“Sii orgoglioso di tua madre e di tuo padre, Khaled. Siamo in prigione per rendere migliore la vita per te e per tutti. Sii orgoglioso e cammina a testa alta tra la gente. Io e papà siamo separati da muri che ci bloccano la luce e la libertà semplicemente perché siamo giornalisti e abbiamo fatto il nostro lavoro con dedizione e professionalità”. In una delle rarissime lettere che Solafa Magdy è riuscita a far recapitare alla sua famiglia dal carcere femminile di Qanater, la giornalista freelance si rivolge a suo figlio Khaled, 7 anni, il quale dal novembre del 2019 vive con la nonna materna perché i suoi genitori sono in carcere.

Solafa Magdy e Hossam al-Sayyad sono stati arrestati da agenti della National Security Agency mentre stavano bevendo un caffè in un bar di Doqqi, Governatorato di Giza (stesso quartiere dove viveva Giulio Regeni), in compagnia di un altro collega giornalista, Mohamed Salah: di lui Ilfattoquotidiano.it ha scritto il mese scorso in relazione alle violenze e alle torture subite all’interno di una stazione di polizia. Solafa e Hossam, marito e moglie, una grande squadra il cui progetto di impresa giornalistica e di vita ha mosso i primi passi proprio durante i giorni emotivamente adrenalinici della rivoluzione di piazza Tahrir, nel gennaio del 2011. Quel giorno di fine novembre del 2019 il loro percorso si è interrotto e, come per tanti altri colleghi e attivisti politici e per i diritti umani, il regime ne ha disposto l’internamento. Magdy e al-Sayyad sono finiti dentro uno dei casi istruiti dalla Procura dello Stato, il 488 del 2019, lo stesso di Mohamed Salah e della giornalista Esraa Abdel Fattah (fermata e rinchiusa a Qanater il mese prima): “Diffusione di notizie false e unione ad un gruppo terroristico”, il solito refrain della giustizia del regime. La stessa giustizia che, codice alla mano, dovrebbe consentire a uno dei due coniugi di prendersi cura del figlio e dunque concedere la libertà vigilata alla madre di Khaled. Nonostante le reiterate richieste presentate dal loro avvocato, l’ex candidato alle presidenziali del 2018, Khaled Ali, i due restano nelle rispettive celle, Hossam in quella della sezione Scorpion II del carcere di Tora.

Il 31 gennaio, Solafa Magdy ha compiuto 34 anni e nonostante tutto la direzione carceraria di Qanater non ha voluto saperne di consentire alla donna di mettersi in contatto con la famiglia, con Khaled in particolare, mostrando il lato più odioso: nessuna visita, nessuna telefonata e addirittura negata anche la consegna di un mazzo di fiori da parte della madre e un disegno del figlio. Il legale della donna ha anche presentato una denuncia alla procura generale contro i poliziotti della prigione, accusati di aggressioni fisiche, molestie e intimidazioni.

Solafa Magdy e Hossam al-Sayyad hanno iniziato a frequentarsi durante i mesi caldi della rivoluzione e poi hanno approfondito il loro rapporto, culminato con il matrimonio nel 2012. Due anni più tardi è nato Khaled. I due non si sono mai separati, il lavoro in condivisione ne faceva una vera e propria squadra. Solafa si è sempre occupata della parte più squisitamente giornalistica mentre il marito di quella tecnica, dalle riprese al montaggio.

Autodidatti, i due hanno sempre prediletto un tipo di giornalismo ‘di strada’, raccogliendo informazioni e pubblicando reportage e inchieste molto apprezzati, al punto di attirare le attenzioni di grandi testate internazionali come la Bbc, Deutsche Welle o la rete televisiva irachena al-Sharqiya. La passione oltre le difficoltà di sostentamento, alla costante ricerca di contratti per coprire le spese d’impresa e garantirsi un salario per andare avanti: “Fin dall’inizio ho scelto di fare la reporter perché credo sia l’unica professione in grado di trasmettere la voce dei deboli, cambiare il destino delle persone e fare la differenza nella nostra società”, ha detto Solafa in un’intervista rilasciata due mesi prima di essere arrestata a seguito di un riconoscimento professionale da parte delle Nazioni Unite.

Giornalismo d’inchiesta e indipendente, nel miglior spirito pionieristico, ma con un aspetto a fare da contraltare: nessuna protezione contro le probabili ripercussioni della macchina repressiva. I loro lavori hanno infastidito il regime che puntualmente gliel’ha fatta pagare. Quella sera di fine novembre, attorno alle 22, i tre giornalisti seduti al tavolo di un bar nella zona di Downtown Cairo sono stati accerchiati da una pattuglia di agenti di sicurezza in borghese che li ha portati via, in mezzo alla gente, caricati su un furgone e trasferiti in una stazione di polizia. Da allora le detenzioni di Solafa Magdy e Hossam al-Sayyad vengono rinnovate periodicamente, così come sta accadendo dal marzo scorso a Patrick Zaki. La coppia di giornalisti resta in cella e rischia di vedere la propria carcerazione senza processo portata oltre la soglia dei due anni, quella che dovrebbe obbligare la giustizia egiziana a liberarli.

Intanto, però, lo stato di salute dei due si sta facendo preoccupante: Hossam ha problemi alla schiena, sua moglie soffre le conseguenze di un intervento ginecologico del 2017. Entrambi hanno periodicamente avviato scioperi della fame per protestare contro le condizioni detentive. Al peggio non c’è mai fine e chi si aspetta, prima o poi, un alleggerimento della morsa da parte del presidente Abdel Fattah al-Sisi nei confronti della stampa libera e dell’informazione in genere si sbaglia di grosso. Proprio domenica il Consiglio supremo egiziano per la regolamentazione dei media (Scaf) ha annunciato un’indagine urgente nei confronti di alcune testate giornalistiche, giornali e siti web. L’organo di supervisione non specifica quali siano coinvolte nell’inchiesta e con quali addebiti, ma giustifica l’iniziativa a causa “dell’eccessiva diffusione di questioni etiche che offendono la comunità e la famiglia, stando a denunce e segnalazioni giunte da istituzioni e cittadini”. Misure oscurantiste mascherate per rinforzare il giro di vite nei confronti delle poche voci di dissenso in Egitto.

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