinghi del 1970. I cruzazulini erano temutissimi fuori dai confini nazionali – tanto che venivano soprannominati “La Màquina Celeste” per via di un gioco tanto organizzato e corale da sembrare automatizzato – e proprio quell’anno avevano dato avvio ad ciclo probabilmente irripetibile, vincendo la prima di tre Concacaf Champions League consecutive. Insomma, una formazione di tutto rispetto. In più, poi, per lo United c’era un’altra insidia con cui fare i conti: i 2.250 metri sul livello del mare di Città del Messico. L’altura, come prevedibile, diventa il miglior alleato del Cruz Azul nella gara d’andata, giocata il 18 dicembre 1969 in uno Estadio Azteca stracolmo di gente. La Màquina Celeste gioca una partita perfetta, impartendo una severissima lezione al Manchester United, sconfitto con un secco 3-0: Bustos apre le danze con un colpo di desta, Muciño raddoppia, Rafael Hérnandez completa l’opera su rigore.

“Tres a cero”, titolano a caratteri cubitali i principali quotidiani messicani. Un risultato storico, ma c’è pur sempre ancora un ritorno da disputare. Cárdenas fa il pompiere e invita tutti a non abbassare la guardia, prevedendo una rabbiosa reazione degli inglesi davanti al proprio pubblico. Ad Old Trafford, infatti, i Red Devils stringono immediatamente i messicani in una morsa soffocante, riuscendo a sbloccare il risultato con un gol del solito Bobby Charlton. Ma, grazie ai miracoli di un eroico Roberto Alatorre, la rimonta non si completa. Ed anzi, a dieci minuti dalla fine, Octavio “Centavo” Muciño – lo sfortunato attaccante che qualche anno più tardi a Guadalajara verrà crivellato di colpi da un balordo dopo una rissa all’uscita di un bar – segna la rete dell’1-1, consegnando direttamente alla storia l’impresa del Cruz Azul. Una piccola squadra, partita da una cittadella cooperativa (Jasso), ed arrivata sulla vetta del Mondo dopo appena mezzo secolo dalla sua fondazione. “Non ho parole per definire questa impresa internazionale. Sono grato a questi giocatori. Oggi ha vinto tutto il calcio messicano. È un’emozione indescrivibile quella che stiamo provando dopo aver battuto un gigante del calcio mondiale come il Manchester United. Il ’69 si è colorato interamente di azzurro”, dichiara Don Guillermo Álvarez Macías, uno dei patriarchi storici della Máquina Celeste, con la coppa tra le mani e le lacrime agli occhi. Sta piangendo, come tutti i tifosi del Cruz Azul.

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