“Quello di Mario Draghi è tra i nomi migliori che il presidente Mattarella avrebbe potuto scegliere in questa fase, dopo che la politica ha fallito perché qualcuno ha messo interessi personali prima di quelli del Paese”. Andrea Roventini, ordinario di economia alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, prima delle elezioni del 2018 fu indicato da Luigi Di Maio come ministro del Tesoro di un possibile governo a 5 Stelle. Mentre l’ex capo politico del M5s chiede ai suoi di sedersi al tavolo e ascoltare le proposte dell’ex presidente della Bce, l’economista che si definisce “keynesiano eretico” ed è strenuo nemico dell’austerità mette in fila i motivi per cui non ha senso temere che il presidente del Consiglio incaricato ribalti le politiche di sostegno varate per affrontare la crisi Covid. Né che cancelli con un colpo di spugna il reddito di cittadinanza. “È stato tra i primi a capire – e a marzo lo ha scritto sul Financial Times – che la pandemia è come una guerra e richiede politiche espansive forti e rapide per evitare che lo choc temporaneo sfoci in perdite permanenti di aziende e posti di lavoro”, ricorda. “Ha anticipato la linea che oggi vede concordi Fmi, Ocse e la nuova segretaria al Tesoro Usa Yellen”.

Professore, qualcuno rinfaccia a Draghi di essere uomo della finanza e delle élite.
Con il suo curriculum si è guadagnato rispetto a livello internazionale. Mentre era alla guida della Bce ha salvato l’euro con il Whatever it takes schierandosi contro le posizioni della Bundesbank tedesca. Ha avviato il programma di acquisto di titoli che tiene bassi i tassi di interesse sul debito pubblico, consentendoci di spendere. Inoltre ha auspicato più volte che la Ue si dotasse di una politica fiscale comune.

Con lui a palazzo Chigi il reddito di cittadinanza sarebbe a rischio? Nell’editoriale di marzo ha parlato anche di “reddito di base per chi perde il lavoro”.
Non credo che abrogherà quella misura, al netto del fatto che il reddito ha bisogno di un tagliando perché i parametri di accesso consentono a persone che non dovrebbero prenderlo di percepirlo ed escludono un’amplia platea di poveri che invece ne avrebbe bisogno. Eliminarlo sarebbe in contraddizione con le cose che ha scritto, a partire dal fatto che in questa emergenza famiglie e imprese devono essere sostenute e protette per evitare che i costi della crisi danneggino l’occupazione, la capacità produttiva e la produttività in modo permanente.

E il blocco dei licenziamenti, che senza interventi scade a fine marzo?
È questione di pragmatismo. Misure come questa sono osteggiate da Confindustria e da qualche nostalgico di politiche turboliberiste passate. Ma, come ha scritto Draghi, servono per non ritrovarsi all’uscita dalla crisi con un’alta disoccupazione di lungo periodo formata da ex lavoratori che hanno perso competenze e sono difficili da ricollocare. In un’ottica di politica economica pragmatica, il blocco va confermato perché la prospettiva della ripresa è molto incerta dato il rischio che l’Italia sia colpita duramente dalla variante inglese del virus con conseguenti nuove misure di lockdown. Dunque si potrebbe ipotizzare la reintroduzione della libertà di licenziare al superamento di una certa soglia di vaccinati nella popolazione (da valutare con i tecnici). Sicuramente poi, nell’ambito della riforma degli ammortizzatori, andrà rilanciata la parte delle politiche attive per trovare lavoro a chi lo perde durante la successiva fase di ripresa. Era il secondo pilastro del reddito, non ha funzionato e del resto con questa crisi non avrebbe potuto. Riformare le politiche attive è una priorità che non ha colore politico, ma richiederà tempo.

