La palla rotola pigra su quel campo alopecico. A ogni rimbalzo solleva una nuvoletta di polvere, modifica la sua traiettoria, accelera la sua corsa. Non c’è niente di normale in quel piccolo impianto. Le linee di gesso bianco sono grossolane e storte, l’erba cresce sbiadita e ostinata solo a ridosso delle fasce laterali. E poi ci sono le tribune. Sono così vicine al terreno di gioco. Ma sono anche scavate nel terreno. I giocatori riescono a vedere solo il busto di quella massa informe di spettatori vestiti tutti uguali. Sentono i loro occhi fissi su di loro, ascoltano le loro frasi velenose piovere giù attraverso quella barriera di plexiglass trasparente. La palla gli arriva da destra. Aleksandr Kokorin non ha neanche bisogno di guardarla. Tanto sa già dove andrà a finire. Così apre il piatto destro e alza la testa. Dietro a quella porta in miniatura c’è il verde scuro degli alberi e quello più chiaro di un tetto spiovente. Sono alti, eppure non riescono a nascondere i giri di filo spinato sopra i muri perimetrali.

Perché quella partita di calcio a cinque si gioca nel carcere di Belgorod, settecento chilometri da Mosca in direzione sudovest. È l’agosto del 2019 e Kokorin e Mamaev sono lì dentro già da tre mesi. La loro vita è cambiata una sera di ottobre del 2018. I due entrano in un bar di Mosca con alcuni amici e iniziano a ingollare alcolici. Fino a quando i loro decibel non riempiono tutto il locale. Così Denis Pak, un alto funzionario del ministero del Commercio russo di origine asiatica, si avvicina per chiedere di abbassare il volume. La scena che segue sembra uscita da Trainspotting di Irvine Welsh. Kokorin guarda fisso l’uomo e poi lo colpisce al volto. Con una sedia. Accanto a lui Mamaev inizia un corpo a corpo con un altro uomo. Seguono pugni, calci e insulti. Soprattutto a sfondo razziale. Le telecamere di sorveglianza riprendono la scena. E inchiodano i due calciatori. La loro difesa è un atto di fede. Kokorin e Mamaev vengono arrestati e condannati a più di un anno di carcere. La divisa del penitenziario al posto della maglia dei loro club. Prima di essere portato in prigione Aleksandr inizia a piangere. E fra i singhiozzi chiede anche pietà. Ma nessuno ha intenzione di perdonarlo. Stavolta c’è una pena da scontare. E una lezione da ripetere.

In carcere Kokorin se ne sta sulle sue. Non parla molto con gli altri detenuti. Passa le sue giornate in chiesa. Oppure a leggere. Soprattutto Delitto e Castigo di Dostoevskij. Perché la vita sa anche essere piuttosto ironica. Il fantasista russo giura che in quella cella è avvenuta la sua conversione. “Prendo le cose più seriamente, non avrei mai dovuto arrivare al punto di finire in carcere – dice – Quando ho perso tutto, famiglia, amici e calcio, mi sono reso conto che non potevo continuare in quel modo”. Per anni Kokorin ha viaggiato con l’acceleratore a tavoletta lungo la via che porta all’autodistruzione. E in pochi sono pronti a giurare su un suo effettivo cambiamento. Il calcio è una passione famelica e precoce. Come quella per la boxe. L’appuntamento che gli stravolte la vita arriva quando ha nove anni. Allora un osservatore dello Spartak lo convoca a Mosca per un provino. Il padre lo carica in macchina e scarica i ronzini del motore della sua familiare sull’asfalto dell’autostrada. Per quasi ottocento chilometri. Solo che quando arriva a destinazione gli allenatori gli dicono che non può scendere in campo. Non ha la maglia del club. E loro a queste cose ci tengono.

