Oggi è la giornata internazionale della privacy e sulla testa dei social network pende una bella tegola: il Garante della Privacy italiano ha aperto un fascicolo su Facebook e Instagram. In sostanza, vuole sapere dalla piattaforma di Mark Zuckerberg come sia possibile che la bambina di dieci anni morta a Palermo qualche giorno fa per una presunta challenge su Tik Tok pare avesse almeno due profili su Facebook e chiede di verificare che non ce ne fossero anche su Instagram.

Se le regole della piattaforma prevedono che non si possa avere un account quando si hanno meno di 13 anni e quelle italiane che sotto i 14 anni ci voglia l’autorizzazione dei genitori, come è possibile che la bambina fosse presente e così esposta? Semplicemente, sempre più spesso i ragazzini dichiarano una età diversa e i social non controllano se questo sia vero oppure no.

Così le mosse del garante hanno un duplice valore: da un lato essere presente in un momento critico per la presenza dei minorenni online, dall’altro mettere le piattaforme di fronte all’obbligo di trovare una soluzione o comunque di fronte alla consapevolezza che il problema non può continuare a essere ignorato. Con il Gdpr, infatti, di fatto la responsabilità sui dati trattati è passata dritta dritta alle aziende che li usano mentre al garante resta il compito di vigilare. Tradotto: il garante solleva il problema ed esige quindi delle soluzioni.

L’iter, ovviamente, non è dei più semplici. Nel caso della bambina di Palermo ha potuto richiedere il blocco in Italia di Tik Tok per gli under 13 sulla scia dell’emergenza. E così come nel caso in cui dovesse emergere qualche problema per Facebook e Instagram, le segnalazioni dovranno arrivare in Irlanda, dove queste piattaforme hanno buona parte dei loro quartier generali europei. A quel punto bisognerà sperare che l’Irlanda voglia intervenire, di fatto indispettendo società che lì hanno stabilito sede legale e fiscale, con tanto di posti di lavoro creati.

La soluzione, dunque, non è così semplice. Inutilmente c’è chi continua a proporre le idee più assurde: la carta d’identità per iscriversi ai social, le verifiche di domicilio neanche si trattasse di antiriciclaggio. Con l’unica conseguenza di consegnare alle multinazionali straniere dati personali e informazioni sensibili, confidando che le tengano al sicuro e che non ne facciano usi illegittimi. Pura fantasia. Infine, la proposta di scomodare l’accesso con Spid, che nasce per la Pubblica Amministrazione e che sarebbe meglio rimanesse tale per evitare spiacevoli contaminazioni, anche solo d’immaginario.

L’unica alternativa che queste aziende possono avere oggi per evitare la presenza di minori sotto mentite spoglie è di fatto tecnologica: profilazione avanzatissima, riscontri diretti sui telefoni o sui telefoni dei genitori, riscontri sulle utenze telefoniche. Nella migliore delle ipotesi si potrebbe ricorrere all’analisi manuale (fatta quindi da persone reali) sulle identità di chi si iscrive. Anche perché, sempre secondo le norme sulla privacy, trattare dati dei minorenni è illegale. Dunque il titolare del trattamento dovrà dimostrare di aver compiuto ogni ragionevole sforzo per verificare la veridicità della dichiarazione dell’utente. E’ comunque evidente che, nella migliore delle ipotesi, con la scusa della verifica dell’età si concederebbe alle piattaforme ancora più capacità di analisi e raccolta d’informazioni. Insomma, non se ne esce.

Resta la ormai nota tiritera: educare e controllare. Farlo a scuola e a casa, filtrare e spiegare la complessità dentro agli smartphone. E per farlo, i genitori dovrebbero per primi essere pronti e consapevoli sullo strumento che maneggiano ogni giorno. Sul lato digitale, invece, la sfida è dura. Da sempre si dibatte sulla cosiddetta età per il “consenso digitale”: una delle proposte è abbassarla il più possibile per fare in modo che i ragazzini non mentano sull’età e che i social e le piattaforme possano così calibrare, con i loro algoritmi, i contenuti adatti a quella determinata fascia d’eta. Potrebbe essere una soluzione. Certo, delegare ad altri la vigilanza non può mai non avere controindicazioni.

Aggiornato da redazione web il 2 febbraio alle 18.00

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