Nelle ultime settimane, anche nel nostro Paese, si è aperto un dibattito pubblico molto partecipato sul potere dei social network e sul loro ruolo nella società. Tuttavia, proprio mentre discutiamo dello status delle grandi piattaforme digitali, un nuovo social network sta crescendo rapidamente anche nel nostro Paese. Si tratta di Clubhouse, lanciato nella primavera del 2020 dalla società Alpha Exploration co. e disponibile, per ora, solo per dispositivi iOS e su invito.

Il funzionamento di Clubhouse è semplice: gli iscritti interagiscono tra di loro solo via audio, creando stanze tematiche in cui ci sono ruoli ben definiti (moderatori, speakers, ascoltatori). Non ci sono post, like, commenti o messaggi privati: tutta l’interazione è basata sulla voce e nulla viene registrato.

In attesa di vedere se sarà solo una moda passeggera, può essere utile capire quale sia l’approccio di Clubhouse nei confronti degli utenti e se sia differente da quello dei social già affermati (come Facebook, Twitter, TikTok). Per farlo possiamo partire dal testo dei termini d’uso e dell’informativa privacy, documenti che la gran parte degli utenti accetta frettolosamente al momento della registrazione, senza nemmeno leggerli.

La prima impressione è che i documenti non siano ancora molto maturi: si tratta di un’applicazione ancora molto giovane e molte scelte debbano ancora essere compiute da chi gestisce la piattaforma. L’informativa privacy, ad esempio, appare poco dettagliata: solo 3182 parole a fronte delle 4780 di quella di Facebook e delle 5507 della privacy policy di Twitter.

Sia chiaro, spesso le informative prolisse non sono facilmente comprensibili e disincentivano gli utenti dalla lettura. Tuttavia, nel caso di Clubhouse mancano alcune informazioni e, in particolare quelle richieste dalla normativa europea (il Gdpr). Stupisce il fatto che si faccia menzione soltanto di leggi statunitensi (e in particolare delle norme dello Stato della California). Possibile che i fondatori dell’app non abbiano imparato la lezione per cui un social è “transfrontaliero per definizione” e quindi dovrebbe tenere conto delle normative dei diversi paesi del mondo?

Nell’informativa privacy di Clubhouse non c’è alcun riferimento al Gdpr. Non si tratta soltanto di una mancanza formale: non sono chiarite le modalità con cui vengono trattati (negli Usa) i dati degli utenti europei e si pongono dubbi sull’aderenza ai principi della normativa Ue, come quello di privacy by design. Basti pensare, ad esempio, che per invitare un amico è necessario consentire l’accesso a tutta la rubrica e che non è possibile gestire le notifiche dell’app in modo selettivo.

In controtendenza con gli altri social, colpisce la scelta di Clubhouse di rendere il servizio disponibile ai soli utenti maggiorenni ma – anche in questo caso – non esistono strumenti di age verification per controllare la veridicità della dichiarazione fatta al momento della registrazione.

Tra le regole sull’uso del social (lunghe 7475 parole, il doppio di quelle di Facebook e Twitter), si trovano le indicazioni per gli utenti sui contenuti consentiti e su quelli vietati. Alcune sono comuni anche agli altri social: ad esempio, non è possibile diffondere contenuti che violino i diritti di terzi oppure spam e fake news né condividere contenuti che siano pregiudizievoli per persone o gruppi di persone.

Ci sono poi delle regole assolutamente peculiari connesse alle funzionalità di Clubhouse. Ad esempio, gli utenti non possono “trascrivere, registrare o riprodurre e/o condividere in altro modo” le informazioni ottenute in Clubhouse senza previa autorizzazione.

Insomma, “quel che si dice su Clubhouse resta su Clubhouse”.

C’è un’eccezione a questa regola: Clubhouse registra tutto quanto accade nelle stanze, con la finalità di punire gli eventuali abusi. Le registrazioni – crittografate – vengono cancellate al termine della stanza, a meno che non ci siano contestazioni, nel qual caso la registrazione è conservata per il termine necessario a condurre le necessarie indagini.

Questo è sicuramente un punto centrale. Come accaduto per altri social, la crescita degli utenti e dei contenuti renderà sempre più necessario ricorrere alla moderazione dei contenuti e al ban degli utenti.

I fondatori di Clubhouse ne sono consapevoli, ma rivendicano piena discrezionalità sulle proprie scelte. Nelle linee guida per la community si legge: “Comprendiamo che non tutti gli utenti di Clubhouse condivideranno le nostre opinioni su ciò che costituisce una violazione di queste Linee guida della community. Tuttavia, per gestire una piattaforma funzionale, dobbiamo riservarci il diritto di determinare a nostra esclusiva discrezione cosa costituisce una violazione”.

Si tratta di un atteggiamento incurante dell’orientamento che si sta affermando – e recepito ormai nel progetto di Digital Services Act presentato dalla Commissione Europea – secondo cui gli utenti hanno diritto a trasparenza di regole e criteri di moderazione oltre che del modo in cui vengono applicati. Ed è anche per limitare comportamenti controversi e contestazioni che – in questa prima fase – i fondatori hanno deciso che si possa accedere alla piattaforma soltanto per inviti.

Il rapporto tra utente invitato e utente che lo invita è molto stretto e fa di quest’ultimo un vero e proprio garante del nuovo iscritto (proprio come in ogni club che si rispetti).

Infatti, il nome di chi ci invita è riportato chiaramente sul nostro profilo e, verosimilmente, condiziona anche i contenuti che ci vengono suggeriti dalla piattaforma. Uno dei fondatori ha anche dichiarato che, in caso di ban di un utente, potrebbe essere bannato anche l’utente che lo ha invitato (ma – al momento – questo non è scritto né all’interno dei termini d’uso né nelle linee guida della comunità).

Inoltre, se c’è un utente che molte persone nella nostra rete hanno bloccato, apparirà un “!” sul profilo di quella persona per farci capire che quel soggetto è poco affidabile o poco gradito dalla nostra “cerchia” (e quindi potrebbe non essere opportuno seguirlo o invitarlo ad intervenire in una stanza).

È probabile che, finita la beta, gli inviti spariranno. Del resto, come ogni social che si rispetti, Clubhouse si riserva la facoltà di cambiare in qualsiasi momento i termini d’uso e la privacy policy.

Tuttavia, se questo modello dovesse essere confermato, cambierebbe di molto il ruolo degli utenti. Voi, ad esempio, siete sicuri di come si comporteranno coloro che avete invitato? Un consiglio: visto che potrebbero mettere a rischio il vostro account, accertatevi che abbiano almeno letto i termini e le condizioni d’uso.

Commenti - Non perdere ogni mattina gli editoriali e i commenti delle firme Fatto Quotidiano.

ISCRIVITI

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili

RIVOLUZIONE YOUTUBER

di Andrea Amato e Matteo Maffucci 14€ Acquista
Articolo Precedente

Google Chrome: su Android arrivano nuove modalità di gestione delle schede

next
Articolo Successivo

realme 7i recensione. Smartphone che non sorprende ma garantisce un buon rapporto tra prezzo e prestazioni

next