Per suo padre quella frase è come una bestemmia che risuona in una chiesa vuota. Così arriva fino al negozio ufficiale e compra una maglietta al figlio. L’unica taglia disponibile è enorme, ma è comunque funzionale allo scopo. Aleksandr scende in campo e fa quello che gli riesce meglio. Però non sembra impressionare nessuno. I tecnici gli dicono che al momento non c’è posto per lui. Più avanti chissà. Kokorin ha la faccia sdegnata e il corpo avvolto in quella divisa troppo larga. L’effetto è grottesco. Ma le sue parole sono nere come la pece. “Non giocherò mai per lo Spartak Mosca”, giura. Ma è una promessa da marinaio di un ragazzo che impara presto a fare scherzi da prete. Alla fine trova spazio alla Lokomotiv. Ci resta per una vita. Poi nel 2008 passa alla Dinamo Mosca. Un club vicino alla polizia, una società che decide di chiudere un occhio di fronte ai suoi colpi di testa fuori dal campo. Anche perché al suo esordio Kokorin segna un gol decisivo. Contro il Saturn. Il ragazzo ha 17 anni ed è il marcatore più giovane nella storia del club. Un traguardo che gli sta stretto. Così nella stagione successiva si permette di segnare anche all’esordio in Champions. Nel preliminare di andata contro il Celtic Glasgow. Nel 2011/2012 viene vitato come il miglior giovane della Russia. Il suo talento è troppo ingombrante per un club senza ambizioni.

Così nel luglio del 2013 passa all’Anzhi, la squadra che doveva diventare un gigante in grado di cannibalizzare il campionato russo è che si è rivelata poco più di un nano da giardino. Lo pagano 19 milioni. Solo che ad agosto la società del Dagestan decide di sposare l’austerità. E così restituisce il giocatore alla Dinamo per la stessa cifra. Nel 2016 passa allo Zenit. E la sua bacheca inizia finalmente a riempirsi. Un campionato, una Coppa e una Supercoppa russa. Per Roberto Mancini, che lo ha allenato per un anno, si tratta di un talento superiore. “È un campione – dice a La Nazione – Uno che per i mezzi a disposizione avrebbe potuto giocare in qualsiasi squadra, compreso il Real“. Il carcere mangia un anno della sua carriera. Kokorin va prima al Soci, poi si rimangia il giuramento e arriva allo Spartak. “Un calciatore ha due facce. Una nel calcio, l’altra nella sua vita privata”, spiega il fantasista. Ed è vero. Solo che i suoi due lati si sono ostacolati a vicenda. Perché Aleksandr è un fenomeno anche nel far parlare di sé. A Natale del 2012 posta su Instagram alcune foto con Mamaev. In una si baciano. Nell’altra fanno un bagno nudi in una Jacuzzi. Tutto accompagnato dalla frase “Lo amo”. Due anni dopo sono altre foto a metterlo nei guai.

I giornali scandalistici pubblicano alcuni suoi scatti con due ragazze. Sono delle spogliarelliste. E di conseguenza non hanno molti vestiti addosso. Per Kokorin si tratta di uno scherzo innocente. Per la sua ragazza di qualcosa di leggermente diverso. Il 2016 è un anno particolarmente complicato. O forse no. Gli Europei francesi sono in incubo per la Russia, che viene eliminata già nel girone. Durante sfida contro l’Inghilterra Marsiglia diventa territorio di battaglia fra le due tifoserie. E sul campo restano 35 feriti. Poi nell’ultima partita la nazionale viene umiliata dal Galles. I tifosi sono inferociti. Ma qualche giorno dopo Kokorin si presenta al Twiga di Montecarlo insieme a Mamaev. E i due ordinano 250mila euro di champagne. Seguono le foto con una maglietta con il faccione di Escobar e il video dei festeggiamenti per il matrimonio dell’amico Alan Chichiyev. Niente di strano se non per un unico dettaglio: Kokorin ha due pistole in mano. E spara in aria in segno di augurio. Il 2018 doveva essere l’anno del riscatto. Solo che un infortunio al ginocchio gli fa saltare i Mondiali. “Questa forse è la mia ultima occasione per dimostrare di poter giocare in uno dei maggiori campionati europei”, ha detto prima di firmare con la Fiorentina. Al resto ci dovrà pensare Cesare Prandelli, l’allenatore che aveva elaborato il codice etico azzurro ma che lo aveva applicato a corrente alternata. Una sfida molto più complessa della salvezza.

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