Una delle voci più importanti del femminismo milanese. “Spiritosissima, geniale, totalmente libera”. Con la sua morte, Nadia Riva lascia orfane tante donne e tante realtà femministe. Nessuno sa quanti anni avesse, neanche le sue amiche. Fondatrice nel 1981 insieme a Daniela Pellegrini del Cicip&Ciciap in via Gorani a Milano, e della rivista Fluttuaria – Segni di autonomia nelle esperienze delle Donne, per lei il femminismo era integrale o non era. Un attivismo vissuto “come comunità di vita, di esperienze, di intenti, quell’essere fra donne che è stata tutta la sua esistenza, Nord, Sud, Est e Ovest”, si legge su Feministpost.it.

“In tutta la tua lunga e battagliera vita di attivismo hai aperto tante porte alle donne e a ognuna di noi”, scrive Michela Pagarini su Facebook. “L’ultimo ricordo che ho di lei”, aggiunge, “è un caffè preso a casa sua, una di fronte all’altra, in un pomeriggio di sole di un paio di anni fa. Rideva molto, parlava senza filtri, e mi ha regalato una cartolina illustrata”. Tra i tanti messaggi di dolore per la morte di Nadia, quelli della Libreria delle Donne di Milano, Biblioteca femminista, Labodif, la Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano e l’Enciclopedia delle Donne, che promette di organizzare presto un evento “per parlare ancora di te”.

“Se n’è andata ‘a modo suo’. È uscita di scena, sola, orgogliosa, all’insaputa di tutte lasciando tutte sconvolte. Era molto malata ma sembrava eterna”, scrive la casa editrice indipendente VandaA, “questa piccola realtà, che tu hai sempre incoraggiato e stimato, esiste grazie a tutto quello che ho imparato con te e Daniela negli anni infiniti del Cicip&Ciciap”. Degli anni della fondazione del Cicip&Ciciap, scrive Lea Melandri condividendo un ricordo di Laura Maltini, secondo cui quel circolo politico, culturale, sportivo, bar e ristorante delle donne nato “in un bellissimo palazzo occupato” fu “un’avventura straordinaria, che riuscì a mettere insieme materialità e pensiero, riflessione e divertimento, a dar vita a un luogo capace di accettare tutte le differenze, di età, di censo, di preferenze sessuali o di astinenza, di seduzione o indifferenza”. Un luogo “dove si incontravano intellettuali e sottoproletarie, artiste e calciatrici, cantanti e poete e tutte quelle che cercavano un luogo dove esercitare la propria libertà e il desiderio di uno spazio sociale dove ognuna potesse sentirsi a proprio agio”, scrive La casa delle donne di Milano.

Degli ultimi momenti di Nadia scrive, su Feministpost.it, Marina Terragni: “Tutto roteava intorno a lei, noi altre satelliti e lei il Sole solennemente immobile. Creatura mitologica. Un turbine di amiche, colf, assistenti, camerieri del ristorante di sotto, fornitori della spesa e anche infermieri che ogni giorno si arrampicavano al primo piano di via Col di Lana per occuparsi della sua salute piuttosto cagionevole”. Riguardo alla sua morte “quasi improvvisa”, di cui nessuno dice apertamente di conoscere il motivo, Terragni scrive: “Con lei non poteva andare in altro modo, dovevamo saperlo, ma è stato peggio di quello che sapevamo. Non ci ha dato il tempo di fare niente, di dire niente, non so: ‘ti porto un pigiama, un libro, una stupidaggine qualunque, come va? senti male? Una telefonata. Un messaggino. Ti tengo la mano un minuto’. Niente. 4-5 giorni senza sentirci, e via. Ha deciso lei, come sempre. Quel cavolo di orgoglio”. Qualcuno, tra i commenti, ironizza: “Starà tenendo bancone con tutte le angele del cielo e creando una nuova rivista, conoscendola”.

Come riportato sul profilo della sua pagina, sarà possibile salutare Nadia per un’ultima volta venerdì 12 febbraio dalle 9.30 per circa un’ora, compatibilmente con le restrizioni Covid-19, presso la camera mortuaria dell’Ospedale San Giuseppe a Milano in via San Vittore,12. A seguire nessuna funzione.

(Credit foto: Facebook, Paola Mattioli)

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