Si sono innamorati a poco più di vent’anni: Fabio Cartagini classe 1985, ragioniere, Francesca Bonora 1991, studentessa universitaria; lei di Parma, lui della provincia. Hanno iniziato i primi lavori vicino casa con la voglia di mettere radici insieme ma in Italia non vedevano prospettive stabili e hanno deciso di partire. “Non avevamo programmato di farci una vita altrove. Ma avevamo contratti precari e ci siamo detti: che abbiamo da perdere? Andiamo all’estero”. Nel 2014 volano a Bristol e a distanza di un mese trovano lavoro, dopo due anni comprano casa, dopo quattro arriva una figlia, Isabel, che oggi va all’asilo, è bilingue e dice la parola ‘broccoli’ con pronuncia british.

“Non è un periodo facile per nessuno ma, a parte la pandemia, a vedere quante cose abbiamo realizzato in così poco tempo, siamo sicuri che in Italia non sarebbero state possibili”. Tutto è iniziato da Fabio. Dopo il diploma ha cercato senza trovarlo un posto per la sua qualifica, così ha accettato il primo impiego disponibile: magazziniere. “Ero apprendista in un’azienda a conduzione familiare. Non mi trovavo bene e ho fatto domanda per una multinazionale dell’immobiliare: contratto 24 ore+6. Quando l’azienda è andata in crisi ha tagliato gli straordinari”. Così è passato da un mestiere all’altro: addetto vendite, prezzista, autista. Ha cambiato cinque aziende in sette anni: in tutte lo stesso trattamento.

“In Italia se possono ti fanno contratti di apprendistato fino a 40 anni e ti fanno sentire un oggetto solo perché ti pagano. Però non badano a quanto lavori né a come tutelarti”. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’ennesimo licenziamento da una ditta che non ottiene un appalto. Fabio inizia a pensare di trasferirsi in Inghilterra e ne parla con Francesca. “Abbiamo aspettato che finisse gli studi e qualche mese dopo ci siamo mossi”. Quando sono partiti, lei aveva 23 anni e una laurea in Scienze della comunicazione. All’indomani della proclamazione era stata assunta a chiamata in uno studio dentistico a Parma come amministrativa. Pagata con voucher da dieci euro lordi l’ora, ma le andava bene: “Ero appena uscita dall’università e avevo bisogno di lavoro”.

Dopo qualche mese capisce che quell’impiego non l’avrebbe portata lontano e partono. “In Uk non avevamo nessun posto dove andare”. Inviano il curriculum “dove lo consigliano tutti: nella ristorazione” e iniziano a darsi da fare: lei come lavapiatti, lui come pizzaiolo. “È stato faticoso ma bello”. Nell’arco di pochi mesi Francesca diventa supervisore in un ristorante: “In Inghilterra – dice – sai che c’è sempre un lavoro in cui puoi guadagnare di più. In Italia invece nella maggior parte dei casi ti tieni lo stesso posto fino alla pensione perché sai che non puoi aspirare a niente di meglio”. Quello che realmente li ha stupiti è l’elasticità: “Qui – dice Francesca – nessuno ti giudica se scegli un altro mestiere, neanche a 50 anni, e non è obbligatorio mettere la data di nascita sul cv. Cambiare è normale, perché nel tempo lo stile di vita si modifica”. Come è successo a loro.

A Francesca è capitato quando era in attesa di Isabel: ha trovato un posto di lavoro meno frenetico e ora coordina il reparto di training di un’organizzazione di assistenza socio sanitaria. “Facciamo formazione agli operatori di case di riposo e di cura. Con l’emergenza l’azienda ha assunto personale temporaneo per coprire necessità extra. Quindi dall’inizio del lockdown non ci siamo mai fermati”.

Il settore di Fabio invece è stato fra i più colpiti ed è stato qui che ha dovuto reinventarsi. Prima del Covid-19 aveva creato una società di trasporti città-aeroporto con un socio, anche lui italiano, ma all’inizio della pandemia il traffico si è azzerato. La sua attività non era registrata da un tempo sufficiente per beneficiare di aiuti governativi così, rispolverando la gavetta, ha fatto domanda nell’azienda in cui lavora Francesca per una delle posizioni di cucina: “Abbiamo visto un calo dei guadagni di famiglia – dicono – ma mettendo insieme i due introiti siamo riusciti a superare quel momento”. Dopo la prima emergenza Fabio ha ripreso a guidare il suo taxi e, pur con meno passeggeri, ha ricominciato. Non che tutto sia eccelso in Uk: “Non ho condiviso delle scelte governative sul Covid – dice Francesca. L’obbligo delle mascherine è arrivato troppo tardi, non ci sono state misure anticovid chiare e mancano i controlli. Ma è anche vero che viviamo un’emergenza mai vista”.

La vita di ogni giorno, adesso, è più semplice. Quello che fa funzionare meglio le cose, secondo Francesca, è “la mentalità del complain: se hai avuto un disservizio, rimediano subito”. Nel nostro Paese, Fabio lo sa, non è così nemmeno quando un’impresa manda a casa i dipendenti: “In Italia – spiega – devi combattere pure per riavere il denaro che hai già guadagnato”. Nonostante questo, “se ci fosse un impiego adeguato – dice Fabio – tornerei domani. Bristol è una città aperta ma in Inghilterra ci sono discriminazioni, persone chiuse e quasi tutto è privatizzato”. Francesca ha nostalgia di Parma ma c’è qualcosa che teme di perdere: “Una donna che vuole far carriera ed essere madre trova ovunque degli ostacoli. La differenza è che in Italia queste sono ancora barriere, in Uk in gran parte sono superabili. Tornare vorrebbe dire avere una paga mediocre, un trattamento mediocre, invece qui stiamo bene”. C’è un solo motivo per cui entrambi rientrerebbero in Italia immediatamente: “la mamma”.

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