Che fine farà invece quota 100, la cui sperimentazione termina a dicembre? La Commissione Ue chiede di eliminare il pensionamento anticipato per limitare l’aumento di spesa.
Quota 100 era il classico esempio di cattiva spesa pubblica, auspico che non venga rinnovata. Certo c’erano squilibri nel sistema pensionistico, non a caso ogni anno serviva un intervento per salvaguardare nuovi esodati. Ma sarebbe stato meglio intervenire in modo mirato, a costi ben più bassi, solo per le categorie deboli: i lavoratori precoci, chi svolge lavori usuranti e gravosi e le donne che hanno visto aumentare molto velocemente l’età richiesta per l’uscita. Ora l’obiettivo dev’essere accelerare la transizione a un sistema totalmente contributivo. Siamo andati lenti per proteggere i diritti acquisiti, ma in questo modo solo i giovani sono stati penalizzati.

Quanto agli aiuti alle imprese, nel rapporto del Gruppo dei 30 cofirmato da Draghi a dicembre si spiega che in questa seconda fase il sostegno deve diventare più mirato. Si prospetta una selezione più severa delle attività da ristorare?
Nella fase iniziale è stato giusto dare contributi a fondo perduto a tutte le imprese danneggiate, anche se si poteva far meglio in termini di velocità e di dimensione del supporto. Ora, quando usciremo dall’emergenza, è opportuno non utilizzare risorse per le aziende “decotte”, che già prima della crisi Covid sopravvivevano con difficoltà spesso solo grazie alla troppa flessibilità salariale e nei licenziamenti. Queste politiche del lavoro hanno creato incentivi perversi che hanno ridotto la necessità per le imprese di competere innovando. Vanno sostituite con aiuti mirati e condizionati, per esempio a obiettivi di emissioni di gas serra. Inoltra va introdotto un salario minimo orario per chi non è coperto dai contratti nazionali, che vanno comunque rafforzati: l’evidenza empirica in Germania mostra che non solo non fa calare l’occupazione ma spinge i lavoratori a spostarsi nelle imprese più innovative aumentando così la produttività.

In cima all’agenda del prossimo governo ci sarà il completamento del Recovery Plan. Draghi la scorsa estate ha indicato quali sono gli assi su cui investire per ripartire: il capitale umano dei giovani, le infrastrutture cruciali per la produzione, la ricerca.
Qualunque economista sarebbe d’accordo sul fatto che dobbiamo puntare su istruzione e ricerca, visto che siamo il fanalino di coda nell’Ue e questo si riflette nella nostra bassa percentuale di laureati molti dei quali per trovare lavoro devono emigrare all’estero. La Commissione ci chiede poi di spendere per la digitalizzazione e la crescita sostenibile: dal mio punto di vista il Piano attuale va migliorato riducendo i bonus alle imprese – il vero “Sussidistan” che vedo – in favore di risorse dedicate per specifiche missioni, come l’industria 4.0 e lo sviluppo tecnologico nel campo delle energie rinnovabili. Infine, dobbiamo aumentare la spesa in settori martoriati per colpa dell’austerità come la sanità e rilanciare la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Anche in questo caso un potenziamento degli asili sul territorio nazionale è una politica bipartisan che dovrebbe essere attuata al più presto. Sullo sfondo ovviamente ci sono riforme attese da anni come la velocizzazione della giustizia civile.

E il fisco?
Anche questa è una misura da inserire nel nostro Piano. Il governo dimissionario aveva iniziato a scrivere una riforma fiscale che andava nella direzione di allargare la base imponibile Irpef – pagato oggi solo dai lavoratori dipendenti – e dunque la progressività. Visto che durante la crisi le fasce di reddito più alte hanno visto salire i loro guadagni, un approccio pragmatico alla fiscalità richiede anche una imposta sulla ricchezza che colpisca solo il 5% di popolazione più ricco, da inserire in una riforma più ampia che comprenda anche un aumento delle imposte di successione e l’accelerazione della riforma del catasto per rendere più eque le imposte sugli immobili. In questo momento interventi di questo tipo sono al centro del dibattito internazionale tra gli economisti per ridurre le disuguaglianze: solo in Italia quando se ne parla parte il mantra per cui si vorrebbe “colpire la classe media”: il 5% più ricco è la classe media? Una riforma del fisco oltre ad essere gradita all’Europa, contribuirebbe a stabilizzare il rapporto tra debito e pil senza danneggiare l’economia.

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